Ushas – Verso Est (2013)

“L’abito non fa il monaco” recita un noto adagio popolare che, come spesso accade nel caso dei proverbi, cela al suo interno un fondo di verità e di saggezza: dietro all’apparenza può infatti nascondersi un mondo, invisibile se non si approfondisce appena un po’. Prendiamo come esempio i romani Ushas: avendo assunto il nome della dea indù dell’aurora ed essendo autori di testi ispirati dallo spiritualismo dell’estremo oriente, è facile pensare che il gruppo suoni una qualche sfumatura di stoner rock/metal o comunque qualcosa di psichedelico, eppure ascoltandoli si capisce che così assolutamente non è. Il loro Verso Est (2013), esordio discografico di una carriera cominciata negli anni novanta ma fin’ora un po’ magra, propone difatti un sound la cui base è un hard ‘n’ heavy che si rifà ai gruppi ottantiani del genere con meno influenze hair e glam quali primi W.A.S.P., Krokus e soprattutto Twisted Sister, grazie anche alla voce del singer Giorgio Lorito che assomiglia a quella di Dee Snider, pur essendo più versatile. La band non si limita però a riproporre semplicemente stilemi diffusi negli anni ’80, ma li arricchisce e li personalizza molto: ecco che il sound, oltre ad essere reso più moderno, viene a tratti contagiato dalla psichedelia e dagli influssi blues e funky dell’hard rock anni 70 per poi farsi in altri momenti più complesso e potente, rievocando le trame strumentali caratterizzanti la NWOBHM, fino ad arrivare in certi momenti a toccare suggestioni dell’eclettismo dei Litfiba nel loro periodo più hard rock. Il risultato di tutto ciò è uno stile molto sfaccettato ed originale, che per giunta la band riesce a gestire con gran maestria per generare un disco non solo con una personalità forte, ma anche molto valido, come vedremo tra poco. Prima di partire, una parola anche per il suono generale del disco, che si rivela professionale e perfetto ma non freddo e finto come nell’hard ‘n’heavy moderno, risultando al contrario estremamente espressiva, oltre che potente, nel complesso una produzione che valorizza molto il prodotto.

Il suono di una moto che si accende è l’unico intro alla opener Fuorilegge, che subito dopo prende il via come un pezzo hard rock il cui riffage, basso e con frequenti lead echeggiati, da un lato ricorda i Black Sabbath ma dall’altro possiede anche il mood spensierata tipico dell’hard rock più convenzionale; il tutto è inquadrato inoltre in una struttura canzone tipica, che alterna strofe dritte e solide, bridge leggermente più vorticosi e ritornelli semplici, e cambia volto solo nella parte centrale, inizialmente rallentata ma che poi presenta un bell’assolo chitarristico del mastermind Filippo Lunardo; il tutto beneficia inoltre di una scrittura competente, ed anche se nel complesso del disco si rivela inferiore a ciò che precede, questa è in ogni caso una opener all’altezza della situazione. La successiva Sangue e Carne si avvia quindi più movimentata a livello ritmico della precedente, con il suo riff complesso, rapido, metal-oriented e le influenze settantiane e vagamente funky inserite sia nelle chitarre effettate che dal batterista ospite Stefano “Black” Rossi, almeno per le strofe; i chorus sono invece più tranquilli ed aperti, anche a livello di atmosfera, che si fa più solare, per quanto tutto il brano sia anche piuttosto arrabbiato, almeno relativamente al genere suonato dalla band. Ottima ancora una volta la parte centrale, dal rapido assolo, come di qualità è il testo, a metà tra il sociale e l’esaltazione della libertà, ciliegina sulla torta della prima hit del disco. Giunge ora Io Non Sono Qui, la cui introduzione è costituita da un riff ritmato e potente, che poi tornerà in seguito, alternandosi con momenti più tipicamente hard ‘n’ heavy all’interno delle strofe; il ritornello consta invece di un botta e risposta tra Lorito ed il coro, e seppur sia più potente, presentando anche qualche reminiscenza NWOBHM, risulta comunque estremamente catchy, tanto da stamparsi in mente praticamente al primo ascolto. Abbiamo per il resto un brano che nonostante qualche variazione nascosta a livello ritmico appare ancora meno complesso degli altri, basilare, ma nonostante ciò riesce egualmente a convincere ed ad essere estremamente godibile. Il preludio orientaleggiante del tambura (strumento a corde della tradizione indiana) di Lunardo è molto adatto ad introdurre l’atmosfera generale di La Via della Seta, prima che questa si avvii lenta e melodica, accompagnata da una placida sezione ritmica su cui protagonisti, oltre alla voce pressoché sussurrata di Lorito è una chitarra dalle sonorità quasi smooth jazz, che esegue una gran varietà di fraseggi in secondo piano ed a tratti si presenta anche in solitaria, arricchendo moltissimo il tutto a livello musicale. La traccia prosegue in questo modo per quasi tutta la propria durata, alternando le strofe ed i ritornelli, leggermente meno soffici e più pieni di suono; solo alla fine appare anche una chitarra distorta, autrice di un bell’assolo di vago gusto blues, per una parte che poi ci porta alla conclusione di una ballad grandiosa e solennemente intensa. Si torna all’elettricità con Verso Est, che sin da subito si presenta come il classico pezzo hard rock da strada, solare, incalzante e con tanto di testo motociclistico, che si articola veloce tra strofe leggermente più contenute e ritornelli quasi evocativi. Non c’è solo questo, tuttavia, perché nella struttura a tratti fanno capolino anche dei momenti più particolari, dal tempo in levare e dispari, di gusto quasi progressive rock/metal, per quanto si integrino benissimo nell’economia della song; al centro si apre inoltre una sezione soffusa e lenta dal flavour quasi da folk balcanico, pur ancora con elementi hard rock e con qualche effetto sintetico che spunta ogni tanto, preludio alla ripresa della parte principale che poi mette fine ad una delle canzoni migliori in assoluto del lavoro.

Un intro particolarissimo e spiazzante, a metà tra chitarre rock e beat r’n’b sintentico, lascia però spazio a Shri Heruka, una song più tipicamente hard ‘n’ heavy seppur estremamente eclettica: abbiamo infatti strofe docili e dalle chitarre distorte e psichedeliche, nonostante qualche incursione più di potenza, a cui si alternano ritornelli corali pesanti e granitici, ma ancora una volta estremamente semplici e catturanti. Inoltre, ogni tanto gli elementi r’n’b tornano a fare capolino rendendo il tutto ancor più strano ed originale, per una canzone che alla fine risulta appunto bizzarra, ma decisamente di ottima fattura. Con Dai Tetti di Gaden fanno il loro ritorno in scena le sonorità già sentite in La Via della Seta, visto che i due brani sono praticamente gemelli: anche qui abbiamo infatti inizialmente di nuovo gli stessi elementi jazz/funky, lo stesso flavour orientaleggiante ed anche melodie piuttosto simili, seppur in questo frangente la song sia anche più soft che in passato. Ad un certo punto, però, la composizione svolta esplodendo improvvisamente di elettricità: l’atmosfera intensamente malinconica che già aveva spazio in precedenza si conserva però anche nel cambiamento, come anche l’armoniosità del tutto, mai interrotta nemmeno nei momenti più energici; notabile anche l’assolo di chitarra di Lunardo, lento ma espressivo, che poi lascia spazio al ritornello finale, anche più pesante degli altri con gli onnipresenti cori e Lorito che esprime il meglio di sé negli acuti, gran finale di una semi-ballad forse anche migliore della precedente. In contrapposizione alla delicatezza della precedente, giunge ora Desperados, la traccia più rapida dell’intero album, il cui riffage risulta però parecchio hard rock-oriented ed anche l’atmosfera scanzonata e giocosa va nella stessa direzione, seppur non manchino elementi anche più metallici. La struttura inoltre è semplicissima, la classica forma canzone, ed anche le melodie sono di facilissimo assorbimento, ma comunque la composizione incide molto bene nei suoi appena tre minuti di durata: non è un caso quindi che la band ne abbia fatto un suo singolo ideale, girandone anche il videoclip. Se fin’ora il disco ha già tirato una serie di colpi notevoli, il finale ci riserva due mazzate da vero e proprio K.O.: la prima in ordine è Yama, che si avvia subito con un riff esplosivo ed estremamente coinvolgente, su cui entra prima la batteria e poi il basso placido di Guido Prandi; quest’ultimo domina poi anche una parte delle strofe, le quali presentano un bel mood di attesa che si scioglie solo con i refrain, più potenti e dagli intrecci complessi di gusto quasi NWOBHM, per quanto qualche elemento più funkeggiante sia ascrivibile anche all’hard rock anni ’70. Degna di lode anche la frazione centrale, molto varia e che presenta un assolo di fisarmonica seguito dal momento più heavy della song, il quale contiene un assolo un po’ bizzarro ma che riesce a potenziare il tutto ancora di più; notabile qui anche la prestazione di Lorito, che con la sua interpretazione valorizza la traccia ancor di più, rendendola una grandiosa piccola perla nel suo genere. Il finale è quindi affidato a Maledetta Notte, episodio caratterizzato da un semplicismo riff heavy metal che però riesce ad incidere a meraviglia e si propaga lungo tutta la durata della composizione, diventando giusto un po’ più soffuso per parte delle strofe per poi deflagrare prepotente nei ritornelli, catturanti e che si stampano facilmente in mente ma pure pesanti come macigni, da brividi metallici con la loro carica quasi epica. Ancora una volta, inoltre, la struttura è elementare e si interrompe solo per una breve sezione parlata posta al centro, ma nonostante ciò la canzone è comunque eccezionale, probabilmente la migliore in assoluto del disco che conclude insieme alla precedente ed alla title-track, nonché un capolavoro da fare invidia a gran parte dei gruppi della scena revival hard ‘n’ heavy uscita negli ultimi anni.

Nel complesso, abbiamo tra le mani un lavoro non solo eccellente, ma che potenzialmente riesce ad accontentare tutti con il suo mix di appeal commerciale e pesantezza, dal semplice appassionato di rock sui generis all’amante dell’heavy metal classico più duro e puro. Va da se quindi che Verso Est vi è caldamente consigliato, e non solo per la sua qualità: se la fortuna sarà dalla loro parte ed avranno la costanza di continuare su questa strada, gli Ushas arriveranno molto, molto lontano, e quando succederà potrete anche voi vantarvi con gli amici di essere stati voi i primi a scoprirli, in tempi non sospetti!

Voto: 91/100

Mattia

Tracklist:

  1. Fuorilegge – 03:37
  2. Sangue e Carne – 03:43
  3. Io Non Sono Qui – 03:18
  4. La Via della Seta – 04:35
  5. Verso Est – 03:41
  6. Shri Heruka – 03:55
  7. Dai Tetti di Gaden – 04:31
  8. Desperados – 03:02
  9. Yama – 04:14
  10. Maledetta Notte – 03:34

Durata totale: 38:04

Lineup:

  • Giorgio Lorito – voce e synth
  • Filippo Lunardo – chitarre e tambura
  • Guido Prandi – basso
  • Stefano “Black” Rossi – batteria (guest)

Genere: hard rock/heavy metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Ushas

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