Fuoco Cammina con Me fest – live @ Glue Lab, Ancona – 6 settembre 2014

I lettori più attenti di Heavy Metal Heaven ricorderanno che nel live report di alcuni mesi fa relativo al concerto dei Kröwnn e dei Reefer Masters avvenuto il 25 gennaio di quest’anno, tra le altre cose elogiavo la location, il Glue Lab: il volume altissimo a cui le band avevano suonato e l’ottima acustica erano infatti tra le cose più positive dell’intera serata. Quando, alcune settimane fa, sono venuto a conoscenza del fatto che nello stesso luogo vi sarebbe stato un festival tutto dedicato al metallo, e per giunta gli headliner sarebbero stati i Doomraiser, ho deciso che dovevo esserci, ad ogni costo. Per correttezza, sono arrivato sul posto poco prima delle ore diciassette, data di inizio della rassegna: anche se i concerti sono poi cominciati quasi alle diciotto, alla faccia del “puntualissimi” che campeggiava a lettere cubitali sulla locandina, ho potuto perciò assistere alle prestazioni di tutte e sette le band partecipanti. Prima di cominciare con la disamina dei vari concerti, qualche breve considerazione a margine: innanzitutto, per quanto riguarda l’acustica nulla è cambiato da gennaio, il locale concerti del Glue Lab è una garanzia, come tale è l’abilità dei ragazzi dietro al mixer. Altra cosa decisamente apprezzabile è stata la ripartizione egalitaria della scaletta del concerto: ogni gruppo ha potuto infatti beneficiare di circa un’ora di tempo (seppur con qualche eccezione) consentendo anche a band “minori” rispetto agli headliner di poter esprimersi al meglio, idea a mio avviso più che buona.

Eliminate
Il delicato compito di aprire il festival è affidato agli Eliminate, giovane band appartenente al revival thrash metal degli ultimi anni. Come tanti in questo movimento, il gruppo si rivela ispirato ai grandi nomi del genere ed un po’ derivativo: poco male, comunque, visto che l’impatto generato dalla band è potente, e rende molto bene in serie live, grazie anche al cantante Gabriele, che pur non muovendosi troppo (anche perché lo spazio sul palco è veramente ridotto) riesce comunque a dialogare bene col pubblico ed a coinvolgerlo. Anche il resto della band però calca il palco con competenza, forte di doti tecniche elevate: si mettono in mostra da questo punto di vista il batterista Damian, preciso e solido, ed i due chitarristi, Diego e Luigi, buoni nelle ritmiche e soprattutto nei precisi assoli. La scaletta corre veloce, con pezzi che per quanto non troppo originali sono comunque divertenti, ed a volte colpiscono anche per qualità e per coinvolgimento:  spiccano tra essi canzoni quali Thrill of the Pit (che, spiega il cantante,  è dedicata a chi ha fatto dell’estremismo la sua vita), la manciata di secondi dell’attacco grind di Fuck Totum e la veloce Assassin; contribuisce alla buona riuscita del tutto anche un sound che seppur leggermente pastoso, specie nei momenti più rapidi, si rivela comunque piuttosto incisivo. Alla fine l’impressione che rimane è buona, peccato che il pubblico apprezzi troppo poco questa prestazione, come del resto capita spesso ai gruppi d’apertura, ed il pogo non parta quasi mai: gli Eliminate, in fondo, l’avrebbero meritato.
Scaletta Eliminate:
  1. Impact Zone
  2. Cult of the Tyrants
  3. Thrill of the Pit
  4. Essential Life
  5. Blast of Antares
  6. Assasin
  7. Fuck Totum
  8. Trapped into the Vortex
Metyl(h)ate
Dopo la pausa per il cambio palco, arriva il turno degli sludgers Metyl(h)ate, provenienti da Perugia (la capitale italiana della droga, come la band stessa non a caso sottolinea subito) e che sin dalle primissime note infiammano la piccola sala concerti del Glue Lab: buona parte del merito di ciò va al singer Filippo Camilloni, autore di una delle performance più estreme che io abbia mai visto in vita mia. Il frontman infatti sin dalle prime canzoni spintona gli spettatori delle prime file dando il via al pogo, si getta a terra, facendo quasi sentire tutto il dolore e la malattia che le folli urla del suo cantato riescono ad esprimere, e poi si agita come un tossicomane, arrivando a tratti persino ad insultare il pubblico (memorabile l’introduzione del brano Fetor, in cui afferma che “sin dalla nascita, tutti noi puzziamo di…” qualcosa che si può ben immaginare) . Se il vocalist catalizza la scena, anche i musicisti alle sue spalle sono comunque indispensabili per riuscita del tutto, suonando con intensità e convinzione assoluta (ma anche con divertimento, tutto sommato) il loro rabbioso ed energico sludge metal, che sembra una versione ancor più hardcore punk-oriented degli Eyehategod, per giunta valorizzato da suoni grezzi ma estremamente efficaci. Nel complesso, quello dei Metyl(h)ate è stato uno spettacolo memorabile, e che se inizialmente mi ha spiazzato, perché certo una cosa così estrema è difficile aspettarsela, alla fine è risultato assolutamente convincente e coinvolgente.  Che il cantante lo sappia, dunque: ora che conosco come è il suo gruppo, la prossima volta che li vedrò sarò anche io a spintonarlo lì davanti (in amicizia, ovviamente!).
Scaletta Metyl(h)ate:
  1. K.Y.N
  2. Eat the Barrel
  3. Rest in Pills
  4. Hardcordette
  5. Fetor
  6. Sbudello
  7. Methylhate
Goat Vomit Noise
Si cambiano decisamente sonorità (e non solo) con l’arrivo sul palco dei Goat Vomit Noise, band anconetana con la particolarità di presentarsi come duo, senza  un bassista, che sale sul palco con tanto di face painting e si presenta con un black metal rapido e ferale, il cui unico difetto è forse proprio la mancanza di un musicista alle quattro corde, ben percepibile nella relativa vuotezza delle basse frequenze. Dall’altra parte però il genere suonato dalla band risulta piuttosto interessante, passando da momenti di influenza punk ad altri quasi epici, che si adagiano su una struttura  mutevole, dato soprattutto dal drummer Gradig, autore di una prestazione ben più varia del solito batterista black metal, che sa solo pestare ed andar veloce. Il gruppo ce la mette tutta per impressionare, anche se il pubblico sembra non gradire molto la proposta: colpa forse del fatto che dopo i Methyl(h)ate la staticità sul palco del duo (che del resto, a mio avviso, ben si sposa col suo genere) è un po’ estraniante, o più probabilmente del genere stesso che la band suona, estremamente più inaccessibile e di difficile ascolto di quelli dei due ensemble che l’hanno preceduta. Anche il sound generale non sembra aiutare in tal senso, essendo per una volta molto sporco, specie durante le parti in blast beat (e sono tante), in cui i suoni si accavallano e generano quasi una cacofonia: una vera sfortuna, dunque, visto che comunque la band ci mette l’anima, oltre ad una preparazione tecnica non indifferente, per  cercare di trasportare la gente all’interno della propria dimensione di oscurità, con in particolare il cantante R.Pest che risulta tanto gentile al di fuori del palco quanto inquietante in scena. Nonostante tutte le difficoltà, insomma, non è stato affatto un brutto concerto, e credo che ascolterò di nuovo questi Goat Vomit Noise,possibilmente però prima su disco che di nuovo live, visto quanto, come già detto, il loro sound sia di difficile assorbimento.
Scaletta Goat Vomit Noise:
  1. Intro
  2. Guide Stars for Blind
  3. Goat Vomit Noise
  4. Surrounded By Parasites
  5. Instrumental/Now the Vultures
Krydome
Un’altra virata abbastanza radicale di sound avviene quando a salire sul palco sono i Krydome, gruppo riminese autore di un death metal classico di matrice svedese, ispirato ai grandi nomi di quella scena quali Grave e primi Entombed. Proprio questo è la fonte del primo problema della loro prestazione, con il suono che per la sua natura “ultra-downtuned” tende un tantino ad impastarsi, nonostante comunque il locale concerti del Glue Lab riesce a minimizzare questo difetto, rendendolo tutto sommato veniale (anche se, c’è da dire, Runway 33, con cui è stato aperto il concerto, inizialmente ha avuto suoni poco adatti, poi corretti in corsa). Il difetto più importante del concerto del gruppo è stato invece di natura tecnica: colpa di alcuni problemi con la strumentazione e con l’amplificazione (mi è sembrato di capire che il problema principale fosse con le casse spia), che hanno funestato la prima metà del concerto, costringendo il gruppo addirittura ad una prolungata pausa al centro e minando la buona riuscita della prestazione. Se questa occasione  è stato un peccato per i Goat Vomit Noise, per i Krydome lo è stato ancor di più, visto comunque che alcune canzoni sono sembrate anche ottime, almeno per un amante dello swedish death come me, ed in più la band ha dimostrato, nel poco tempo suonato, un’ottima padronanza tecnica e del proprio genere, apparendo molto precisa e solida nella sua prestazione. Anche loro, insomma,da rivedere in occasioni migliori!

Scaletta Krydome:
  1. Runway33
  2. The Old Legend
  3. The Worst Disaster
  4. Cleaverman
  5. (senza titolo)
  6. Bet Max
  7. Blood Fucking Cannibal
Bland Vargar
Si torna dalle parti del metallo più nero con i bolognesi Bland Vargar, anche se rispetto ai Goat Vomit Noise il sound è radicalmente diverso: abbiamo infatti un black metal atmosferico ed atipico, molto più melodico e spostato sull’evocazione di mood che sull’impatto, con qualche influsso proveniente dal doom e dal folk che sono funzionali tal senso. Nonostante il look quasi casual, molto lontano da quello solito sfoggiato di ambito black, e l’atteggiamento quasi rilassato, il gruppo riesce sin dalle prime battute a convincere, immergendo la sala concerti del Glue Lab in un mood avvolgente, oscuro ed epico eppure non intenso come quello di tanti gruppi pagan, bensì estremamente diffuso, ipnotico, incorporeo, nel quale lo scream di Varg D, quasi alla Quorthon dei tempi d’oro, viene echeggiato e distorto, finendo per risultare quasi più come un altro strumento che il classico cantato. Le sole due lunghissime canzoni che compongono la scaletta insieme all’intro, trascorrono rapidissime (forse anche per il fatto che il tempo usato dalla band è veramente il più breve, rispetto agli altri), ossessive e ripetitive ma estremamente incisive, senza mai annoiare, coadiuvate anche da suoni assolutamente all’altezza; di conseguenza, il pubblico presente sembra apprezzare molto la proposta della band, nonostante essa di nuovo non sia proprio immediata ai massimi termini, anzi. L’impressione che il gruppo mi ha fatto è stata tanto buona che alla fine ho deciso di comprare sulla fiducia il loro esordio uscito da poco, Perpetual Return: bella scoperta, insomma, questi Bland Vargar!
Scaletta Bland Vargar:
  1. Intro
  2. Bruma(of Wolf and the Hunt)
  3. Notturno II (of Death and Rebirth)
Naga
E’ ormai tarda sera quando giunge il turno dei co-headliner (se così si possono chiamare, vista la già citata ripartizione “democratica” dei tempi), i Naga, che sin da subito riportano il locale nel’mood plumbeo ed etereo che lo aveva abbandonato poco prima, quando i Bland Vargar avevano lasciato il palco. Il loro sound è diverso da quello dei precedenti, attestandosi su un black/doom metal lento, martellante e dalle forti tinte sludge, risultando quasi una versione “blackened” degli Yob, corredato inoltre da un forte immaginario occulto. Il risultato finale però non cambia poi di molto: la ripetitività della band, lungi dall’annoiare, genera un’intensissima atmosferica psichedelica ed ipnotizzante, magari non epica come quella della band precedente ma in compenso nera come la notte, che ci accompagna lungo tutto questo bad trip acido oscuro, ossessivo ed ossessionante, senza possibilità di scampo. Il pubblico dal canto suo sembra apprezzare la proposta del gruppo, forse anche troppo: nonostante la lentezza opprimente dei ritmi, il mosh è praticamente costante, fermandosi solo nei brevi momenti di pausa tra le canzoni. Vorrei qui aprire una breve parentesi: io amo molto il pogo, come chi mi conosce sa bene, tuttavia quello che ha avuto luogo durante questo concerto (ed anche in quello successivo) è stato veramente pericoloso, vista l’ampiezza ridotta del locale e soprattutto per la relativa assenza di pubblico che aumentava pericolosamente la probabilità di cadute rovinose ed impatti violenti (ed è andata bene che nessuno, alla fine, si sia fatto male seriamente). Non so se sia stata colpa dei pogatori o di chi al primo lieve spintone è fuggito a gambe levate, fatto sta che questa è stata una nota negativa (probabilmente l’unica) su una serata altrimenti grandiosa. Chiudendo la parentesi, in ogni caso, nonostante ciò la prestazione è stato lo stesso ottima, ed il gruppo è riuscito così a presentare al meglio il proprio esordio, Hēn, suonato interamente per l’occasione, anche se con la scaletta in ordine sparso. Al pari del gruppo precedente, insomma questi Naga sono stati una bella scoperta, e ad ora mi sono pentito della mia decisione di fine concerto, dettata forse anche dalla scarsa lucidità della stanchezza , di non fare mio il loro full lenght: spero però che la band non se la prenda a male per questo fatto, anche visto che poi ho rimediato al mio errore acquistando il disco via internet!
Scaletta Naga:
  1. Eris
  2. The Path
  3. Hierophania
  4. Hēn
  5. Naas
Doomraiser
Nonostante la bravura di praticamente tutte le band già sentite fin’ora, io (come anche gran parte dei presenti) aspettavo soprattutto gli headliner Doomraiser: possedendo tutte le caratteristiche che rendono il doom metal il mio genere preferito (l’oscurità, l’atmosfera apocalittica, la lentezza ed i riff dannatamente potenti) in quantità industriali, mi è stato impossibile non amarli fin dai primi ascolti. Anche se la maratona di band che abbiamo visto fin’ora è stata estenuante, per quanto piacevole, presentandosi sul palco ed attaccando subito con la sua canzone forse più famosa (e di certo una delle più coinvolgenti), Another Black Day Under the Dead Sun, la band riesce ad infiammare immediatamente il pubblico. Da qui il concerto va avanti lento ma inesorabile come il possente doom venato di stoner del gruppo,con tutti i musicisti che danno visibilmente l’anima sul palco. Non c’è solo cuore, tuttavia, c’è anche un cervello ben attento (alla faccia del “drunken doom”), che si esplica in una prestazione estremamente precisa: esemplare a tal proposito è il batterista Pinna, il cui stile non è molto tecnico, cosa del resto estremamente adatta al sound del gruppo, ma in compenso è eccezionale nel tenere il tempo costante (e chi suona la batteria lo sa, quanto sia difficile riuscire non accelerare su tempi così lenti). A mettersi più in mostra è però lo scatenato cantante Cynar, che spesso e volentieri scende dal palco per entrare nella zona pogo, non riuscendo a stare fermo nemmeno un secondo, e nonostante lo scarso dialogo riesce a coinvolgere estremamente bene il pubblico; alla buona riuscita del tutto contribuisce anche il sound, che nell’acustica del Glue Lab incide alla perfezione, tagliente e potente ai massimi livelli. Ad essermi piaciuta di meno, soggettivamente parlando, è stata invece la scaletta: pur presentando pezzi da novanta come la stessa opener di Erasing the Remembrance, la terremotante The Raven e la bella Dream Killers, non prevede però inizialmente nemmeno un pezzo dall’esordio della band, quel Lords of Mercyche come saprete dalla recensione è uno dei miei dischi doom metal preferiti di tutti i tempi; fortunatamente però, appena la band smette di suonare le ultime note della prima metà di Rotten River, qualcuno dal pubblico chiede a gran voce The Age of Christ, e così l’ensemble attacca con la traccia d’apertura dell’esordio, per il momento per me migliore dell’intero concerto insieme all’apertura, da brividi per intensità, mettendo così definitivamente la parola fine sulla serata. Insomma, i Doomraiser non mi hanno minimamente deluso , ed anche se questa non era la prima volta che li vedo dal vivo, spero che in futuro tornino ancora da queste parti, per poterli di nuovo gustare in concerto (magari con più pezzi da Lords of Mercy)!
                                                                                                                                         
Scaletta Doomraiser:
  1. Another Black Day Under the Dead Sun
  2. Vampires of the Sun
  3. Dream Killers
  4. The Raven
  5. Like a Ghost
  6. Rotten River
  7. The Age of Christ
Gran bella serata insomma quella dello scorso sabato al Glue Lab, tra le migliori a cui abbia mai partecipato qui nei dintorni. Complimenti vivissimi quindi a tutte le band presenti, nessuno escluso, ed anche agli organizzatori di questo bel festival, nonché, soprattutto, ai gestori del Glue Lab che organizzano sempre live così validi, avendo creato ormai un punto nuovo di riferimento per i (pochi) metallari dell’anconetano, che negli scorsi anni mancava. Per il resto, null’altro da dire che: al prossimo live report!

Mattia

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