Winter Tales – Voyager (2013)

Sarà banale dirlo, ma una delle cose più importanti che un musicista, metal o meno che sia, deve possedere è la passione. Sebbene non sia sufficiente da sola a dar vita un capolavoro, l’amore di chi suona per ciò che suona è assolutamente necessario per la creazione di musica che sia almeno buona. E’ questo il motivo per cui, per esempio, tante power metal band uscite nell’ultimo decennio, spinte più dalla ricerca del successo e dei facili guadagni che dalla passione per il genere, abbiano creato lavori assolutamente mediocri ed insignificanti; sempre lo stesso è il motivo per cui invece un gruppo come i miei conterranei Winter Tales, pur stilisticamente analogo, si ponga invece ben al di sopra alla media dei suddetti act. Nata a Jesi (Ancona) addirittura nel lontano 2000, la band attraversa sin da subito vari problemi, specie di formazione, che non gli consentono di progredire. La lineup riesce a stabilizzarsi solo dopo dieci anni, nel 2010: la tranquillità che ne consegue conduce l’ensemble a pubblicare, alla fine del 2013, il tanto agognato esordio su lunga distanza, Voyager. In esso la band jesina si produce in un power metal che pesca in parte dal sound melodico scandinavo, in parte da quello più ruvido tipicamente teutonico, con le maggiori influenze che sembrano essere Stratovarius, Gamma Ray, Freedom Call e soprattutto Helloween; il tutto è corredato dalla voce del chitarrista Ruben Frattesi, quasi un Timo Kotipelto meno tecnico ed acuto, che forse nel periodo d’oro del power si sarebbe definito non all’altezza, ma che ora risulta più originale e piacevole di tutti quegli imitatore di Kiske o di Matostecnicamente perfetti ma banali. Nonostante la band abbia qualche spunto di personalità, come la appena citata voce o anche le lunghe ed interessanti trame strumentali caratterizzanti gran parte delle canzoni, vi sono anche molti cliché power all’interno del disco, che perciò pecca di originalità; nonostante ciò, però, la passione che trasuda dalle tracce di Voyager è comunque palpabile, ed il risultato è un lavoro sì stereotipato ma anche convincente, e che riesce perciò ad essere ben al di sopra del lavoro power medio dell’ultimo periodo. Prima di cominciare, una parola anche per la produzione, che è stata curata dalla stessa band all’insegna del “do it yourself” (come si può notare anche dal disegno piuttosto stilizzato che costituisce l’artwork): il sound impostato risulta secco e sporco, certo molto inferiore a quella tipica del genere power, anche se ciò non abbassa di molto la qualità, visto anche che di solito ad un suono del genere corrisponde una cura strumentale scarsa e frettolosa, con errori tecnici che la band, qui decisamente precisa, praticamente non commette.

L’intro di rito, Main Theme, è in realtà un brano vero e proprio, del tutto strumentale ma lungo ben tre minuti (seppur passi così veloce che non sembra), che si apre con il sibilo di un vecchio vinile, su cui presto arriva un triste arpeggio di chitarra insieme agli effetti di una tastiera semi-sinfonica. Tutto ciò va avanti per circa un minuto, prima di lasciar posto alle chitarre distorte, che esplodono e cominciano sin da subito a prodursi in incroci ed in parti solistiche; esse si appoggiano su di una sezione ritmica lenta ma costante ed incalzante, che si spezza solo per il finale, più vario ritmicamente e che lascia presto spazio al primo brano cantato, Fly Away. Quest’ultimo, dopo un ulteriore preludio sancito dalla chitarra ritmica, si avvia come un pezzo tipicamente power in ogni dettaglio, dalla batteria rapida e sempre in doppio pedale di Luca Galtelli alle ritmiche di chitarre intricate ed a metà tra incisività e melodia, passando per i ritornelli, ultra-catchy ed happy alla Helloween (e tra l’altro le melodie ricordano da lontano Eagle Fly Free). Le parti solistiche, sia del tandem chitarristico formato da Frattesi e da Luca Magnanelli che della tastiera dell’ospite Pietro Bucari (interprete, insieme al compagno nei Nacom Lorenzo Marcelloni, anche di tutti i cori) risultano decisamente buone, ed anche il rifferama non è malvagio, ma per il resto il brano stecca un pochino, sia per gli stereotipi che lo rendono poco incisivo, sia per il sound, che è il peggiore del disco, specie nei refrain dove i cori sono un eco quasi indistinto, e risultano quasi cacofonici col resto. Il risultato è un pezzo decente ma nulla più, e che per questo risulta anche l’episodio minore dell’album. Con Melodic Death le coordinate stilistiche non si spostano di una virgola, anche se la qualità si innalza sensibilmente: già le prime ritmiche di chitarra sono molto più efficaci di quelle dell’episodio precedente, e quando la canzone entra nel vivo con l’arrivo in scena della voce di Frattesi si crea qualcosa di energico e molto incalzante,che genera un feeling dal vago retrogusto evocativo; tale mood si fa ancor più intenso nei bridge, mentre al contrario i ritornelli sono happy ed assolutamente liberatori, e si lasciano cantare a meraviglia.  Particolare, ma riuscita, è anche la scelta di non impostare la song con la classica forma canzone, presentando invece la progressione dalle strofe ai chorus solo due volte, tra le quali ha posto una lunga parte strumentale, inizialmente soltanto ritmica ma su cui trova poi spazio l’assolo: il risultato è una breve composizione di alta qualità, che rappresenta anche, per impostazione strutturale e per spunti melodici, la perfetta bandiera dello stile degli Winter Tales. La parte iniziale della successiva My Confession è incalzante ai massimi termini, dotata com’è di un riff pressante e che evoca un mood di urgenza; il brano quindi si modifica, e dopo aver attraversato qualche passaggio strumentale mutevole e dal riff circolare che quasi ricorda i Running Wild, giunge al ritornello, che pur presentando ancora una gran intensità sfoga comunque le tensioni accumulate sin’ora, ed entra di nuovo facilmente in testa. Degne di nota ancora una volta le parti solistiche che qua e là punteggiano la canzone, adattandosi di volta in volta al mood, a tratti più disteso a tratti più cupo, che essa attraversa, ciliegina sulla torta di qualcosa ancora di buona caratura. Un’ introduzione ossessiva e vagamente oscura del basso di Marco Marcelloni e della cassa di Galtelli sono il preludio perfetto a Black Crow’s Wing, brano che si snoda quindi su un tempo medio-alto e presenta strofe potentissime, veramente coinvolgenti ed avvolgenti con la loro carica scura e quasi epica. Tale mood è però destinato a sparire coi ritornelli, che virano decisamente, come ormai siamo abituati, su qualcosa di molto più solare, melodico e catchy. Molto valida anche la lunghissima parte di assoli di chitarra centrale, varia e strumentalmente molto interessante, passando da momenti più solenni ad altri che sono veri e propri vortici di note, risultando per questo la sezione migliore di un pezzo che ha comunque in toto un ottimo songwriting, e si assesta giusto di un pelo sotto gli episodi migliori del lotto.
Dopo quattro brani più o meno tirati, la situazione si calma decisamente con …and I Wait, la classica power ballad che presenta strofe soffuse e dominate dalle chitarre acustiche ad alternarsi ai ritornelli, più potenti ed intensi sentimentalmente. Nonostante il cliché, però, la canzone risulta comunque molto ben fatta, grazie ad un songwriting competente che si esplica in degli arpeggi delicati, dolcissimi e particolari delle chitarre pulite nei momenti più soffici, ed in chorus assolutamente convincenti con il pathos intenso e veritiero dato dal botta e risposta tra il singer ed il coro, evidenziando al meglio quanto la band creda nella propria musica, lontano da quelli che ormai lo fanno solo per lavoro: il risultato è un episodio lungo sei minuti ma che non annoia, e che seppur non sia chissà quale capolavoro immortale, è comunque ottimo e godibilissimo. Di solito in un disco non si accostano due tracce lunghe, perché si rischia di annoiare l’ascoltatore, ma gli Winter Tales lo fanno, ed il risultato gli dà pure ragione: ciò è però dovuto in buona parte anche alla qualità del brano che giunge ora, Voyager, probabilmente il migliore in assoluto del disco. La title-track è infatti inizialmente un episodio piuttosto complesso, forte di una progressione che attraversa vari riff  ben uniti in un incastro che funziona bene, intervallato da momenti in cui è invece la sezione ritmica (ed in particolare le quattro corde di Marcelloni) a catalizzare la scena; la struttura poi si stabilizza su una forma canzone piuttosto classica, anche se con qualche variazione in più rispetto a quanto sentito in precedenza. Ad essere più mutevole è però l’atmosfera, che passa dalle strofe impegnate ma distese ai bridge vorticosi ed estremamente energici, fino a giungere ai ritornelli, che si rivelano estremamente allegri e divertenti, riuscendo facilmente a contagiare l’ascoltatore con una gioia intensa. In ogni caso, ottima per l’ennesima volta la lunga parte strumentale posta a metà traccia, e molto buona anche quella lunga posizionata in coda, ad arricchire ancor di più una canzone veramente bella, una piccola gemma di power metal da fare invidia, per qualità, a gran parte delle band odierne. Si cambia decisamente aria con Hands Down, brano solare e spensierato lungo tutta la sua durata, grazie anche ad un riff molto divertente e quasi rockeggiante, un chorus allegro e speranzoso e quella certa attitudine sbarazzina che ha fatto grandi i due Keeper of the Seven Keys. Dall’altra parte, qualche scelta ritmica troppo spezzettata funziona meno bene, ma comunque il complesso non ne risente troppo: abbiamo infatti una song godibilissima e divertente, che non sfigura rispetto ai migliori episodi dell’album. Nel finale, giunge un nuovo cambio di atmosfere: la conclusiva Winter Tales risulta fin dall’inizio rapida ed incalzante, presentando un mood quasi battagliero che stavolta prosegue in tutta quella che è la “norma” del pezzo senza mai interrompersi, né nelle strofe dai passaggi di retrogusto maideniano, né in quelli che sono considerabili i ritornelli, stacchi più cadenzati ed in cui le ritmiche vanno in secondo piano ed a dominare, oltre a Frattesi, è la chitarra in lead. La canzone è inoltre molto mutevole e presenta sezioni piuttosto varie, tutte accomunate però da un comparto strumentale di qualità: esemplare da tale punto di vista è la frazione centrale, che tra i vari assoli presenta anche un tratto in cui la voce di Frattesi è accompagnata dal solo pianoforte di Bucari, un momento di liricismo intenso che prosegue anche nella parte successiva, in cui la chitarra fa la sua ricomparsa preludendo al ritorno in scena del metal, che è però lento, melodico e quasi romantico, presentando un mood sempre molto disteso. Ci si aspetterebbe forse che la song termini così, ma poi improvvisamente essa accelera di nuovo, riprendendo l’epicità già sentita in precedenza; in questo modo, il tutto giunge infine, dopo quasi cinque minuti e mezzo che sembrano però di più, per quanto essa è immaginifica e piena di trame strumentali, alla sua fine, rivelandosi insieme alla title-track la traccia migliore dell’album,e dando a quest’ultimo il suo giusto gran finale.
Voyager è insomma un album tanto lontano dal livello di capolavoro immortale quanto onesto e veritiero, espressione di una band ancora alla ricerca della propria personalità definitiva ma che ha già dalla sua una forza di volontà ed una passione se non altro ammirevoli. Gli Winter Tales hanno probabilmente dei margini di miglioramento, rispetto a questo esordio,ma se siete amanti dello stile metal più elegante e melodico, il mio consiglio è comunque di farlo vostro: potrete trovarvi un prodotto sopra alla media del genere di questo periodo, che potrà regalarvi molte ore di buon divertimento in salsa power.
Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:

  1. Main Theme – 03:00
  2. Fly Away – 04:39
  3. Melodic Death – 03:32
  4. My Confession – 04:15
  5. Black Crow’s Wing – 05:22
  6. …and I Wait – 06:04
  7. Voyager – 07:23
  8. Hands Down – 04:16
  9. Winter Tales – 05:21

Durata totale: 43:52

Lineup:

  • Ruben Frattesi – voce e chitarra
  • Luca Magnanelli – chitarra
  • Marco Marcelloni – basso
  • Luca Galtelli – batteria
  • Pietro Bucari – tastiera (guest)

 Genere: power metal

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