Raven – Wiped Out (1982)

Per quanto vi sia chi sostenga anche in maniera accesa il contrario, c’è ben poco da fare: nel mondo della musica, e più in generale dell’espressione artistica, l’oggettività assoluta non può esistere. Se difatti nel mondo delle discipline scientifiche i fatti sono univoci, lo stesso non si può dire per gusti ed opinioni, che presentano una varietà estrema, e sono unici per ogni persona. Ecco quindi che anche un album osannato da gran parte delle persone come un capolavoro assoluto può non apparire tale a qualcun altro: è proprio questo il mio caso nei confronti dell’album di cui parliamo qui, Wiped Out, secondo full lenght in studio dei Raven, una delle band più influenti e famose del movimento NWOBHM. Se infatti esso è un ottimo album, nei miei gusti esso non riesce però raggiungere il titolo di masterpiece assoluto che gran parte della critica gli affibbia: colpa in buona parte della produzione, molto poco accurata e degna più di un live album, che molti apprezzano in maniera anche estrema ma che a me personalmente non esalta, al contrario. Ciò è nei fatti un vero peccato: se il metallo folle ed all’insegna del divertimento che il power trio di Newcastle propone fosse stato supportato da un sound paragonabile a quelli degli altri gruppi NWOBHM coevi, l’album sarebbe stato anche per me il capolavoro di cui tutti parlano, e non un episodio certo non dispensabile ma comunque un gradino sotto ai migliori dischi pubblicati negli stessi anni.
Un breve intro di effetti e voci distorte e poi parte Faster than the Speed of Light, traccia che sin da subito illustra bene il sound espresso dai Raven: un heavy sempre rapido e diretto, speed metal a tutti gli effetti,con in se un intenso alone di allegra follia, senza alcuna pretesa di serietà. Ad ogni modo,la canzone si mantiene su alte velocità per quasi tutta la sua durata (se si eccettua qualche stacco che fa capolino ogni tanto), presentando un riffage vorticoso ma anche piuttosto semplice, che varia solo per la parte centrale, quella strumentalmente migliore dell’intera opener, nella sua variabilità e nelle sue interessanti trame strumentali; il risultato finale è un pezzo più che discreto, ma comunque sotto all’alta qualità media del disco che apre, a causa di qualche momento meno valido, caratterizzato da riff meno incisivi che altrove. Delle schitarrate e delle urla sguaiate preludono a Bring the Hammer Down, canzone che subito dopo si avvia selvaggia e potentissima, alternando velocemente le pressanti strofe ai pesantissimi bridge, corredati dal doppio pedale terremotante di Rob “Wacko” Hunter, fino ad arrivare ai ritornelli, con il botta e risposta tra i rozzi cori e la voce acuta e sguaiata di John Gallagher, tutti da cantare a squarciagola; nel mezzo trova spazio anche una sezione centrale bizzarra, che presenta però un bellissimo assolo della chitarra di Mark Gallagher, e valorizza ancor di più una traccia potentissima, tra le migliori del disco. Una breve chiacchierata registrata probabilmente in studio, poi si avvia il riff tritatutto di Fire Power, composizione meno rapida di quelle che ha intorno ma come da titolo egualmente energica ai massimi termini,potendo contare, oltre che sul già citato riffage, su una struttura immediata e su un’atmosfera che per quanto scanzonata e leggera, è comunque anche discretamente minacciosa. La somma di questi elementi è un pezzo estremamente breve, ma da inserire lo stesso tra i più validi del lotto. Ancora dei suoni di voci ci conducono a Read All About It, brano dal piglio più rockeggiante e leggero che in passato, seppur l’identità metallica della band non venga mai meno, ma anzi si esprima in alcuni passaggi di pesantezza anche notevole. Per il resto abbiamo una struttura piuttosto classica, la tipica forma canzone, la quale alterna rapidamente le urgenti strofe e gli scortesi ritornelli variando un po’ solo con la parte centrale, di nuovo particolare e contrassegnata da una parte solistica notevole, certo il momento migliore di un’altra ottima song.  Dopo quattro pezzi rapidi e frizzanti uno dietro l’altro, si tira il fiato con To the Limit/To the Top, che comincia con dei suoni soffusi di chitarra, basso e del ride di Hunter, per poi confluire in un brano più elettrico ma sempre lento e con una carica sentimentale non indifferente. Se fino a qui ci si illude di trovarsi davanti ad una ballad, la traccia torna però presto su coordinate più tipicamente “Raven”, virando infatti all’improvviso su qualcosa che seppur lievemente più melodico delle canzoni del resto, è comunque ascrivibile pienamente al pazzo speed metal caratteristico del gruppo, incalzante e nuovamente con un bel ritornello, che si canta con facilità. Quando ci si abitua a questa norma, si cambia ancora: dopo un breve stacco di pura potenza, le chitarre distorte spariscono quasi del tutto (rimane solo il lead), e le sei corde pulite dominano su uno sfondo ritmico estremamente sincopato, per un momento tecnico e del tutto progressive rock all’interno della canzone. Ad esso segue un tratto ancor più strano, soffice e che riprende in gran parte le sonorità dell’intro della song; da qui in poi quest’ultima torna a svilupparsi come all’inizio, per poi concludersi ancora piena di pathos, risultando nei fatti un pezzo decisamente  atipico ma che non annoia per nemmeno un secondo nei suoi quasi otto minuti. Si torna a qualcosa di più normale con Battle Zone, che dopo l’iniziale chitarra “a sirena” riparte con il metal rockeggiante e scatenato a cui i Raven ci hanno abituato, stavolta esplicato in un rifferama semplicissimo che si stende sul ritmo piuttosto elevato impostato dalla batteria. La struttura è inoltre diretta al punto, e dalle strofe selvagge si passa presto ai più convulsi bridge, fino ad arrivare ai cadenzati ritornelli; al centro di tutto ciò trova spazio anche un breve assolo di Hunter, che valorizza ancor di più questa breve scheggia, non eccelsa ma estremamente godibile.
Un breve preludio ritmato e poi si avvia Live at the Inferno, canzone nuovamente “on speed” con dalla sua un riffage ancor più incisivo che altrove, e che nonostante la relativa rilassatezza è anche estremamente incalzante, conducendoci per le strofe fino ai liberatori e potentissimi ritornelli, che non si può far altro che urlare al cielo. Come nell’episodio precedente abbiamo inoltre al centro un mini-solo di batteria, seguito però da una convulsa parte in cui la chitarra di Mark Gallagher la fa da padrona; il pezzo si riprende quindi con ancor più vigore, grazie anche ai cori quasi “da taverna”, e si va a concludere, andando a completare il trio di membri migliori della tracklist insieme a Fire Power e Bring the Hammer Down. Un solo distorto e che suona quasi come fosse nel vuoto è l’introduzione più logica a Star War, canzone maggiormente ragionata e lenta che in passato, essendo inizialmente un mid-tempo potente ma in qualche modo contenuto; in seguito i ritmi salgono di un po’, ma ancora senza cercare la pura potenza sonora. Seppur in tutto questo vi sia qualche particolare meno valido, come qualche passaggio poco incisivo o la voce di John Gallagher che a tratti dallo sguaiato passa direttamente alla stonatura, abbiamo comunque una song di caratura elevata, grazie a trame strumentali per la maggior parte molto buone e soprattutto ad una lunga parte centrale complessa ed interessante, che risulta certo il momento migliore della traccia. UXB, che segue, è un episodio che va subito al punto, e dopo un brevissimo incipit parte con ritmiche tanto NWOBHM e tanto vintage da dare i brividi; la faccenda presto si fa più varia, con le strofe, apparentemente semplici che però ad un’analisi più attenta si rivelano piene di particolari, che confluiscono nei ritornelli, i quali riprendono l’intro in maniera anche più pressante e si rivelano strambi ma coinvolgenti. Nel mezzo trova spazio anche la solita bislacca parte solistica, qui con un’atmosfera piuttosto particolare, quasi cupa ed occulta; è solo un momento,però, perché poi la canzone si riprende veloce e va a concludersi nuovamente in maniera caciarona e potente (tanto fuori di testa quanto divertente, a proposito, il finale che scandisce le parole “attention attention, this area is not completely safe” seguito da suoni di esplosioni), rivelandosi nei fatti un episodio anche piuttosto vario ma comunque ancora una volta di impatto assoluto. Siamo ora giunti a 20/21, breve interludio soffice e dominato dagli arpeggi della chitarra, un breve pezzo sognante che non serve ad altro che a riposare le orecchie prima di un nuovo assalto metallico. Questo,dal titolo Hold Back the Fire, è un’altra traccia piuttosto rock-oriented dotata di un riff ondeggiante e coinvolgente, il quale ha dalla sua però anche una forza notevole. La struttura torna inoltre ad essere semplice ed anche di più, con poche variazioni e strofe scanzonate che si alternano senza praticamente soluzione di continuità a bridge più intensi e quindi a ritornelli facili da ricordare e cantabilissimi; ad essa fanno eccezione il primo ottimo assolo, dal mood anche inaspettatamente intenso sentimentalmente, ed anche il fantastico stacco posto verso metà, di retrogusto decisamente blues rock, seguito da un altro ottimo lead e quindi da una lunga coda per l’ennesima volta di nuovo piuttosto strana, prima che la canzone torni alla sua norma e termini, risultando giusto un pelo sotto gli episodi migliori del disco. La rullata rapida e martellante di Hunter è l’apertura della finale Chainsaw, song che si mantiene per gran parte della sua durata su velocità e su ritmiche tipicamente speed, per poi abbracciare però ritornelli convulsi e particolari, che presentano in se un mood addirittura quasi evocativo in se; sono essi il punto di maggior forza del brano insieme alla dinamicità e al buon songwriting espresso qui dalla band, che creano una canzone ancora una volta complessa ed a tratti quasi caotica,ma comunque buonissima, degna chiusura di un album del genere (anche se il vero finale è nei fatti una confusione assoluta di strumenti, seguita poi da una breve ghost track di pianoforte, quasi una versione aggiornata di quella Blow on a Jug che concludeva Sabotage dei Black Sabbath).
Finito il disco, a me rimane il rimpianto per ciò che poteva essere: abbiamo infatti oltre cinquanta minuti di musica per gran parte eccellentemente scritta, ben suonata e che non ha nulla da invidiare alle migliori espressioni degli altri gruppi NWOBHM, rovinata però, oltre che da un paio di episodi meno validi (che comunque da soli non avrebbero fatto una gran differenza), dalla suddetta produzione, assolutamente non all’altezza. Nonostante questo, il mio consiglio è che se siete fan della scena inglese dei primi anni ’80, o semplicemente amate l’heavy metal classico, Wiped Out è un disco che comunque dovete avere; se però siete a caccia di capolavori, almeno per la mia opinione lo sguardo è da spostare altrove, seppur di poco.

Voto: 88/100

Mattia

Tracklist:

  1. Faster than the Speed of Light – 04:22
  2. Bring the Hammer Down – 04:19
  3. Fire Power – 03:08
  4. Read All About It – 03:01
  5. To the Limit/To the Top – 07:54
  6. Battle Zone – 03:34
  7. Live at the Inferno – 03:54
  8. Star War – 05:35
  9. UXB – 03:25
  10. 20/21 – 01:36
  11. Hold Back the Fire – 05:40
  12. Chainsaw – 05:17
Durata totale: 51:45
Lineup:
  • John Gallagher – voce e basso
  • Mark Gallagher – chitarra
  • Rob “Wacko” Hunter – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: NWOBHM/speed metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Raven

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