The Black Rook – The Black Rook (2014)

Per chi ha fretta: 
Nonostante provengano dal Brasile, terra non famosa per l’heavy metal classico, i The Black Rook da Rio de Janeiro suonano proprio questo genere nel loro esordio omonimo (2014). Si tratta di un album ispirato agli anni ottanta e in particolare al lavoro di Ronnie James Dio, sia coi Black Sabbath che da solista, il che lo rende molto derivativo. Dall’altra parte il gruppo compensa la sua mancanza di originalità con  un buon gusto melodico, la bravura del cantante Flavio Senra e anche una registrazione all’altezza. Si tratta del miglior punto di forza di una scaletta con alcuni squilli, come la opener Checkmate, la title-track e la traccia di chiusura Dark Disease, na sono presenti anche un paio di riempitivi (Forget My Name, I Am) e in generale il livello è solo discreto. Concludendo, The Black Rook è un album carino ma poco adatto a chi preferisce qualcosa che sia anche solo un minimo originale. 

La recensione completa:
In ambito metal, il Brasile è conosciuto principalmente per la sua scena thrash estremo di metà degli anni ’80, di cui principali esponenti erano Sepultura, Vulcano e Sarcófago, e per il moderno progressive/power metal degli Angra nella decade successiva. Sarebbe però ingiusto ridurre la scena del paese sudamericano a solo questi quattro nomi, risultando essa infatti molto ampia, ed avendo spazio anche a band dal suono più classico: è questo il caso dei The Black Rook. Nato nel 2011 a Rio de Janeiro, il gruppo esordisce sulla lunga distanza quest’anno con un album omonimo, quello di cui parliamo qui: in esso, viene espresso un sound che oltre a Judas Priest, Riot ed Armored Saint, omaggia a piene mani soprattutto Ronnie James Dio, sia quello solista, la cui influenza è visibile nelle partiture a tratti più ricercate e vagamente power, ed anche nei ritornelli che ripetono rigorosamente il titolo dei pezzi in cui sono contenuti, sia, in maggior misura, quello coi Black Sabbath, vista la carica cupa e vagamente epica che le canzoni presentano, riportante alla memoria a volte il periodo di Heaven and Hell ed in altri momenti quello di Dehumanizer. Il suono della band è insomma piuttosto derivativo, ed il fatto che la maggior parte delle tracce abbia una struttura molto semplice non aiuta certo a renderlo migliore; in compenso però la band possiede un buon gusto melodico, ed il risultato non è poi così scadente, anche per merito del dotato cantante Flavio Senra, magari non paragonabile al cantante italoamericano ma che con la sua voce calda e mutevole riesce a rendere il tutto molto più interessante. Prima di passare alla disamina per i brani, qualche parola anche per la produzione: il sound generale è decisamente pulito e curato, ed il suo essere al tempo stesso moderno ma comunque adatto alle sonorità vintage del gruppo è un altro punto a favore dei brasiliani.
Senza alcun intro, la opener Checkmatesi avvia subito col riff principale che sostiene tutta la traccia, nelle sue poche variazioni, e risulta veloce, energico e con addirittura qualche influenza vagamente doomy; esso si adagia su una struttura canzone classica, che alterna le potenti strofe ai ritornelli, pesanti ma anche catchy, i quali risultano la parte migliore della song. Nel mezzo trova spazio anche un rapido e tradizionale assolo del polistrumentista Rubens Lessa, una parentesi piacevole che poi confluisce in una sezione più oscura e cadenzata, unica variazione macroscopica in un pezzo come detto molto lineare, ma che comunque per dinamismo risulta di ottima fattura, entrando da subito tra i migliori del lotto. La successiva The Black Rook si stabilizza da subito su di un rifferama ricorsivo e su di un mid tempo cadenzato, marziale e possente, in una fusione che ricorda i Manowar ed i Priest più solenni; su questo tappeto si adagia la voce potente ma espressiva di Senra, che da il meglio di sé nei refrain, ritmatissimi e molto carichi. La traccia procede su questa falsariga per quasi tutta la sua durata, spezzandosi giusto per un breve tratto al centro, retto solo dalla sezione ritmica; per il resto, abbiamo qualcosa di parecchio ripetitivo e lungo (oltre sei minuti), ma che grazie al suo mood solenne ed energico non annoia, risultando invece addirittura tra gli episodi più validi del disco insieme al precedente. Con Unfortunate arriva un brano più hard rockeggiante di quelli sentiti fin’ora, seppur permanga una vaga atmosfera cupa, data principalmente dal sound moderno, che però non distrugge il gusto tradizionalista della composizione. Purtroppo, il pezzo ha il difetto di essere molto semplice e ripetitivo, il che ne rovina un po’ la resa, anche se un buon dinamismo ed un bel riffage lo fanno risultare piuttosto godibile, non lasciandolo sfigurare troppo con le canzoni precedenti, tutto sommato. Sin dall’incipit solistico della successiva Forget My Name ci ritroviamo davanti ad un episodio più melodico e con più influssi power dei precedenti, che tenta di evocare un certo pathos: in parte ci riesce anche, come nell’intenso ritornello, ma la composizione ha anche qualche momento meno incisivo dal punto di vista emotivo come le strofe, che risultano piuttosto anonime. Pure la lunghezza eccessiva (quasi sei minuti anche qui), unita all’assenza pressoché totale di variazioni non aiuta, ed abbiamo probabilmente il brano di caratura inferiore dell’intero album. Anche Heart of Steel, che segue, si avvia in maniera piuttosto melodica, anche se sullo sfondo vi è un lento e possente tempo impostato dalla batteria dell’ospite Celo Oliveira, per poi sterzare su un mid tempo dal rifferama prepotentemente vintage, che risulta vario ed anche parecchio efficace in tutti i passaggi delle solide strofe; la canzone varia poi molto più che altrove, passando per dei bridge più melodici che ci conducono a refrain apparentemente cupi e rabbiosi, ma che in realtà sono solo molto intensi sentimentalmente. Nella parte centrale si apre anche una lunga parentesi più soffusa e dolce, che vede sparire gli elementi metallici a favore di una parte tutta votata al feeling, una breve apertura che prelude ad una bella parte solistica e quindi al ritorno della norma principale, che mette la parola fine ad un brano di poco sotto agli episodi migliori dell’album.
Rats è una traccia più cupa e moderna delle altre, che riporta alla mente le sonorità di Dehumanizer, con il suo riffage portante cupo e dal retrogusto thrashy e la voce di Senra a graffiare più del solito, che si adagiano su di una struttura estremamente semplice, in cui i ritornelli praticamente sono solo degli stacchi meno aggressivi in cui viene ripetuto il titolo. Solo la parte centrale varia un pochino, passando dal mid tempo in qualcosa di leggermente più veloce, e risultando la parte migliore di una canzone forse un po’ sottotono, ma comunque di fattura non malvagia. Si torna a qualcosa di leggermente più classico con I Am, che dopo un inizio lieve con solo una chitarra effettata, si avvia come un quadrato brano di heavy metal tradizionale e melodico, che ricorda da lontano quasi Heaven and Hell, grazie anche il ritmo cadenzato ed all’atmosfera seria e particolare che si genera. Ovviamente però la qualità tra il capolavoro dei Sabbath e questo episodio è abissale, anche perché esso si rivela piuttosto al di sotto rispetto a quelli che ha intorno, colpa di una generale anonimità delle soluzioni melodiche che la fanno risultare la traccia filler del disco insieme a Forget My Name. Ancora heavy leggermente più moderno con la potente Temptation (Will Bring Me Down), che è dotata di un rifferama portante molto incisivo e di una struttura che va subito al punto, alternando in rapida serie i vorticosi ritornelli, i convulsi e brevi bridge ed i refrain, ossessivi e quasi lugubri. La parte centrale, lenta e cadenzata, è inoltre anche più oscura del resto, e riesce a potenziare l’aura darkeggiante che aleggia ovunque, rendendo il brano più che buono, seppur esso non sia dopo tutto niente di trascendentale. Dopo una strana pausa di alcuni secondi, forse un brutto refuso di produzione, parte Madman in Chains,  pezzo che può inizialmente sembrare ancora molto pesante; quando entra in campo il cantato, tuttavia, si capisce che esso è l’episodio che si avvicina più al concetto di “lento“ in questo disco privo di ballate, vista l’atmosfera per nulla aggressiva ed evocante solo una carica sentimentale anche non indifferente,che raggiunge l’apice nei ritornelli, ancor più delicati e melodici del resto, seppur sempre su coordinate metalliche. Ottimi anche i vari passaggi strumentali qui presenti per rendere la canzone più efficace, per una song tutto sommato di qualità. La tradizionale traccia lunga finale, Dark Disease è fedele al proprio titolo: dopo un introduzione di effetti sintetici e di voci sussurrate, decisamente inquietanti, si avvia difatti un pezzo dai forti influssi doom e dall’atmosfera plumbea e malata, generata da un riffage estremamente tagliente e strisciante ed acuita dal cantato di Senra, che qui da il meglio di se nel risultare lugubre, e dai ritornelli, dal mood quasi apocalittico e nero come la notte, uno dei punti di forza assoluti del brano. Degna di nota anche la parte centrale, a tratti più rapida ma senza perdere l’oscurità del resto, che anzi si fa pure più intensa; questa sezione è il preambolo alla ripresa della colonna vertebrale della canzone, la quale poi termina com’era iniziata, inquietante e piena di effetti: il risultato è la traccia più valida del lotto, probabilmente meglio anche del duo iniziale, e che da un finale col botto a quest’album.
Abbiamo insomma un esordio acerbo e troppo derivativo, ma che comunque mette in evidenza buone capacità da parte della band, la quale del resto impressiona più di alcuni act anche più blasonati del revival heavy classico degli ultimi anni. Se siete appassionati di metal tradizionale e non cercate a tutti i costi un capolavoro o anche solo l’originalità a tutti i costi, i The Black Rook fanno insomma al caso vostro: se però invece dal metal volete qualcosa di più o anche solo qualcosa di originale, allora vi conviene lasciar perdere e cercare altrove.
Voto: 72/100 
Mattia
Tracklist:
  1. Checkmate – 04:03
  2. The Black Rook – 06:04
  3. Unfortunate – 03:39
  4. Forget My Name – 05:49
  5. Heart of Steel – 05:49
  6. Rats – 03:56
  7. I Am – 04:52
  8. Temptation (Will Bring Me Down) – 04:59
  9. Madman in Chains – 05:01
  10. Dark Disease – 07:47

Durata totale: 51:59

Lineup:

  • Flavio Senra – voce
  • Rubens Lessa – chitarre, basso, tastiere
  • Celo Oliveira – batteria

Genere: heavy metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei The Black Rook

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