Irreverence – Shreds of Humanity (2014)

Death e thrash metal sono due generi particolarmente compatibili tra loro: essendo il primo il risultato più naturale dell’evoluzione verso l’estremo del secondo, è molto facile unirli in qualcosa di efficace. Stiamo parlando però in questo caso di death metal classico, mentre l’unione con il melodeath sembra essere molto meno facile: un genere come quest’ultimo, molto profondo, volto all’emozione e al mood, sembra poco compatibile con l’impatto quasi ignorante ed aggressivo del thrash, certo molto meno rispetto alla branca più classica del genere. Del resto, già prima dell’esistenza di una scena death metal vera e propria già esistevano gruppi come Possessed e Sepultura che si trovavano a metà tra i due mondi, e ad oggi esiste un grande quantità di gruppi interpreti di questo connubio, mentre di band che fondono il sound originario in Gothenburg al thrash non ve ne sono poi molte; nonostante ciò, però questo tipo di unione non è impossibile, ed un ensemble come i veterani milanesi Irreverence ne è la migliora prova.

Fondato nel 1995, il gruppo ha attraversato negli anni una progressione che lo ha portato dal thrash/death tradizionale degli esordi ad un sound più personale e che si può ben descrivere come il perfetto matrimonio tra i Sodom (richiamati anche dalla voce del chitarrista e fondatore Ricky Paioro, ottimo emulo di Tom Angelripper) e gli At the Gates, conservando però in parte le strutture intricate e l’aggressività del death metal classico. Negli scorsi anni, la band ha prodotto tre studio album (oltre a due demo, EP ed un best of), una carriera tutto sommato di valore, anche se come tanti gruppi nostrani non ha raccolto un grande successo, almeno tra il pubblico di casa, così deleteriamente esterofilo; questo 2014 è invece l’anno del quarto full lenght, Shreds of Humanity, che nonostante una formazione rinnovata per metà mostra una band ancora in forma e con idee buone, come vedremo tra poco. Prima di partire con la disamina del disco, meritano una citazione anche alcuni particolari di contorno, come ad esempio l’artwork: apparentemente piuttosto splatter ma in realtà allegoria della pesante condizione di vita umana dei tempi moderni, il che è anche il tema principale dei testi, è stata realizzata niente di meno che da Andreas Marschall (più famoso per i suoi lavori per band power metal quali Blind Guardian, Grave Digger, Rage e Running Wild, ma all’opera anche con Kreator, Sodom, In Flames ed Obituary) e si vede, visto che il suo tocco è riconoscibile ovunque, nonostante il soggetto un po’ inusuale. Molto professionale è anche la registrazione impostata dalla band insieme al chitarrista dei Sadist Tommy Talamanca, che presta la sua lunga esperienza di produttore ai milanesi: il risultato è un suono generale estremamente tagliente e potente nelle ritmiche, ben mixato ed equilibrato e che pur risultando moderno si rivela ben lontano da quella di tanti dischi odierni che ormai sembrano finti e plasticosi, una produzione insomma degna di lode e che certo si rivela un punto di forza assoluto  per il disco.

La opener Dark Fields comincia con un introduzione puramente thrash e possente, lasciando però presto spazio ad una frazione che vede l’entrata della voce ed è più melodeath-oriented, con la band che ci presenta al meglio sin da subito le due facce del proprio genere. Da qui il brano tende però a variare parecchio, con frazioni dalla velocità media piuttosto elevata, vorticose, che si alternano rapidamente, rendendo la canzone in costante mutazione, anche se qualche apertura meno rapida e più riflessiva fa capolino di tanto in tanto nella struttura. Il risultato di tutto ciò è una canzone godibile ma forse un pochino scollata tra le varie parti, e che col senno di poi risulta probabilmente l’episodio di minor levatura dell’album, non una scelta felice come apertura, insomma. Si cambia totalmente registro con Shreds of Humanity, che dopo un preludio lieve e strano parte come un mid tempo lento e che seppur aggressivo (specie nella voce di Paioro, pure più urlata del solito) è lo stesso intenso sentimentalmente, grazie ai bei giri melodici di chitarra che hanno luogo in sottofondo. Se questa norma sembra destinata a continuare a lungo, la canzone però ad un tratto vira prepotentemente su qualcosa di più rapido ed esasperato, anche se il feeling profondo non si perde mai, generato dai fraseggi delle chitarre che anche nei momenti più thrash riescono ad esprimere qualcosa di più che il solo impatto; ciò si fa ancor più evidente quando la song trova il suo apice nei ritornelli, anche più vorticosi e rabbiosi rispetto al resto ma che comunque risultano ben più che solo distruttivi. La struttura è varia ma possiede una falsariga di fondo forte, che si interrompe solo nella parte centrale, più lenta e contenuta, in cui le ritmiche thrash/death spariscono e l’unico elemento estremo rimane lo scream di Paioro, un momento quasi di riflessione prima che si torni a pestare di nuovo, e la canzone termini in maniera strumentale. Ottimo risulta, in ogni caso, il songwriting generale, accurato in praticamente tutti i passaggi; molto buono anche il testo, impegnato e rappresentativo dei temi del disco (oltre che leggermente auto-celebrativo), ciliegina sulla torta di uno dei pezzi migliori del lotto. Con la seguente React, Reborn ci si sposta su territori più tipicamente thrash: sin dall’inizio abbiamo infatti una canzone rapida e pesante, che tende più a graffiare e meno a cercare di evocare qualche tipo di mood, tirando dritta dalle strofe, rette da un scuotente skank beat, passando per i bridge, anche più vorticosi e death-oriented, fino ai ritornelli, più lenti ma egualmente energici, che sono caratterizzati da un rabbioso botta e risposta, ma anche tanto semplici da riuscire a stamparsi subito in mente, risultando per questo uno dei punti di forza assoluti della canzone. Stavolta, inoltre la struttura risulta estremamente lineare, ripetendosi quasi uguale a se stessa ed interrompendosi solo per la sezione centrale, non troppo veloce ma energica ai massimi livelli, certo uno dei momenti migliore di un altro eccellente pezzo, che passa in un lampo e non sembra durare i suoi cinque minuti. Giunge ora Paradox, il cui intro, rapido ma melodico, confluisce in una canzone che invece, pur presentando un ammontare di melodia non indifferente, è inizialmente serratissimo ed esasperato, per poi spostarsi su coordinate più da thrash classico, con i ritornelli ancora una volta piuttosto catchy, almeno in relazione al genere degli Irreverence; in tutto ciò trova spazio anche l’espressività, con la parte centrale che pur vorticosa e puramente thrash riesce ad evocare un discreto pathos, che si conserva anche quando questa breve ed ottima scheggia si riprende per poi chiudersi. La successiva Discordianism è in principio dominatadal bassista Stefano Trulla su un tappeto di chitarre e di scream, poi a mettersi in mostra è il solido drummer Davide Firinu con il suo rullo a mitragliatrice, seguito dalle bordate ritmiche delle chitarre; il pezzo vero e proprio entra quindi nel vivo con un momento dal comparto ritmico strano, che alterna momenti più pesanti ed incisivi ad altri momenti più aperti e vuoti. Tale parte si avvicenda, lungo la canzone, a quelli che sono considerabili come le strofe, dal riff più staccato e da thrash moderno, e con i refrain, dominati da una cupa melodicità ed in cui la band cerca di creare qualcosa di emozionante, anche se stavolta il compito non riesce proprio alla perfezione, essendo essi troppo lenti e facendo perdere di dinamicità al tutto. Più interessante risulta invece la seconda metà del pezzo, quasi del tutto strumentale e che incide a meraviglia con le sue ritmiche, taglienti come rasoi nonostante siano adagiate su una sezione ritmica che cambia tempo spesso ma con con cognizione di causa, prima che si riprenda con un nuovo ritornello, stavolta veloce ed efficace, e la canzone termini, risultando alla fine inferiore a quelle che ha intorno, ma tutto sommato più che discreta.

Dopo una serie di pezzi piuttosto pestati, si tira (relativamente) il fiato con Estranged, traccia che sin dall’inizio si presenta più melodica delle altre, constando di un riff thrash che presenta però un mood solenne ed è arricchito da melodie “gothenburghiane, le quali prendono poi il sopravvento nelle strofe, incalzanti ma anche estremamente melodiche ed intense; i ritornelli si rivelano invece più vorticosi ed incisivi, ma non perdono comunque la melodia che avvolge tutto il pezzo, riuscendo a dare qualcosa a livello di feeling pur nella loro carica. Momenti più armoniosi e contenuti e parti più pesanti si danno il cambio anche nella sezione posta nel mezzo della composizione, costituita da un momento strano, di chitarre e del basso effettate su di una base di terremotante doppia cassa sfociante successivamente in una frazione di granitico thrash che si divide tra momenti più lenti e caratterizzati dalle sferraglianti quattro corde di Trulla, ed un tratto centrale più rapido in cui si allunga un assolo slayeriano, prima che la struttura iniziale si ripresenti e concluda un brano tanto breve quanto di valore. La seguente Fear è introdotta da un minaccioso ed oscuro arpeggio di basso seguito a breve dall’ingresso delle chitarre, per poi accelerare leggermente, apparentemente entrando nel vivo; siamo tuttavia ancora nel preludio, perché la canzone vera e propria è estremamente rapida e movimentata, retta da uno skank beat che in alcuni momenti si converte addirittura in blast beat, su cui i riff sono velocissimi ed incalzanti ai massimi termini, incidendo a meraviglia. Tra questi momenti se ne aprono di altri più riflessivi che contengono i ritornelli, estremamente melodici e che riescono a spezzare l’alone quasi di agitazione e di angoscia presente nel resto della canzone con il loro pathos, aggressivo eppure anche infelice, in qualche modo. Ancora una volta, inoltre, abbiamo una struttura piacevolmente lineare, che ha variazione solo per la breve sezione centrale, che presenta un bell’assolo di Eros Melis e qualche nota addirittura doomy e catacombale, che riporta alla mente Season in the Abyss degli Slayer, prima che si ricominci a pestare sull’acceleratore e quindi la canzone si concluda rivelandosi uno dei migliori pezzi in assoluto del disco. Ancora un intro potente e cadenzato da il via a Mankind Persecutor, episodio aggressivo e thrash-oriented ma che in qualche modo fa della musicalità il suo punto di forza assoluto, grazie ai lead di Melis sparsi un po’ ovunque ed alla relativa armonia dei riff, che riescono a risultare insieme graffianti e belli a livello melodico. La struttura inoltre tende a variare molto, ma senza mai sembrare impostata a caso, il songwriting qui è estremamente competente in ogni suo passaggio, ed il risultato è una piccola perla, giusto un pelo inferiore alle canzoni migliori dell’album. In un disco di metal estremo come questo, in cui una ballata stonerebbe alquanto, la band inserisce comunque qualcosa di considerabile come un “lento”: Firinu la introduce con un breve assolo, poi Endeavour to Live entra nel vivo constando sin da subito di ritmiche che pur essendo pienamente ascrivibili al melodeath sono pure più aperte e piene di armonizzazioni; tali caratteristiche divengono anche più evidente nei chorus, persino più melodici e lenti rispetto alla media del pezzo. Il tutto beneficia inoltre di un flavour definibile pure delicato e soffice, almeno relativamente al thrash/death metal dell’ensemble, che avvolge con la sua intensità emotiva e risulta il punto di forza maggiore di una canzone forse con poca energia, ma che compensa ampiamente a mio avviso con l’espressività, tanto che  mi sento di inserirla insieme a Fear ed alla title-track nel carnet di episodi migliori del lotto. Ormai agli sgoccioli, il disco torna a pestare con Bullet, canzone che va dritta al punto e che seppur abbia alcuni brevi stacchi melodici, tende maggiormente ad incidere: abbiamo perciò un tempo rapido che viene reso da Firinu ossessivo e martellante,  mentre a variare è il riffage al di sopra di esso, che presenta un vaghissimo retrogusto addirittura black metal e varia dalla pesantezza estrema delle strofe alla norma leggermente più melodica, seppur ancora molto energica, dei chorus. Si tira leggermente il fiato con la frazione centrale, che dopo aver ripreso le melodie dei suddetti stacchi presenta una breve frazione in mid-tempo e dal mood  tombale, con le chitarre ribassate a metà tra death/doom  e groove metal, una frazione strana ma che non stona all’interno della composizione; la traccia poi riparte tornando alla sua veloce norma, e dopo qualche momento giunge a concludersi, risultando decisamente valida nonché un finale degno per un album della stessa qualità.

Shreds of Humanity, questo è probabile, non avrà mai il successo che merita: un vero peccato, visto che gli Irreverence nulla hanno da invidiare a band ben più amate in Italia e che in fondo di diverso hanno avuto solo la fortuna di essere nate in paesi più favorevoli. In ogni caso, abbiamo un disco che mescola in sé il meglio del melodeath e del thrash metal e riesce a risultare grandioso, piazzandosi giusto un gradino sotto al livello di capolavoro: se siete perciò appassionati di questo tipo di sonorità, il consiglio migliore è di lasciare perdere per una volta l’esterofilia e di correre a procurarvelo!

Voto: 86/100

Mattia

Tracklist:

  1. Dark Fields – 03:30 
  2. Shreds of Humanity – 05:34 
  3. React, Reborn – 05:03 
  4. Paradox – 03:01 
  5. Discordianism – 05:15 
  6. Estranged – 03:28 
  7. Fear – 04:14 
  8. Mankind Persecutors – 03:29 
  9. Endeavour to Live – 03:55 
  10. Bullets – 04:15
Durata totale: 41:49
Lineup:
  • Riccardo Paioro – voce e chitarra
  • Eros Melis – chitarra
  • Stefano Trulla – basso
  • Davide Firinu – batteria
Genere: thrash/death metal
Sottogenere: melodic death metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Irreverence

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