Orange Goblin – Healing Through Fire (2007)

Per chi ha fretta:
Healing Through Fire (2007), sesto album degli Orange Goblin, è un album grandioso. Lo è a partire dal genere: rispetto ai primi album, più orientati sullo stoner doom, il gruppo ha evoluto un suono più diretto ed energico, che suona quasi come un’unione tra Black Sabbath e Motörhead. In più, il tutto è supportato da un songwriting eccezionale e da un suono grezzo ma perfetto, oltre che da un comparto lirico originale sulla Grande Peste di Londra. Sono questi elementi a rendere grande l’album, come dimostrano le varie The Ballad of Solomon Eagle, Cities of Frost,  They Come Back (Harvest of Skull) e Beginners Guide to Suicide, picchi di una scaletta senza quasi punti morti. E così alla fine Healing Through Fire è un disco eccezionale, quasi perfetto, che a un fan dello stoner metal non può mancare!

La recensione completa:
Seppur siano passati molti anni, ricordo ancora piuttosto distintamente quel particolare periodo della mia tarda adolescenza in cui, appena scoperto il doom metal (un amore “a primo ascolto” che dura fin’ora) cominciai ad andare a caccia di album di questo genere, anche se mi accorsi presto della difficoltà di tale ricerca.  Fu proprio in quel periodo che, anche guidato da una certa ingenuità, acquistai un album su cui era attaccata un’etichetta che osannava il gruppo come “doom metal heroes”, ma ai primi ascolti rimasi spiazzato vista la particolarità del sound in esso espresso, così lontano da quei Candlemass e da quei Pentagram che macinavo all’epoca. Con gli ascolti riuscii tuttavia ad amare ugualmente quel tipo di sonorità, e mi si aprì allora una nuova via, quella per le incarnazioni più recenti del genere doom: quella band erano gli Orange Goblin, e quel disco era Healing Through Fire. Nato a Londra a metà degli anni novanta, l’ensemble si segnala per i suoi primi lavori, più tradizionalmente stoner doom dei successivi ma che già evidenziavano elementi di personalità: su tutti, erano più psichedelici e meno oscuri dei gruppi del periodo sulle stesse sonorità, il che tra l’altro li rende anticipatori dell’incarnazione più moderna del genere. Attraverso i dischi successivi, tuttavia, la band mostrò la voglia di evolversi: man mano le loro influenze più classicamente doom andarono scemando, e il loro sound divenne più diretto ed energico, inglobando influenze punk e da quell’hard rock sabbathiano da cui il doom ha avuto origine, passando per questo dallo stoner doom allo stoner metal propriamente detto; apice di questa nuova via fu, appunto, Healing Through Fire. E’ questo un disco che suona come un’ideale unione tra i Black Sabbath ed i Motörhead, riletta però in chiave più moderna e supportata da un songwriting eccezionale e da una produzione accurata ma sporca come da norma del genere; viste queste premesse, il risultato non poteva che essere grandioso. Prima di cominciare, qualche parola anche per il comparto lirico dell’album: pur non essendo un concept, tutti i testi hanno una componente storica, narrando in particolare della Grande Peste di Londra avvenuta tra il 1665 ed il 1666 ed il grande incendio che colpì la città alla fine di essa, il che rende questo album ancor più fascinoso, se possibile.

Un intro di giusto qualche effetto ambientale e poi si avvia The Ballad of Solomon Eagle, brano subito potente e rapido che può contare sul primo di una lunga serie di riffage memorabili, complesso e con le sue varie parti perfettamente incastrate, che si posa su una struttura che può apparire piuttosto semplice e lineare, anche se andando a fondo si trovano un bel numero di variazioni, soprattutto a livello ritmico.  Ottima anche la parte centrale, lunga e con un assolo quasi solare che esalta bene il mood che avvolge tutta la canzone, apparentemente quasi gioioso ma in realtà sottilmente lugubre, parte migliore di una opener sin da subito grandiosa. Il basso ultradistorto di Martyn Millard introduce la successiva Vagrant Stomp, song che poi esplode e si avvia inarrestabile come un treno in corsa, con un riff circolare puramente sabbathiano, rapido e pesante; si tira il fiato solo per i ritornelli, più lenti, contenuti e che presentano anche un discreto quantitativo di pathos, nonostante la voce roca ed alcolica di Ben Ward possa far pensare altrimenti. In ogni caso, molto buone si rivelano tutte le trame strumentali della chitarra di Joe Hoare, che siano ritmiche oppure solistiche; decisamente interessante anche la parte finale, più cadenzata e che punta sulla potenza, per un episodio forse inferiore a quelli che ha intorno, ma veramente di pochissimo. I vocalizzi quasi blues con cui Ward irrompe nel silenzio sono il giusto preludio a The Ale House Braves, pezzo che si rivela meno estremo delle precedenti, essendo dominato dai bellissimi duelli tra le chitarre ritmiche e quelle soliste, risultando insieme energico eppure ricercato e di fortissimo retrogusto blues, seppur comunque gli elementi metal non vengano mai meno. Questa norma è ben presente in tutti i vari cambi di riff e di tempo che vi sono, presentandosi a volte più melodica, a volte più potente, ed interrompendosi solo nella sfuriata centrale, più veloce ed estrema, con le influenze punk che tornano fuori per una bella frazione, molto intensa; quindi, la parte principale torna a fare il suo corso, ma giusto per un momento, prima che la canzone finisca in un breve caos, che lascia dietro di se solo una coda appena udibile del tutto blues rock. E’ ora il turno Cities of Frost: una chitarra ritmica, da sola, comincia a scandirne il riff principale, martellante e quasi mononota, per poi esplodere con potenza estrema in un pezzo lento e cadenzato, che si mantiene ossessivo per tutte le incalzanti e serrate strofe, per variare solo nei ritornelli, anch’essi estremamente pesanti e che non perdono la possente carica cupa che avvolge tutta la composizione, pur essendo più rilassati e più tipicamente stoner. La seconda metà del brano è invece più particolare e varia, e dopo una breve frazione psichedelica  parte per una lunga fuga dello stoner punkeggiante e quasi rabbioso a cui gli Orange Goblin ci hanno ormai abituato in quest’album; questa sezione si spegne infine in un outro dal deciso sapore doom oriented, che mette la parola fine su uno dei membri in assoluto migliori della tracklist. Una breve pausa piena di effetti e poi si riattacca subito con Hot Knives and Open Sores, traccia ancor più oscura e doomy delle precedenti, che ha dalla sua ritmiche sempre in movimento, tempestose, che abbandonano la canzone solo per la breve frazione centrale, egualmente lugubre ma che presenta solo la sezioneritmica ed lead di chitarra quasi orrorifici a fare da sfondo alla voce qui pulita e profonda di Ward, prima che la ripresa della devastante parte principale metta quindi fine a qualcosa dalla struttura ancora estremamente semplice, ma che con tutte le sue variazione e con la sua esaltante pesantezza risulta comunque un altro pezzo da novanta.
Hounds Ditch è un episodio che può contare su di un riffage a tratti molto hard rock oriented, con giri in lead che richiamano alla mente l’incarnazione più cupa del genere degli anni ’70, in altri casi invece più possente ed estremo, con le solite influenze punk che fanno bella mostra di se su un tessuto puramente heavy metal, su cui si presenta anche il graffiante cantato di Ward. Questa alternanza si propaga lungo quasi tutta la canzone, ma con piccole trasformazioni che rendono il tutto mai noioso e sempre efficace ai massimi termini; fanno eccezione a tale falsariga solo la breve e bizzarra parte centrale, che presenta un assolo tipicamente hard rock su ritmiche però estremamente energico, e poi quella finale, più pressante e ritmata, in cui si mette in mostra il batterista Chris Turner, istrionico ed estremamente valido con il suo stile quasi funky ma anche pieno di groove; il risultato è un altro brano forse non al livello dei migliori del disco ma comunque di caratura elevatissima. Giunge ora Mortlake (Dead Water), breve interludio tutto dominato dagli arpeggi delicati e dalle trame di una chitarra acustica (e, nel finale, da un malinconico lead di chitarra che l’accompagna), due minuti piacevoli che non servono ad altro che a tirare il fiato in vista del finale bomba dell’album. Se infatti fin’ora abbiamo già ascoltato qualcosa di grandioso, ancora meglio è l’uno due da K.O. che arriva ora: si comincia con They Come Back (Harvest of Skull), composizione vorticosa che fonde ancor meglio che in precedenza il dinamismo e l’urgenza del punk con le sonorità grasse ed oscure dello stoner e del doom, aggiungendovi per giunta un impatto assoluto ed una struttura semplice, la cui apoteosi è nei ritornelli, estremamente potenti e rabbiosi ma in qualche modo anche catchy, tanto che non si può far altro che cantarli col pugno levato al cielo. Ottima anche la parte centrale, che accoppia dei tratti con ritmiche potenti ed un momento invece più rilassato ed in cui spunta fuori una bella parte solistica, prima che la canzone torni alla sua falsariga iniziale ed arrivi a concludersi, eccezionale come era cominciata. Il finale è quindi affidato a Beginners Guide to Suicide, traccia decisamente atipica in Healing Through Fire: abbiamo infatti un preludio con una chitarra pulita in slide che va avanti anche nella frazione successiva, la quale poco o nulla ha di metal e risulta nei fatti un bellissimo pezzo di blues rock sudista puro al cento percento, dominato dalla sezione ritmica e dalle sonorità fascinose e vintage delle chitarre, delle armoniche a bocca e dell’hammond dell’ospite Jay Graham (ex Skyclad). Sembra che il brano debba andare a lungo in questa maniera quando invece la comparsa in scena della voce di Ward prelude ad una potente esplosione stoner, che però ancora conserva appieno tutto il fascino blues, nei fatti ben riscontrabile lungo tutti gli otto minuti di durata della song. Quest’ultima vive poi tutto sulla suddetta alternanza tra parti più metalliche e momenti invece soffusi e tranquilli; nel mezzo trova spazio pure una lunghissima frazione nuovamente blues rock ma più rapida e che presenta il bel duello tra l’armonica e i lead della chitarra di Hoare, con i secondi che poi dominano assolutamente e risultano di fattura pregevole. Il risultato è una closer-track che seppur perda quasi del tutto l’impatto dei brani che l’hanno preceduta, guadagna immensamente in fascino, grazie anche ad un songwriting mai così vario ed intrigante, chiudendo perciò questo album come meglio non si poteva.
Abbiamo insomma un disco eccezionale, che manca la perfezione giusto di un soffio e merita per questo un posto di rilievo nella storia del doom metal e del genere stoner in particolare. Le chiacchiere stanno a zero, in questo caso: se siete appassionati di questo tipo di sonorità, Healing Through Fire è un disco obbligatorio ed anche un classico del genere, ormai, nonostante la data relativamente recente di uscita, e non può assolutamente mancarvi. Procuratevelo a tutti i costi!
Voto: 97/100

Mattia

Tracklist: 

  1. The Ballad of Solomon Eagle – 05:19
  2. Vagrant Stomp – 04:11
  3. The Ale House Braves – 03:50
  4. Cities of Frost – 05:35
  5. Hot Knives and Open Sores – 04:22
  6. Hounds Ditch – 05:31
  7. Mortlake (Dead Water) – 02:12
  8. They Come Back (Harvest of Skulls) – 04:45
  9. Beginners Guide to Suicide – 08:06
Durata totale: 43:51
Lineup:
  • Ben Ward – voce
  • Joe Hoare – chitarre
  • Martyn Millard – basso
  • Chris Turner – batteria 
Genere: hard rock/doom metal
Sottogenere: stoner metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Orange Goblin

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