Tiamat – Wildhoney (1994)

Alla fine del primo lustro dei nineties il metal estremo era sulla cresta dell’onda: death e black metal rivaleggiavano ormai da alcuni anni in brutalità e malvagità, e quelli oggi considerati come classici dell’uno e dell’altro spuntavano come funghi.  Non c’era solo aggressione sonora, tuttavia: proprio in quegli anni infatti il macro-genere extreme si stava evolvendo e rinnovando, specialmente in ambito death: è ciò che per esempio stava succedendo ai gruppi inglesi che avevano mescolato tale stile col doom, i quali stavano tutti virando su sonorità più melodiche, oppure alla piccola scena finlandese che partendo dallo stesso sound e rendendolo più minimale ed estremo dal punto di vista della lentezza, creò il funeral doom metal. L’esempio più significativo da questo punto di vista, è tuttavia quello della Svezia: in quel periodo, accanto a nomi come Dismember e Grave che portavano ancora avanti il classico death “ultra-downtuned”  già da qualche anno in voga nel paese scandinavo,  vi erano infatti l’innovativo death ‘n’ roll degli Entombed di Wolverine Blues, il folle sound avanguardistico e progressivo dei sottovalutati Edge of Sanity, gli esperimenti sinfonici ed orientaleggiante dei Therion e soprattutto la scena di Gothenburg, che proprio a metà anni ’90 vide esplodere il suo successo.
 L’esempio più estremo della tendenza all’evoluzione sono però altri svedesi, i Tiamat: attivi dal 1987 con il nome di Treblinka, poi cambiato in quello definitivo due anni dopo, esordirono nel 1990 con Sumerian Cry, album che seppur con diversi spunti di originalità ed influenze doom, si può ben ascrivere allo swedish death più tradizionale. Gli influssi doom metal si fecero più intensi nel successivo The Astral Sleep (1991), e nel terzo album, Clouds (1992) la band progredì ancora, arrivando ad un sound che da una parte è oscuro e molto death/doom-oriented, ma dall’altra ha già forti propaggini tese verso il gothic metal. Nonostante il valore di questi tre lavori, il 1994 vide lo sfaldamento del gruppo: ben tre membri della band, il chitarrista Thomas Petersson, il batterista Niklas Ekstrand ed il tastierista Kenneth Roos abbandonarono la formazione, lasciando praticamente da solo il leader (ed unico membro fondatore rimasto in lineup già dal ‘90) Johan Edlund. Quest’ultimo però non si arrese, e quasi a voler sottolineare con orgoglio la sua indipendenza artistica incise l’album della svolta: quello stesso anno arriva nei negozi Wildhoney, album che rompe col passato, da una parte abbandonando totalmente le influenze death metal e minimizzando anche quelle gotiche e doom,e dall’altra incorporando nel proprio sound fortissimi elementi di rock progressivo e psichedelico, che a tratti prendono il sopravvento: metà delle canzoni dell’album di metallico hanno infatti poco o nulla. Il risultato di tutto ciò è un lavoro molto particolare, ben descrivibile come un incrocio tra gli episodi più atmosferici di Clouds ed i Pink Floyd più oscuri ed onirici, esplicato lungo sette tracce(più tre interludi strumentali) apparentemente semplici che tuttavia, per il mood evocato e per il gran numero di particolari musicali semi-nascosti ma comunque importanti,  risultano anche fortemente inaccessibili, facendo sì che l’album richieda di un gran numero di ascolti per poter essere ben assorbito.
Si comincia con la title-track Wildhoney, breve introduzione di effetti ambientali da foresta tropicale, su cui arrivano presto un arpeggio di chitarra effettata accompagnata da un pianoforte, un minuto adatto a fiondarci diretti nelle atmosfere da sogno dell’album; poi, all’improvviso, Whatever That Hurts esplode con il suo riffage portante dal fortissimo flavour doom, che risulta potente e mastodontico, grazie anche al lento tempo su cui è adagiato. Questo riff risulta la colonna vertebrale della canzone, comparendo diverse volte, in alternanza però con momenti più eterei, dominati dalle chitarre acustiche, dagli effetti sintetici ed a tratti da beat industrial che rendono il tutto più magicamente psichedelico. La struttura prosegue con questa successione, presentando strofe senza praticamente elementi metal e ritornelli potentissimi e colmi di una disperazione intensa e tragica, sottolineata anche dalla voce di Edlund che dal sussurro delle strofe passa qui ad un growl straziante; energico è anche il bellissimo assolo centrale, ciliegina sulla torta di una opener sin da subito meravigliosa. Senza soluzione di continuità, si passa direttamente a The Ar, traccia più rapida e dinamica, che presenta un avvicendamento tra momenti più gothic/doom-oriented, con un riff accompagnato da dei cori quasi celestiali e parti in cui le ritmiche di chitarre spariscono, lasciando spazio alle dominanti tastiere dell’ottimo ospite Waldemar Sorychta(anche autore della bellissima produzione, pulita e fascinosa, del disco), le quali riescono però addirittura a risultare più oscure ed alienanti del resto, magia nera allo stato puro. La struttura si mantiene più o meno simile per buona parte della canzone, interrompendosi solo per lo stacco centrale, che consta di un’altra forte puntata nell’industrial, con un ritmo ossessivo ed estraniante a generare un’atmosfera oppressiva, che nemmeno Edlund o gli accordi di chitarra di sottofondo riescono a spezzare; il brano riparte quindi con la sua norma, per poi concludersi come era cominciato, risultando in ultima analisi semplice ma geniale, nonché probabilmente l’episodio in assoluto migliore del disco. In coda alla song troviamo 25th Floor, interludio vorticoso costituito di rumori e di suoni messi quasi casualmente, nient’altro che un momento lugubre che è la naturale conclusione del pezzo, e pur non impressionando troppo risulta comunque degno per il suo cupo mood. I toni cambiano decisamente con Gaia, che sin dalle prime note di sintetizzatore simil-sinfonico, il quale poi la dominerà per gran parte della sua durata, si presenta sì malinconica ma anche aperta e fortemente immaginifica, onirica, maestosa, perdendo l’oscurità impenetrabile delle composizioni iniziali e portandoci quasi all’interno di un piacevole sogno. Punti di forza della canzone sono la sua rilassatezza, che corrisponde anche ad una scarsità piuttosto marcata di elementi metal (i quali però in parte tornano nelle varie parti solistiche di Magnus Sahlgren, ancora una volta molto valide), ed il cantato di Edlund, roco ed a tratti quasi al limite con il growl, generando in questo modo un contrasto con la raffinatezza del resto che però risulta anch’esso estremamente godibile. La struttura è inoltre lineare, e seppur vi sia un buon numero di variazioni che tengono alto il livello d’attenzione non vi sono comunque cambi eclatanti di ritmo o di temi musicali; il risultato di tutto ciò è un altro episodio di qualità assoluta, anche se c’è da dire che essa è forse leggermente al di sotto agli episodi migliori del disco.
Torniamo al metal propriamente detto per l’ultima volta con Visionaire, che dopo un altro malinconico arpeggio di chitarra acustica, che proseguirà poi su gran parte della traccia, si porta su un lento e melodico 6/8 corredato di un riffage lento e cupo, che insieme al sofferto growl di Edlund contribuisce a creare un’atmosfera di forte infelicità, gotica ai massimi termini; in breve inoltre la canzone si evolve, facendosi per un tratto addirittura infelicemente epica, per poi calmarsi leggermente e tornare a qualcosa di più sognante nei sussurrati refrain. Questa struttura di base si ripete poi alcune volte lungo l’arco del brano, spezzandosi solo per la parte centrale, sui cui riff, i più potenti e cupi della song, appare un assolo inizialmente quasi lugubre ma meraviglioso, e che non sembra per nulla fuori luogo nel contesto, anche visto che poi si evolve in un senso più nostalgico; in questo modo la sezione si ricongiunge al resto del pezzo, il quale poi riprende la sua falsariga e va a concludersi, risultando forse secondo solo a The Ar per bellezza all’interno del disco. Kaleidoscope è costituita tutta dal  suono di una chitarra acustica e della pioggia in sottofondo,  non essendo altro che il preludio a Do You Dream of Me?, traccia che subito dopo si sviluppa soffusa e colma di effetti su di un ritmo dato solo dalla chitarra acustica, mentre la sezione ritmica è del tutto assente, almeno in questa parte: il risultato che si crea è ancora una volta poetico e sognante. Fa eccezione a questa norma la parte centrale, in cui basso e batteria compaiono per accompagnare un bell’assolo di chitarra pulita dal retrogusto quasi latino, seguita dal ritorno della parte principale accompagnato però da una chitarra distorta, che mette la parola fine ad una composizione forse a tratti un po’ ridondante, ma comunque di qualità più che buona. Senza soluzione di continuità giunge ora Planets, che pur potendo sembrare un interludio  come i precedenti è invece da considerarsi una canzone vera e propria, nonostante l’assenza di voce e di qualsiasi elemento anche soltanto rock: abbiamo infatti un brano di oltre tre minuti, la cui prima metà è dominata da un lentissimo lead di chitarra su una pletora di effetti sintetici quasi orrorifici, ma che nel complesso evoca un’eterea malinconia, lievemente cupa. Si cambia registro con la seconda parte, che è invece retta dalla tastiera e risulta molto più sognante e solare della precedente, una parte serena con un lieve retrogusto addirittura new age; il risultato è un episodio del tutto ambient, ma che lo stesso risulta a mio avviso tra i migliori in assoluto del disco. I suoni iniziali di chitarra, acuti ed echeggiati quasi come nel vuoto, seguiti a ruota dalla voce, sono il giusto preludio alla conclusiva A Pocket Size Sun, traccia che poi, pur mantenendosi tranquilla, si fa leggermente più pesante con l’ingresso della batteria del guest Lars Sköld, piuttosto heavy ma che stranamente non stona con la calma del restante brano. Parti più complesse e momenti minimali si alternano poi varie volte nel corso del pezzo, il quale si fa man mano più intenso, ma senza quasi presentare elementi metal, essendo invece più orientato ad un rock progressivo pinkfloydiano, onirico e leggermente cupo, anche se mai opprimente e sempre rilassato. Degna di nota inoltre l’evoluzione che porta il pezzo attraverso diversi cambiamenti, i quali però non intaccano minimamente la psichedelica falsariga di sottofondo; lodevoli sono anche le varie trame di chitarra che fanno bella mostra di se lungo ovunque, vero punto di forza di una canzone che dopo ben otto minuti senza un momento di noia mette fine all’album nella maniera più adatta possibile.
Il disco vero e proprio finisce qui, ma nella mia versione, come bonus, è presente anche l’EP Gaia, risalente sempre al ’94 e contenente per la maggior parte alcune versioni alternative delle canzoni già sentite in Wildhoney, spesso con variazioni minime. Tra esse hanno comunque posto due pezzi significativi: il primo è When You’re In, cover (guarda caso) dei Pink Floyd, un pezzo strumentale originariamente di classico rock psichedelico dei primi anni settanta che la band trasporta in una dimensione più metallica. Nel complesso, abbiamo perciò una song lunga e dal riffage potente, ma che esprime più solarità e psichedelica che aggressività, grazie alla carica melodica in esso contenuta ed al sottofondo di organo, che pur piuttosto nascosto da una bella mano alla creazione dell’atmosfera complessiva, per un risultato finale estremamente piacevole. Il secondo episodio notabile è The Ar (ind. mix), nei fatti niente di più che l’intermezzo industrial della terza traccia del disco espanso e reso ancor più oppressivo ed oscuro, nulla di che ma comunque un pezzo godibile, se piacciono queste sonorità.
Abbiamo tra le mani insomma un disco davvero particolare, che riesce ad essere estremamente sognante e raffinato eppure anche in qualche modo estremo, specie nelle atmosfere se non nella musica in se, generando un connubio che se oggi non stupisce, in quel 1994 di estremismi metallici era una novità assoluta. Per aver spianato la strada quindi ai vari Opeth (che esordiscono proprio l’anno successivo e provengono anch’essi, tra l’altro, dalla contea di Stoccolma), Agalloch, Wintersun, Haggard, Vintersorg, e più in generale tutti i gruppi estremi più eleganti e ricercati, ma anche per la qualità elevata che è contenuta nelle sue tracce, Wildhoney è un disco che farà felice ogni metallaro dalla mente aperta: se lo siete, perciò, il mio consiglio è di procurarvelo e di goderne! 
Voto: 95/100

Esattamente venti anni fa,il primo settembre del 1994, usciva nei negozi Wildhoney dei Tiamat, album che dimostrava a quale limite il metal estremo poteva arrivare, ed ha influenzato di conseguenza moltissime band successive. Questa recensione ne vuole celebrare l’anniversario nel migliore dei modi.
Mattia
Tracklist:
  1. Wildhoney – 00:53
  2. Whatever That Hurts – 05:49
  3. The Ar – 05:04
  4. 25th Floor – 01:50
  5. Gaia – 06:28
  6. Visionaire – 04:19
  7. Kaleidoscope – 01:20
  8. Do You Dream of Me – 05:07
  9. Planets – 03:13
  10. A Pocket Size Sun – 08:05
  11. Gaia (video edit) – 03:45
  12. The Ar (radio cut) – 03:24
  13. When You’re In – 05:49
  14. Whatever That Hurts (video edit) – 04:19
  15. The Ar (ind. mix) – 02:27
  16. Visionaire (remixed long form version) – 04:54
Durata totale: 01:06:46
Lineup:
  • Johan Edlund – voce e chitarra
  • Johnny Hagel – basso
  • Magnus Sahlgren – chitarra solista (guest)
  • Waldemar Sorychta – tastiera (guest)
  • Lars Sköld – batteria (guest)
Genere: gothic/doom metal/progressive rock
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Tiamat

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