Derdian – Human Reset (2014)

I lettori che seguono Heavy Metal Heaven da più tempo si ricorderanno sicuramente dei power metallers milanesi Derdiane della recensione del loro album Limbo: uscito circa un anno e mezzo fa, esso evidenziava una band che nonostante i tanti problemi avuti alle spalle riusciva non solo a creare musica di qualità, ma anche a crescere musicalmente, producendosi in un sound più personale e meno debitore che in passato dei Rhapsody of Fire, che comunque restavano (e restano) un’influenza piuttosto forte nel loro stile. Lo stato di grazia in cui la band versava non si esaurì però con quel disco: meno di un anno dopo, infatti la band entrava nuovamente in studio per registrarne il successore, che dopo una gestazione relativamente breve, vedeva la luce lo scorso 23 luglio con il titolo di Human Reset. Molte volte, quando band ormai veterane decide di pubblicare due album in due anni consecutivi, il secondo (ma spesso anche il primo) si rivela manieristico e frettoloso; non è questo, tuttavia, il caso del nuovo lavoro dei lombardi, che è infatti ispirato quanto il predecessore, se non addirittura di più. Ad ogni modo, in esso la band è riuscita di nuovo a progredire stilisticamente: la svolta di sound che aveva caratterizzato Limbo viene così portata ancora più avanti, con le composizioni che divengono più ricercate e complesse, essendo per questo ormai definibili appieno progressive, oltre che power; il risultato di ciò è un album molto più sfaccettato del predecessore ma senza perdere nulla, né in immediatezza né in qualità. Prima di cominciare, qualche parola anche per il sound generale: come in Limbo siamo in presenza di una autoproduzione, e come in quel lavoro il suono impostato da Danilo Di Lorenzo è professionale e perfetto, forse un po’ troppo moderno per i miei gusti ma tutto sommato efficace, costituendo perciò un altro punto di forza per l’album.

Qualche effetto sintetico e poi si avvia Eclipse, intro che sul ritmo di percussioni presenta solo una componente sinfonica e qualche sparuto campionamento; il metal irrompe soltanto quando la vera Human Reset fa il suo ingresso, rapida e potente, cominciando subito la sua progressione: abbiamo nei fatti una canzone piuttosto mutevole, che attraversa un evoluzione coerente ma piena di particolari, senza però mai abbandonare il power metal sinfonico a cui la band ci ha abituato nella sua storia, rimanendo anche per questo fedele ad una struttura non troppo intricata. Punti di forza del pezzo sono il mood, vario ed a tratti epico, che riecheggia delle origini dei milanesi grazie anche ai possenti cori che spuntano qua e là, ed i ritornelli, cangianti ma che nonostante ciò si stampano facilmente in mente; molto buono risulta pure il songwriting, sempre attento e mai lasciato al caso, ed il risultato è una opener convincente e di qualità piuttosto alta. Già dal lead di chitarra iniziale che si adagia sulle ritmiche si capisce che la successiva In Evertything è una canzone più melodica e meno solenne della precedente, fatto poi confermato dalle strofe, composte da parti diverse sia strumentalmente che nel mood evocato ma tutte accomunate da una grande carica di melodia; il momento che spicca di più è inoltre di nuovo il ritornello, che ad un’analisi poco attenta può sembrare quasi happy, ma in realtà è colmo di pathos e risulta estremamente avvincente. A spiccare è anche la sezione centrale, ritmata, quasi ombrosa ed in cui il cantato di Ivan Giannini passa dall’inglese all’italiano, un momento particolare che spezza la traccia, la quale dopo una varia ed ottima parte strumentale torna alla sua norma e quindi va a concludersi, rivelandosi tutto sommato ancora molto buona. Si cambia ancora registro con Mafia, che dopo un intro strano, quasi alternativo (seppur accompagnato dalle tastiere di Marco Garau), parte come un pezzo dal sapore speed metal, seppur le orchestrazioni partecipino insieme alla chitarra a scandire il riff principale potenziandolo. Siamo però ancora nel preludio, perché la canzone vera e propria entra nel vivo con le strofe, che alternano momenti dalle ritmiche stoppate e di flavour progressive ed altri più melodici e semplici; il tutto conduce all’esplodere dei ritornelli, lenti e che Giannini ed il tappeto orchestrale riescono a rendere molto intensi dal punto di vista sentimentale. Il brano si rivela inoltre molto mutevole e piena di svolazzi e particolari musicali, che la band però riesce a “nascondere” bene sotto alla struttura della composizione e vengono solo nella sezione solistica posta al centro; ottime anche le liriche, molto impegnate sul tema sociale come intuibile dal titolo, ciliegina sulla torta di uno degli episodi che spiccano maggiormente all’interno del disco. Dopo un giro di pianoforte barocco, si avvia la rapida These Rails Will Bleed, pezzo semplice e molto più spostato su coordinate più tipicamente power melodico degli altri, visto la melodiosità del tutto e la struttura estremamente semplice che si esplica in meno di tre minuti (caratteristica peculiare, visto che la media dell’album è sui cinque-sei minuti), tutta d’un fiato, senza nemmeno un vero e proprio assolo; il risultato finale è strano, ma tutto sommato godibile. Una lunga introduzione, del tutto strumentale e molto prog-oriented, con tanto di momenti dal tempo dispari a fare capolino ogni tanto, poi la Absolute Power vera e propria si avvia con un mood strano, strisciante e vagamente oscuro, sensazione data sia dalle orchestrazioni in sottofondo che dalla voce di Giannini, piuttosto diversa dalla sua norma, e soprattutto dall’arcigno riffage che sostiene la sezione; la song presto però vira in maniera decisa, divenendo più rapida e più tradizionalmente power, in un evoluzione che porta sino ai ritornelli, che ricordano i Rhapsody più solari per ritmiche e per atmosfere. Refrain e momenti più cupi si alternano poi nuovamente lungo la song, spesso compenetrandosi, ed il risultato è l’ennesimo brano di qualità del disco. Write Your Epitaph, che segue, comincia con un lead iniziale melodico destinato a ricomparire nel corso della song, che poi lascia spazio a strofe altrettanto melodiche, anche se piuttosto movimentate; la traccia va inoltre al punto rapidamente, e così presto arriva il turno dei ritornelli, semplici e che si stampano subito in mente per non uscirne più, col loro coro e la loro armonia estrema che si trovano in uno strano ma piacevole contrasto con le liriche, anche piuttosto rudi ed aggressive, almeno relativamente al genere. La struttura è inoltre da classica forma canzone, ed il risultato è un brano che oltre ad essere tra i migliori in assoluto dell’album, per caratteristiche di quest’ultimo potrebbe anche esserne visto come l’ideale singolo.
Una strana e breve introduzione prelude all’esplosione di Music Is Life, che alterna le strofe, efficaci ma più contenute in quanto a potenza, in cui le chitarre ritmiche e le orchestrazioni in sottofondo, qui particolarmente ricche, intraprendono variazioni su temi barocchi, ed i rapidi ritornelli, incalzanti ed appassionati; la vera anima della canzone è però la lunga sezione strumentale al centro, inizialmente dominata a lungo dal pianoforte, accompagnato da un tappeto appena udibile di batteria, basso, chitarra acustica e di effetti sinfonici, poi più metallica ed in cui su di un tappeto ritmico variegato si mettono in mostra prima la tastiera di Garau e poi il tandem chitarristico Enrico Pistolese/Dario Radaelli, anticipando il ritorno di Giannini; è solo un momento, però, perché poi le chitarre in lead tornano a dominare, prima che la composizione si sposti nuovamente sui suoi binari originali, con un nuovo ritornello a mettere il sigillo su quello che risulta tutto sommato un inno alla musica ben riuscito. Dopo un preludio inizialmente dominato dal pianoforte, a cui seguono delle chitarre sempre sullo stesso tempo disparo e cadenzato, parte Gods Don’t Give a Damn, composizione molto progressive-oriented vista la varietà di soluzioni e la difficoltà tecnica di molti passaggi; la struttura si rivela tuttavia piuttosto semplice, alternando le strofe più contenute, i bridge frizzanti ed i chorus, in cui a farla da padrone, oltre ai cori, è la martellante sfuriata di doppio pedale di Salvatore Giordano, a generare un piacevole contrasto con la melodia dei restanti strumenti. Degna di nota anche la frazione posta al centro, che dopo un momento oscuro vede di nuovo l’esplosione degli assoli prima della chitarra e poi della tastiera, uno dei momenti migliori di una canzone forse un po’ sottotono rispetto alle altre,ma comunque più che discreta. After the Storm, il lento di turno, viene introdotta da un lento e vagamente malinconico pianoforte iniziale, che presto viene affiancato da una lieve chitarra pulita. Si procede su coordinate soffici anche quando il metal fa il suo ingresso in scena: le ritmiche infatti non incidono, essendo votate invece alla creazione di un forte pathos, cosa che riesce peraltro molto bene qui. Il brano procede da qui in poi più elettrico, ma senza variare molto né in atmosfere né in fatto di songwriting, il  quale è meno vario che altrove: ciò però non è un difetto bensì un punto di forza per la canzone, visto che così essa risulta più compatta ed emozionante. Buono anche l’assolo centrale, lento ed in linea col contorno, ciliegina sulla torta di una semi-ballad che forse non entrerà nella storia, ma risulta comunque ottima. Nella seguente Alone, un intro ossessivo e creato da chitarre effettate e potenti è il preludio ad una lunga parte speed, la cui potenza sarà conservata in buona parte della song. Il tutto inoltre tende ad evolversi, inquadrato in una struttura mutevole ma non troppo complessa, che passa dalle strofe più seriose e darkeggianti a quelli che sono i refrain, più eterei e melodic power-oriented, seppur un velo di cupezza non manchi mai, ma anzi avvolga praticamente ogni passaggio della canzone; ottimo per l’ennesima volta anche la sezione solistica posta al centro, molto musicale e ben scritta, seguita da una parte che dopo un’altra breve puntata nell’atmosfera del brano, svolta su di un’esaltante apertura quasi happy metal, che coinvolge e risulta uno dei momenti migliori dell’intera composizione, prima che la norma torni e concluda una traccia un po’ particolare, ma di valore assoluto, e che non sembra durare i suoi quasi sette minuti e mezzo effettivi. Giunge ora Delirium, un interludio che nel suo poco più di un minuto di durata consta di veloce power metal neoclassico ed incalzante, risultando piacevole seppur dia anche la sensazione di incompiutezza; arriva quindi il turno della conclusiva My Life Back, che si avvia con un lungo e lievissimo pezzo di pianoforte, su cui presto fa il suo ingresso Giannini, per un’introduzione che ricorda da lontano la closer track di Limbo, Silent Hope. Il brano quindi deflagra con forza all’improvviso, incanalandosi inizialmente su un tempo cadenzato e mastodontico ma facendosi presto più rapida e power-oriented; da qui la song muta abbastanza, variando le proprie soluzioni musicali ma presentando comunque una forte falsariga in sottofondo di valore, costituita dalla sezione ritmica tipicamente power ed anche dal feeling generale, malinconico e vagamente triste. Ancora una volta, inoltre, la canzone trascorre rapidissima, e quando fa la sua entrata in scena la coda di pianoforte finale, quasi non sembrano siano trascorsi cinque minuti e mezzo: così, dopo un altro minuto soffice, il disco ha il suo termine in una maniera decisamente in linea con la propria qualità media.
Human Reset non sarà l’album che rivoluzionerà totalmente il genere power metal, e probabilmente nemmeno raccoglierà un successo ampio, ma una cosa è certa: siamo lo stesso in presenza di un ottimo album, ben suonato e composto, e che risulta anche superiore al precedente. Il mio consiglio agli appassionati di power metal è perciò, oltre ad appropriarsi di questo lavoro, di tenere d’occhio i Derdian: se la serie continuerà così, la prossima volta potremo avere un album ancor migliore, e chissà che non sarà un vero e proprio capolavoro.

Voto:  84/100

Mattia

Tracklist:

  1. Eclipse – 01:14  
  2. Human Reset – 05:52
  3. In Everything – 06:16
  4. Mafia – 06:40  
  5. These Rails Will Bleed – 02:48
  6. Absolute Power – 05:26  
  7. Write Your Epitaph – 04:08  
  8. Music Is Life – 06:25 
  9. Gods Don’t Give a Damn – 05:44  
  10. After the Storm – 04:58  
  11. Alone – 07:23  
  12. Delirium – 01:15  
  13. My Life Back – 06:34
Durata totale: 01:04:43
Lineup:
  • Ivan Giannini – voce
  • Enrico Pistolese – chitarra
  • Dario Radaelli – chitarra
  • Marco Garau – tastiere
  • Marco Banfi – basso
  • Salvatore Giordano – batteria
Genere: symphonic power/progressive metal

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