Skyforger – Kurbads (2010)

Se gli anni ‘2000 sono stati il periodo d’oro del folk metal, molti concordano che il decennio che stiamo vivendo veda invece il genere stagnare e cominciare ad adagiarsi sui cliché, senza più le idee e la freschezza della decade precedente. Ciò in parte è anche vero: alcune band storiche hanno prodotto negli ultimi tempi lavori discutibili, e vi sono anche act di recente formazione che non riescono a vedere neanche col binocolo le vette più alte raggiunte dal genere. Dall’altro lato, tuttavia, vi sono anche gruppi degni di nota, o che addirittura cercano di rinnovare questo stile: sono in genere nuove leve, seppur a volte anche gruppi attivi da molto possano riservare sorprese. E’ quest’ultimo il caso del gruppo di cui parliamo qui, i lettoni Skyforger:  nati dalle ceneri della death/doom metal band Grindmaster Dead addirittura nel lontano 1995, la band esordisce tre anni dopo con Kauja pie Saules, in cui viene espresso un classico pagan/folk scandinavo della branca più estrema, quello insomma con una notevole componente black metal. Latviešu strēlnieki del 2000 si muove più o meno sulle stesse coordinate, ma negli anni successivi l’ensemble mostra il desiderio di rinnovamento: risultato di ciò fu che nel 2003 uscirono, a breve distanza l’uno dall’altro, Pērkoņkalve, album meno black-oriented dei precedenti, e quindi Zobena dziesma, compilation di canzoni tradizionali lettoni fedeli alle originali, senza quindi praticamente elementi metallici. Da quel momento in poi passano quasi sette anni senza che la band dia notizie di se, a parte la raccolta di demo Semigalls’ Warchant (2005); nel 2010 tuttavia, firmato un contratto addirittura con la prestigiosa Metal Blade Records, il gruppo torna alla ribalta con un nuovo disco, Kurbads. In esso, perse praticamente tutte le influenze black e pagan, la band si esprime in un folk metal più accessibile che in passato e soprattutto diverso dalla norma: al contrario di tante band moderne, la cui base è genericamente metal moderno e serve come pilastro per gli strumenti folk, veri protagonisti della scena, qui gli elementi metallici sono parte attiva quanto quelli tradizionali, possedendo inoltre una identità ben definita. Ciò si nota in particolare nei riff, pienamente ascrivibili ad un thrash metal melodico non troppo violento ma comunque di discreto impatto, e che presenta influenze black ma anche, inaspettatamente, heavy metal classico: il risultato di tutto ciò è una base ritmica ben più efficace di quella di tante altre band del genere. Se ciò, unito ad un songwriting competente ed attento, è estremamente positivo, questo disco ha anche un difetto non indifferente nel reparto vocale: il singer Peter ha infatti un timbro molto roco (il che in sé non è negativo) e sembra costantemente in difficoltà nel cantare; anche i cori risultano inoltre poco incisivi, e quindi la qualità media ne risente, seppur non di troppo come vedremo. Prima di cominciare, una parola anche per l’impianto lirico dell’album: come in tutti i dischi della carriera dei lettoni, anche qui i testi sono totalmente in lingua madre ed ispirati al folklore della nazione baltica, formando in questo caso un concept a proposito dell’eroe leggendario Kurbads, un particolare suggestivo che aggiunge una nota di colore al disco.

Con giusto qualche suono di ululato di lupi (ma senza un vero e proprio intro), Raganas lāsts (“la maledizione della strega”) si rivela da subito una opener atipica: abbiamo infatti un riffage a metà tra un oscuro black metal ed il thrash, su cui oltre alla voce di Peter troviamo un tenebroso assolo di chitarra, estremamente immaginifico. La struttura tende inoltre ad essere mutevole, e dopo uno stacco delicato parte qualcosa di più in linea con quanto sentito poi (anche se ancora senza alcun elemento tradizionale), una parte con dalla sua potenti ritmiche thrashy non troppo aggressive ma comunque incisive e divertenti: ne risulta una lunga parte centrale varia e coinvolgente, momento migliore di una opener che poi si conclude sinistra come era cominciata, risultando strana ma di buona fattura. I binari si spostano sul folk metal propriamente detto con la successiva Ķēves dēls (“figlio della giumenta”), che già dalle prime battute presenta ritmiche potenti ma tranquille, di vago retrogusto Korpiklaani, su cui appaiono i suoni dei flauti; anche il resto della canzone si conforma a questa norma, rivelandosi quasi tutta su tempi medi e presentando quasi ovunque un’atmosfera piuttosto rilassata, eccetto qualche momento più lento e cupo, caratterizzato da oscuri cori. Il vero punto di forza del pezzo sono però gli inserti di cornamuse, che spuntano a tratti e dominano totalmente con dei folli giri la vorticosa e veloce frazione solistica centrale, momento più valido di una traccia nel suo complesso risulta di altissima qualità. Bella anche la parte conclusiva, in cui chitarra e flauti si accoppiano per un bell’assolo, seguita da un’incalzante ritorno della cornamusa, prima che la parte principale ritorni e concluda la song. L’attacco iniziale di Deviņgalvis (“l’essere dalle nove teste”) è un rapido mid-tempo puramente thrash, sinistro ed incisivo, ma poi si vira su qualcosa di più folk, con l’ingresso di flauti e cornamuse e la svolta melodica delle ritmiche, che si accompagna alla creazione di un buon pathos. La canzone si svolge da qui in una struttura classica ma movimentata, che presenta strofe ancor più melodiche del resto e quasi sognanti, pregevoli per musicalità e per l’intenso feeling sprigionato, che confluiscono nel bridge, in cui le influenze thrash tornano a farsi potenti, e quindi nei chorus accompagnati dal passaggio folk già sentito in precedenza, i quali risultano anche, a causa del cantato più affaticato che altrove e ai cori non a punto, il momento di minor caratura del pezzo, pur non rovinandolo troppo; in mezzo a ciò trova spazio un bellissimo assolo di chitarra, che aggiunge un tocco in più ad una song che per varietà di atmosfere evocate si avvicina quasi al progressive, e risulta anche per questo una traccia di qualità alta (sarebbe la migliore in assoluto se non fosse per i refrain). L’introduzione della successiva Noburtais mežs (“foresta  stregata”), in cui dolci arpeggi di chitarre acustiche accompagnano una componente metallica molto melodica ed atmosferica, viene di nuovo stravolta quando il tutto vira su ritmiche più incisive, di stampo thrash/black: quando iniziano le strofe, però, le due anime della canzone si riuniscono, in uno strano ibrido che presenta riff energici ma che più che incidere crea un mood vagamente lugubre, particolare, difficile da descrivere a parole. Tutto ciò fa il suo corso lungo una struttura ancora una volta lineare che si interrompe solo per la lunga parte centrale, la quale presenta prima un bell’assolo di chitarra, quindi  per un momento il ritorno delle cornamuse; da qui, la composizione confluisce in un tratto energico, il più pesante del brano ma senza spezzarne però il feeling particolare, prima che la falsariga dell’episodio torni a farsi largo e concluda in bellezza uno dei membri migliori in assoluto della tracklist. Giunge ora Tēva dēla pagalmā (“nel cortile del figlio del padre”), un breve stacco che riprende una canzone tradizionale lettone, nei fatti niente più che quaranta secondi con la voce di Peter e lievi cori su una base costituita da un tamburo ed un cembalo; si torna quindi al metal con l’atipica Velnukāvējs (“l’assassino di diavoli”), che parte con ritmiche tipicamente power metal, sia nella sezione ritmica e nelle chitarre ritmiche, mentre al posto dei lead hanno posto le cornamuse. La composizione in seguito si fa leggermente più energica, presentandosi  anche estremamente cangiante: tra frazioni che mantengono qualche residua influenza power si passa a stacchi dal riffage di gusto black ed a bridge strani, sbilenchi e dal flavour leggermente orientaleggiante, addirittura, fino ad arrivare a quelli che sono considerabili i ritornelli; questi ultimi sono introdotti da frazioni soffuse e con la sola cornamusa presente, per poi deflagrare in qualcosa di heavy e quasi epico, ma anche sufficientemente catchy da rimanere in mente già dai primi ascolti. Nel suo complesso la canzone, pur con tutte queste variazioni, risulta piuttosto unita, grazie anche al mood generale che riesce ad evocare, estremamente immaginifico,  che fa venire alla mente una lunga avventura a cavallo, dai momenti più calmi a quelli più convulsi, generando una piccola gemma.
Un’introduzione piena di echi introduce Akmens sargs (la sentinella di pietra), altro pezzo piuttosto particolare, dal rifferama basso che a tratti presenta anche qualche vaga influenza addirittura death/doom, fatto sottolineato anche da Peter, che ogni tanto muta il suo cantato roco in un cavernoso growl, e dalla struttura che dal tempo medio delle strofe passa a qualcosa di lento e di catacombale, riflettendosi pure nell’atmosfera che emerge, lugubre e cimiteriale. La seconda parte della composizione, pur mantenendo intatte questi influssi, vira invece su qualcosa di più aperto, grazie soprattutto alle cornamuse che praticano una discreta iniezione di melodia nel brano; da qui in poi questo alternerà queste parti a momenti che recuperano i temi precedenti, intramezzati anche da frazioni pure più melodiche e con la chitarra solista a dominare. In conclusione arriva poi una sezione anche più cupa, in cui vengono fuori potenti le influenze black, giusto sigillo di un episodio ancora una volta di ottima qualità. La successiva Pazemē (“negli inferi”) è introdotta ancora una volta da un falso preludio, disteso e di folk metal quasi festaiolo, che però lascia presto il passo ad un riffage puramente thrash moderno, potente ed avvolgente ai massimi termini nonostante sia appoggiato su un mid tempo lento e marziale. Questo riff regge le strofe, mentre per i refrain il brano passa a qualcosa di più melodico, con un riff blackish quasi di sottofondo su cui il cantato e i malinconici flauti creano qualcosa anche con un discreto pathos. Questa norma domina per buona parte della canzone, interrompendosi soltanto nella sezione centrale, la cui prima parte abbandona abbastanza i toni piuttosto negativi del resto per presentare un mood quasi sereno, espresso dai particolarissimi incroci di chitarre, dalle armonizzazioni e dal sound  persino maideniano, da heavy classico; il pezzo prende poi una piega più tipicamente Skyforger con l’entrata in scena delle cornamuse, che ci riportano ad un nuovo ritornello, ancor più intenso, e quindi ad un’altra parte thrashy ma che conserva l’atmosfera vagamente infelice del resto, a sigillo di un episodio tra i migliori del platter, semplice ma geniale.  Melnais jātnieks (“cavalcatore nero”) si avvia con un riffage energico e diretto su cui si posano i “lead” delle cornamuse, a creare un effetto quasi da power melodico, con tanto della malinconia che caratterizza il genere; anche stavolta però la composizione svolta brutalmente, questa volta su un riffage thrash metal darkeggiante con influssi addirittura death, che si mantiene inizialmente piuttosto lento ma poi si porta su alte velocità, rivelandosi inaspettatamente d’impatto. Parti più rapide e parti più lente, in cui a tratti spuntano anche gli elementi folk, si alternano qui rapidamente, in un incastro che funziona piuttosto bene e riesce a coinvolgere, anche se c’è da dire che qualche momento è meno valido, e la traccia risulta perciò leggermente al di sotto a quelle che ha intorno. Siamo ormai in dirittura d’arrivo con Pēdējā kauja (“l’ultima battaglia”): il tema iniziale dei flauti, nebbioso e quasi triste, viene poi ripreso dalla chitarra in lead accompagnata dalla cornamusa, che lo trasforma in qualcosa di più evocativo e solenne; la song prosegue in questo modo per tutta la prima frazione, alternando in rapida serie momenti epici e parti più melodiche e nostalgiche, tra le quali non si può non citare il ritornello sussurrato, lieve eppur intenso dal punto di vista sentimentale. Nella seconda frazione del pezzo comincia invece una progressione che si potenzia sempre di più, abbandonando man mano la melodia e trasportandoci dritti all’interno della battaglia descritta dal testo, con l’entrata in scena di tonalità ancora una volta thrash-oriented che però non distruggono mai il flavour di velata epicità. Raggiunto l’apice, circa a metà, l’episodio torna poi gradualmente all’armonia, con la ricomparsa dei lead e delle cornamuse, le quali a tratti dominano totalmente; in questo modo la canzone lentamente si spegne, perdendo di potenza, finché una nuova melodia di flauto, lieve e dolce, ricompare insieme al metal ormai tornato sul puro “atmospheric”, e conduce la closer-track alla fine. Il disco regolare finisce qui, ma nella versione digipack vi è una traccia bonus, Kurbads, cover degli Opus Pro, uno dei pochi gruppi hard ‘n’ heavy proveniente dalla Lettonia negli anni ’80, che si presenta piuttosto eterogenea rispetto alle altre: abbiamo infatti un pezzo diretto, senza fronzoli e con pochi elementi folk, che consta di un riffage lineare ed orientato all’heavy metal più tradizionale adagiato su una struttura da tipica forma canzone, dalle lunghe strofe che si alternano a ritornelli catturanti e facili da ricordare. Al centro trova spazio anche una bella parte solistica, anch’essa che più classica non si può con il suo gusto quasi NWOBHM, seguita poi dall’entrata in scena delle cornamuse, prima della ripresa della norma, la quale poi conclude una title-track strana, sì poco in linea con il resto del disco ma comunque decisamente divertente.
Abbiamo insomma tra le mani un album originale, valido e molto godibile, che solo in virtù dei difetti già elencati non riesce a raggiungere il livello di capolavoro; e se probabilmente il prossimo album degli Skyforger riuscirà a farcela, in quanto la band avrà più esperienza che in questo momento di svolta, e riuscirà a focalizzare meglio il suo nuovo particolare genere, Kurbads è comunque degno di essere posseduto. Ovvio, se dal folk metal vi aspettate qualcosa di tradizionale, quest’album non fa per voi: se però non avete pregiudizi di questo genere, allora questo disco vi è consigliato caldamente: fatelo vostro!
Voto: 86/100
Mattia
Tracklist:
  1. Raganas lāsts – 05:04
  2. Ķēves dēls – 05:26
  3. Deviņgalvis – 03:56
  4. Noburtais mežs – 05:15
  5. Tēva dēla pagalmā – 00:39
  6. Velnukāvējs – 05:05
  7. Akmens sargs – 04:56
  8. Pazemē – 04:13
  9. Melnais jātnieks – 04:16
  10. Pēdējā kauja – 05:38
  11. Kurbads (bonus track) – 05:11

 Durata totale: 49:39

Lineup:

  • Peter – voce e chitarra
  • Martins – chitarra
  • Kaspars – cornamuse, flauti, kokle
  • Edgars “Zirgs” – basso
  • Edgars “Mazais” – batteria

Genere: folk/thrash metal
Sottogenere: melodic thrash metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Skyforger

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