Xerath – II (2011)

Negli ultimi anni, all’interno del mondo del rock si è avuta una forte controversia sul fenomeno djent: è esso considerabile un genere metal oppure no? Personalmente, credo che la verità stia nel mezzo: vi sono infatti band djent con origini metalcore ed alternative, che quindi di metal vero e proprio hanno poco o niente, ed esistono altri act le cui radici sono ancora fortemente ancorate nel groove metal, e per questo sono da considerare metal, seppur “di confine”. A maggior ragione, è quindi giusto includere nei limiti del nostro genere preferito una band come gli albionici Xerath: il loro stile presenta infatti anche qualche influenza dal groove classico e soprattutto una notevole componente progressive, che si esplica in atmosfere cangianti e soprattutto nelle sonorità sinfoniche che accompagnano quelle metalliche. A differenza della maggior parte degli act symphonic metal odierni, le orchestrazioni del gruppo non sono però rapide e barocche, ma solamente un sottofondo placido e dissonante, creando spesso un forte contrasto con le movimentate ritmiche del gruppo: tutto ciò, insieme alla voce tipica del cantante Richard Thomson, urlatissima e che quasi rasenta lo scream, rende lo stile della band descrivibile molto bene come ciò che suonerebbero i Dimmu Borgir se improvvisamente decidessero di virare sul djent . Se questo genere è piuttosto particolare ed originale, gli inglesi non sono però esenti da criticità, almeno per quanto riguarda il secondo album II, che analizziamo qui: le canzoni  sono infatti a volte troppo scollate e presentano  ogni tanto momenti tecnici inespressivi e troppo fini a se stessi, pur nel livello tecnico altissimo che la band dimostra in ogni passaggio. Prima di cominciare con la recensione è necessaria una nota a margine: come si sarà potuto intuire, le tracce di questo disco sono estremamente complesse, tant’è vero che è stato difficilissimo assorbire questo album, e non sono certo di esserci riuscito del tutto: la recensione perciò non vuole avere, specie nelle descrizioni musicali, pretese di completezza.
Dopo un intro totalmente sinfonico, lento e maestoso, la prima traccia Unite to Defy si avvia subito con un riff potente ed estremamente ritmato, che già dall’inizio fa comprendere davanti a cosa ci troviamo. In ogni caso, la canzone prosegue per la sua prima parte estremamente tecnica ma anche molto rabbiosa, sia nei riff che nella voce di Thomson, riuscendo però a risultare, grazie al tappeto sinfonico,  anche in qualche modo eterea, celestiale. Progredendo, però, la composizione si fa più vorticosa ed oscura, con dei tratti in cui dominano totalmente dei riff più djent-oriented; questa sezione ci conduce alla parte finale, quasi del tutto strumentale e che sintetizza perfettamente le due anime della canzone, portandola infine a compimento nel migliore dei modi. Nonostante la tempesta di note che è quest’album, il riff iniziale di God of the Frontlines, spezzato, potente, accompagnato dai fragorosi suoni del corno e posto su un mid tempo inaspettatamente semplice ritmicamente, è perfettamente riconoscibile, anche grazie al suo ritornare spesso lungo la canzone; quest’ultima risulta infatti più lineare di quelle che ha intorno, e nonostante la quantità non indifferente di variazioni presenta una intelaiatura forte, che si snoda da questa parte principale ai bridge, più rabbiosi e panteriani, fino ad arrivare ai ritornelli, in cui i cori eterei dominano generando un feeling espanso, che quasi non evoca aggressività.  Questa struttura si ripete, inframezzata da altri momenti più vari ma tutti ben inseriti nella linea della canzone, ed il risultato è uno dei migliori episodi del lotto. Con Reform Part III la band spinge  la velocità e l’aggressività ai termini estremi: inizialmente infatti i suoni sinfonici sono quasi assenti, ed abbiamo diverse frazioni che si alternano in rapidissima serie, alcune addirittura in blast beat, altre leggermente più lente, ma tutte accomunate da un’energia assolutamente distruttiva. Anche il tappeto sinfonico, quando entra in scena, non è etereo ma atto invece a gettare un alone di oscurità sulla canzone, rendendola più oppressiva; ottima a tale proposito è anche la frazione ultratecnica posta al centro, probabilmente la più valida di un altro buon episodio, anche se a tratti un po’ troppo fine a se stesso nei propri tecnicismi. La seguente The Call to Arms si avvia decisamente più calma, constando di un riffage piuttosto grasso che ricorda il groove meno violento e più disimpegnato; tale caratteristica prosegue anche nelle evoluzioni successive, che vede dei tratti dai ritmi più lenti ed in cui Thomson passa dallo scream ad una voce pulita anche di discreto impatto. Seppur vi siano dei passaggi di assoluto valore, come quello centrale, caratterizzato dalle variazioni folli di ritmo e dalle incursioni dissonanti dell’orchestra, la canzone risulta comunque un po’ troppo scollata, e quindi purtroppo di caratura minore rispetto a quelle che ha intorno, anche se comunque il suo valore è senz’altro decente.  Giunge ora Machine Insurgency, il cui intro disteso fa presagire qualcosa sulla falsariga della precedente: la premessa viene però infranta dall’entrata in scena della canzone vera e propria, constante di un riff djent con qualche influenza addirittura nu metal e di nuovo caratterizzata dalla quasi totale assenza della componente sinfonica; questa norma mantiene inoltre una sua certa identità, nonostante il numero immenso di variazioni attraverso cui passa man mano che la canzone va avanti. Nuovamente, la parte migliore della canzone risulta quella quasi del tutto strumentale posta al centro, poliritmica e tecnica ai massimi livelli, potente e piena di groove, mentre per il resto la canzone risulta ancora una volta afflitta dal difetto del disco in cui è contenuta, e seppur superiore alla precedente grazie alle suddette proprietà, risulta comunque imperfetta. 
L’orchestra torna a dominare con Sworn to Sacrifice, traccia sin da subito compatta e varia nel riff e nella sezione ritmica ma che recupera anche l’espressività, grazie ad un tempo mai troppo estremo e che si mantiene più o meno costante, risultando a tratti lo stesso martellante ed oppressiva per poi però virare in altri momenti su qualcosa di più etereo e disperso.  Il pezzo attraversa mood anche molto diversi tra loro, rivelandosi complessa a livello di struttura forse anche più delle altre; ciò però stavolta non è un difetto, anzi, perché il complesso risulta decisamente efficace e senza nessun momento futile.  Dopo un brevissimo e lieve preludio, Enemy Incited Armageddon entra pian piano nel vivo presentando sin da subito un feeling solenne, quasi epico a tratti, che si evolve ma mantiene inizialmente una falsariga di sottofondo piuttosto solida; ciò viene però meno quando improvvisamente gli elementi metallici spariscono, per un tratto in cui la sola orchestra si propone in della delicata musica sinfonica moderna. Il metal torna presto a fare il suo corso anche più potente, iniziando a progredire maggiormente che in passato, attraversando momenti anche piuttosto melodici ed altri invece di potenza e di rapidità estrema, e mantenendosi quasi del tutto strumentale, dal principio fino alla coda finale, sempre più soffusa e delicata fino a spegnersi. Il risultato di tutto ciò è una mini-suite di oltre sette minuti che però non annoia quasi mai, e pur non essendo chissà che, risulta comunque di fattura buona. La seguente Nuclear Self Eradication si avvia con un brutale assalto djent, preludio ad un pezzo meno pesante ma egualmente energico,  che presenta momenti dai complessi fraseggi groove che si alternano ad altre frazioni dal riff più ossessivo e semplice, spesso corredate dal possente tappeto orchestrale in sottofondo. Queste ultime sonorità prendono il sopravvento nella sezione centrale, potente ma anche in qualche modo vagamente serena e sognante, il momento migliore di una canzone comunque in toto apprezzabile, qualitativamente giusto un pelo sotto ai migliori episodi del disco. Giunge ora Numbered Among the Dead, il cui riff iniziale, potente ed adagiato su di un mid tempo, proseguirà per buona parte della canzone, anche se presto sarà accompagnato da orchestrazioni quasi dissonanti e dallo scream di Thomson, pressoché cantilenante in questo frangente; ad interrompere tale norma, entrano in scena ogni tanto delle parti più tecniche e vorticose, brevi momenti che però risultano ben integrati nella struttura della canzone. Altre volte invece a far capolino sono delle sezioni più melodiche e delicate, come quella finale, che presenta un assolo lento e bellissimo, ciliegina sulla torta del brano migliore del platter insieme a God of the Frontlines. Dopo un breve intro del grande drummer Michael Pitman, parte The Glorius Death, brano di nuovo djent-oriented ma anche piuttosto particolare nel mood, grazie alle orchestrazioni potenti ed eccezionalmente solari anche rispetto a quanto sentito fin’ora; il tutto inizialmente si adagia inoltre su di una struttura semplice e che tende apparentemente a  ripetersi, anche se il numero di piccole variazioni è comunque alto, soprattutto nel reparto vocale, ma anche in quello ritmico. Questa parte sembra dover proseguire a lungo, ma d’improvviso il metal si arresta del tutto, ed ha luogo un lungo interludio sinfonico, che ricorda gli episodi più distesi di un Antonín Dvořák o di un Edvard Grieg; questa musica continua a fare il suo corso anche quando gli elementi metallici tornano ad irrompere con potenza in scena, su un ritmo lento e marziale che riesce a potenziarne anche di più il mood di solenne serenità. La band torna quindi a qualcosa di più technical-oriented, ma solo per un momento, perché il gran finale della canzone è ancora una volta dominato dall’orchestra ed in particolare da cori di voci liriche femminili, un nuovo momento d’atmosfera che dopo oltre otto minuti e mezzo mette fine all’album in un maniera più che degna.
Abbiamo insomma un album riuscito a metà, che evidenzia buone cose ma che dall’altra parte condivide il destino di troppi gruppi progressive metal odierni, essendo spesso inutilmente complesso e poco espressivo in parecchi dei suoi passaggi. Per questo, credo che se siete fan del djent e del metal più tecnico, gli Xerath sono un gruppo che potrete anche amare; oggettivamente, però, II è un album lontano dal livello di capolavoro, e che vi consiglio di procurarvi solo se vi sapete accontentare anche di dischi onesti e buoni, ma non di più.
Voto: 65/100
Mattia
Tracklist:
  1. Unite to Defy – 05:24
  2. God of the Frontlines – 04:37
  3. Reform Part III – 04:36
  4. The Call to Arms – 05:52
  5. Machine Insurgency – 04:55
  6. Sworn to Sacrifice – 04:44
  7. Enemy Incited Armageddon – 07:24
  8. Nuclear Self Eradication – 05:29
  9. Numbered Among the Dead – 04:36
  10. The Glorious Death – 08:34

Durata totale: 56:11

Lineup:

  • Richard Thomson – voce
  • Owain Williams – chitarre
  • Chris Clarke – basso
  • Michael Pitman – batteria

Genere: symphonic groove/progressive metal
Sottogenere: djent

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