Bathory – Bathory (1984)

Tra i generi del metal, uno di quelli dalla storia più interessante è sicuramente il black: la sua evoluzione, per estensione e particolarità, è infatti paragonabile quasi alla vita di un essere umano. I primi nineties norvegesi possono infatti essere visti come la consacrazione di un’adolescenza turbolenta e fuori controllo, mentre negli anni successivi ha avuto luogo un’incredibile maturazione che giunge fino a noi, col genere ormai arrivato, in certe sue manifestazioni, a livelli di complessità e di ricercatezza che nessuno si sarebbe mai aspettato inizialmente. E prima, invece? Come un uomo, anche il black metal ha avuto un concepimento, che può essere visto nelle prime uscite discografiche dei Venom, ed ha attraversato una gravidanza aiutata dai primi demo dei Sodom e degli Hellhammer; il parto vero e proprio, però, si deve certo ad un altro gruppo, gli svedesi Bathory, ed al loro memorabile esordio omonimo del 1984. E’ nel primo album della storica band di Quorthon infatti che, seppur ancora molto immaturi  ed accoppiati a radici affondate nello speed e thrash metal seminali di quegli anni, gli stilemi del black metal vengono sviluppati in maniera compiuta: il risultato è un disco che forse ad un fan del black odierno può sembrare ingenuo, ma il cui valore non solo storico ma anche musicale è immenso, come vedremo tra pochissimo. Prima di cominciare con la disamina di questo capolavoro, però, un plauso lo merita anche la produzione: il sound è pienamente in linea con gli altri esordi heavy e thrash del periodo, e già questo gli conferisce ad oggi una bel flavour vintage; esso risulta inoltre grezzo, ma in ogni caso incisivo in ogni suo lato e mai confusionario, valorizzando il tutto ancor di più.

La storia comincia con Storm of Damnation, lungo preludio (anche più della opener vera e propria) tutto composto da cupi suoni di campane, di vento gelido e di boati in lontananza, niente di più che un’introduzione di atmosfera che però riesce in maniera egregia a trasportarci all’interno del nero e malefico mondo di questo disco. Dopo tre minuti, improvvisamente la fredda tranquillità viene squarciata dalla deflagrazione di Hades, che parte subito sparata ed estrema, illustrandoci sin da subito le coordinate di questo disco: le ritmiche di base sono vicine alle prime mosse di Slayer, Anthrax e Metallica ma in maniera meno spostata verso il thrash ed ancora con solido ascendente NWOBHM; l’importantissima differenza sta però in Quorthon, il cui scream echeggiato, probabilmente addirittura il primo in assoluto della storia, risulta uno dei più feroci e malvagi di sempre, in un’unione esplosiva e letteralmente da brividi per oscurità sprigionata. Per il resto, la canzone è piuttosto lineare (l’unica variazione è la parte strumentale posta al centro), e coinvolge benissimo, rivelandosi il primo pezzo da novanta del lotto. La successiva Reaper è un brano che nonostante la velocità estrema (almeno per il periodo) risulta più heavy e NWOBHM oriented del precedente, con un riff che all’apparenza potrebbe sembrare quasi allegro, seppur in realtà sia piuttosto minaccioso, e certo non stona con il cantato in scream; notabile anche il veloce assolo centrale, unica variazione di una traccia semplice ma estremamente coinvolgente. Dopo due episodi sparati alla massima velocità, si tira leggermente il fiato con Necromansy, composizione più ragionata e lenta ma che risulta ancor più malefica delle precedenti, grazie al suo giro portante di chitarra da estasi per l’intensa carica lugubre che riesce a generare, che lascia già vedere gli sviluppi futuri del black metal. La vetta più alta di blasfemia viene raggiunta in quelli che sono considerabili come ritornelli, dal riffage con qualche influenza punk ed in cui il titolo viene ripetuto in maniera ancor più urlata del solito; molto bella risulta anche il finale quasi senza cantato, cupo ma anche scoppiettante dal punto di vista strumentale, e che mette il sigillo ad un altro piccolo capolavoro nel suo genere. Per quanto riguarda Sacrifice, che arriva a ruota, un tipico attacco thrash metal viene confermato anche nella canzone successiva, più orientata al thrash e che punta meno sul mood darkeggiante, presente anche se in secondo piano, e più sul puro impatto: ecco quindi che la parte principale va subito al punto, con le velocissime strofe che si alternano rapidissimamente ai chorus, leggermente meno taglienti ma egualmente efficaci; correda il tutto l’ennesimo assolo sparato a velocità folle, ed il risultato è ancora d’eccellenza. 
In Conspiracy With Satan è un pezzo persino più rapido di quelli attorno, il cui punto di forza è l’intero comparto ritmico, un assalto di colpi di batteria e di note intensissimo e tempestoso, che non si arresta mai e sostiene indiscriminatamente strofe, ritornelli, bridge e parti principale, facendo essere la canzone senza quasi una struttura, un unico vortice potentissimo di note, in cui l’unica variazione è l’assolo centrale; il risultato è una song forse sotto alla media del disco, ma veramente di poco, essendo comunque l’ennesima scheggia assolutamente coinvolgente ed esaltante del lotto. Il palinsesto non si sposta di una virgola con Armageddon, altra aggressione sonora a base di speed/thrash metal resa nera e lugubre dallo scream di Quorthon, imperniato su una struttura di classica forma canzone che nuovamente si interrompe solo per il momento centrale, in cui a dominare è il basso di Ribban. Per la somiglianza melodica coi pezzi precedenti, è forse questo il brano che spicca di meno all’interno del disco, ma niente paura: il suo valore è comunque piuttosto alto, se non altro per la carica che riesce a sprigionare. La frenesia che ha dominato il disco fin’ora viene spezzata da una pausa in cui le campane di una chiesa lasciano il posto ai battiti veloci di un cuore, generando un effetto assolutamente lugubre e d’attesa; parte quindi Raise the Dead, traccia retta da un tempo medio-alto su cui si posta uno dei riffage più incisivi dell’intero disco, meno esasperato ma in compenso nero come la notte e sulfureo, che genera un oscurità così intensa ed impenetrabile da riuscire a dare brividi di puro godimento metallico, e si perpetua attraverso la struttura, che qui è peraltro più complessa che in passato. L’apice di questo mood si raggiunge nei ritornelli, in cui il riff si fa ancora più ferale e la presenza di una malvagità intensa diviene quasi palpabile, il tutto a generare la parte più da urlo dell’episodio a mio avviso non solo più propriamente black metal, ma anche più bello in assoluto del platter, una gemma nera perfetta in ogni suo passaggio. Si torna a qualcosa di meno “innovativo” (almeno per l’epoca) con War, canzone che recupera tutte le influenze speed e thrash e comincia sin da subito a pestare, alternando immediatamente le strofe, aggressive ed energiche più che oscure, ai dissonanti ed esasperati ritornelli, infilandoci nel mezzo l’ennesimo assolo al fulmicotone. Il brano, pur non essendo niente di diverso da quanto già sentito fin’ora, è comunque ancora una volta più che ottimo, e mette perciò la parola fine all’album nel migliore dei modi (anche se la conclusione vera e propria è il lugubre outro senza nome che è presente in coda a praticamente tutte le uscite della band svedese).
Sicuramente Bathory non è l’album migliore della carriera dell’act di Quorthon, in virtù dello stile ancora un pochino acerbo ed anche della lunghezza piuttosto contenuta, che se da un lato è un pregio, dall’altro però ne limita leggermente le possibilità. Una cosa è però certa: siamo di fronte ad un capolavoro totale, il primo della lunga serie che i Bathory produrranno nella loro carriera, nonché indispensabile a chiunque si dica blackster o anche semplicemente amante del metal a tutto tondo. Se perciò vi manca, non c’è nient’altro che possiate fare che non sia andarlo a recuperare di corsa!
Voto: 95/100

All’incirca trent’anni fa, il 2 ottobre del 1984, veniva pubblicato l’omonimo esordio dei Bathory, che oltre a dare il via alla carriera di una grandiosa band sanciva la nascita di un nuovo genere, il black metal. Questa recensione nel suo piccolo vuole celebrare l’anniversario di quell’uscita.
Mattia

Tracklist:

  1. Storm of Damnation (intro)/Hades – 05:47
  2. Reaper – 02:44
  3. Necromansy – 03:40
  4. Sacrifice – 03:16
  5. In Conspiracy with Satan – 02:29
  6. Armageddon – 02:32
  7. Raise the Dead – 03:41
  8. War – 02:15
  9. [outro senza titolo] – 00:23

Durata totale: 26:47

Lineup:

  • Quorthon – voce e chitarre
  • Ribban – basso
  • Stefan Larsson – batteria

Genere: heavy/thrash/black metal
Sottogenere: speed thrash/black metal

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