Choriachi – S.U.F.F.E.R. (or Set Us Free From Evil Rewards) (2014)

 Man mano che gli anni passano, nella musica ha luogo uno strano fenomeno, definibile come “slittamento delle definizioni”, con certi termini che passano da un significato ad un altro col passare del tempo. L’esempio più facile è quello dell’etichetta “heavy metal”: negli anni ’70 stava ad indicare ciò che suonavano gruppi come Led Zeppelin e Black Sabbath, per poi assumere un significato diverso all’arrivo degli eighties, mentre i gruppi suddetti divennero hard rock. La stessa cosa è accaduta per quanto riguarda il southern metal: originariamente questo nome descriveva semplicemente l’appartenenza geografica al sud degli Stati Uniti, e riuniva perciò band tra loro anche diversissime quali Acid Bath, Exhorder, Eyehategod, Pantera e Crowbar. Col tempo, però, il termine passò ad indicare una forma evoluta di sludge metal, che rispetto a quest’ultimo era meno opprimente e nichilista, e presentava forti influenze dal blues e dal rock sudista, oltre che, in molti casi, da stoner rock e dai generi metal più estremi: ecco quindi che il vincolo geografico veniva a cadere, e ad oggi esistono anche tante band europee riconosciute senza problemi come southern. I bolognesi Choriachi, il cui secondo album S.U.F.F.E.R. (or Set Us Free From Evil Rewards) è l’oggetto di questa recensione, è proprio tra di esse: seppur la loro base di partenza sia un espanso stoner doom, la band vi inserisce anche forti influenze blues che si accompagnano ad atmosfere vagamente depresse di chiara scuola southern, ed in più qualche influsso sludge. Il risultato è un sound debitore di Electric Wizards, Down, Sleep, Corrosion of Conformity ed anche, perché no, dei nostrani Ufomammut e Doomraiser, ma comunque personale e soprattutto piacevole, aiutato com’è dalle buone capacità del gruppo in fase di composizione. Prima di cominciare con la solita disamina, una parola anche per il suo sound  generale, che è grasso, sporco e non troppo accurato, come del resto da norma del genere, ma è comunque approntato sufficientemente bene da riuscire comunque ad incidere molto ed a valorizzare l’album

Un breve intro lieve e psichedelico, con chitarre lievemente distorte, viene spazzato via dall’entrata in scena di Marijuanaut, canzone già piuttosto pesante ma pure lenta ai massimi termini, che presenta un mood in qualche modo solenne ma anche rilassato, una presentazione adeguata dello stoner venato di southern ed arricchito dalla voce mutevole di MPFM che la band propone in tutto il disco. Questa norma va avanti molto a lungo, ossessiva e senza sconvolgimenti, anche i ritornelli che si aprono di tanto in tanto non sono altro che momenti leggermente più pesanti senza però distaccarsi dalla diffusa norma della prima sezione; nonostante ciò, però, la canzone non annoia grazie al buon songwriting, che inserisce un numero decente di variazioni nella struttura, ed all’atmosfera decisamente avvolgente, che ci porta in una dimensione psicotropa, un vero e proprio trip che man mano si fa sempre più “bad” e più cupo, raggiungendo l’acme nella parte centrale, dominata inizialmente da un assolo estremamente oscuro, seguita poi da una frazione anche più convulsa e dominata dalle roche urla echeggiate di MPFM, che alla fine si ritrovano da sole nel vuoto. La traccia a questo punto sembra al termine, ma dopo un attimo riparte con una sfuriata ritmica di un momento, che prelude ad una frazione al contrario molto tranquilla e lenta seppur elettrica, dotata di un flavour d’attesa; tale parte si fa però man mano più heavy ed energica, finché il tutto torna ad esplodere con pesantezza.  Parte qui, all’improvviso, una fuga di rapidità estrema (almeno per il genere), un momento di pura energia stoner doom che a parte qualche momento più cadenzato e furibondo, continua la sua corsa per tutta la parte conclusiva della song, una coda di pura potenza distruttiva valorizzante una opener che nonostante i suoi oltre dieci minuti risulta mai noiosa ed in ogni caso di buona fattura. Un campionamento preso probabilmente da qualche film, accompagnato dalla sezione ritmica e dalle incursioni della chitarra in lead di Drugo introduce Our Vice Is a Locked Room, prima che essa esploda in maniera decisamente stoner-oriented, possente e vagamente oscura eppur lo stesso rilassata, retta com’è da un cadenzato mid tempo; su tale norma appare ogni tanto qualche momento più rallentato e d’atmosfera, ancora dai forti influssi stoner ma meno potente e dominato da piccoli assoli di chitarra in sottofondo e dalla voce pervasiva di MPFM. Tale struttura si mantiene compatta per praticamente tutti i cinque minuti del brano, seppur con qualche variazione di tanto in tanto, come per esempio l’apparizione di vocalizzi in screaming o il potenziamento a tratti delle ritmiche, e vola veloce, rivelandosi un altro pezzo di valore. Al contrario della relativa calma della precedente, Red Capricorn si presenta movimentata ed aggredente sin dall’inizio, presentando un riff estremamente energico e con reminiscenze sludge metal e punk, coadiuvato dalle urla di MPFM, su cui si aprono stacchi meno opprimenti e dal sapore stoner; questi sono tuttavia solo dei brevi momenti che non intaccano il feeling diretto e malato della canzone, che infatti prosegue anche nei ritornelli, meno animati ma se possibili ancor più rabbiosi e lugubri, una bella escalation di energia. Sembra che la traccia debba rimanere su queste coordinate molto a lungo quando improvvisamente ha luogo un rallentamento, ed il tutto si fa più cadenzato e monolitico, seppur il mood apocalittico generale resti ad aleggiare, unito però ad una componente più psichedelica e stoner, data anche dai fraseggi di chitarra che appaiono di tanto in tanto. Tale sezione va avanti per praticamente tre quarti della canzone, ma comunque non annoia, grazie alla sua atmosfera avvolgente e strisciante ed all’ossessività possente del tutto, che riescono a coinvolgere l’ascoltatore fino al finale di effetti e campionamenti, rendendo questo l’episodio che più spicca nel lotto, nonché probabilmente il migliore in assoluto.

Se la prima parte del disco è piuttosto movimentata, la seconda si presenta invece più tranquilla, pur essendo altrettanto godibile. Dopo un breve intro con suoni quasi da notte estiva, si comincia con Young Wolves & Old Mammothes, un brano molto più tranquillo e riflessivo del precedente, che perde molto in potenza nelle ritmiche piene di armonie, guadagnando altrettanto però dal punto di vista del pathos, che all’inizio è inaspettatamente anche profondo, malinconico, infelice, sia nelle strofe, contraddistinte dal lamentoso ed espressivo cantato di MPFM, sia nei refrain, leggermente più potenti ed intensi, passando per momenti più bizzarri, dal tempo dispari, che fanno capolino di tanto in tanto. Ottima anche la parte centrale, più lugubre e cupa del resto grazie anche alla distorsione estrema e quasi drogata della musica ed a suoni sintetici che fanno capolino a tratti, prima che la canzone torni apparentemente alla sua norma precedente. E’ questo solo un attimo, tuttavia, perché poi il corso del pezzo cambia di nuovo: entrano in scena infatti delle chitarre pulite che introducono una frazione lenta e dal forte flavour blues, dato soprattutto dal lento assolo di Drugo; da qui la canzone torna a farsi più pesante, ma senza comunque abbandonare il mood intenso emozionalmente ed il retrogusto blues precedente, che si propaga fino al finale, piuttosto potente ed incisivo ma comunque adatto a mettere la parola fine su di un pezzo del genere. La successiva Pentagruelion ha un preludio estremamente lungo (tant’è che più di introduzione si può parlare di canzone che entra nel vivo lentissimamente), dilatato e dominato dai suoni di carillon e sonagli, su cui poi fanno il loro ingresso l’altrettanto diffuso basso di KSS, subito raggiunto dai lievi fuzz di chitarra di Drugo e dai colpi isolati e di gusto quasi jazz/blues del drummer Valzilla; la canzone inoltre man mano si appesantisce, vedendo anche l’ingresso, ad un certo punto, della placida voce di MPFM, così soffusa ed effettata che solo molto più tardi si realizza che l’inglese ha lasciato in questo frangente il posto all’italiano; ciò accade quando il pezzo improvvisamente deflagra in qualcosa di più metallico, seppur la melodia sia sempre onnipresente, espressa da un placido lead di chitarra blues-oriented. In questa parte si aprono inoltre momenti anche più pesanti ed incisivi, ma le caratteristiche di base si conservano per tutta la seconda metà della canzone, che dopo otto minuti e mezzo senza mai grande carica ma comunque estremamente piacevoli si conclude, risultando il pezzo migliore dopo Red Capricorn. Un nuovo intro soffuso, stavolta retto inizialmente da suoni di flauti e di strumenti esotici, subito affiancati da un lento arpeggio di chitarra e dalla sezione ritmica, introducono il mood della conclusiva Birkat Habayit al meglio, prima che la canzone esploda con lentezza esasperante ed atmosfera quasi evocativa, pur essendo appunto pure psichedelica ed orientaleggiante, presentando sonorità estremamente effettate e distorte; queste ultime accompagnano le strofe in una lenta progressione sfociante poi nei ritornelli, simili musicalmente al resto anche se più intensi e particolari, presentando un feeling impossibile da spiegare a parole. Di fatto, tutto il pezzo prosegue su queste coordinate, diventando giusto un po’ più ossessivo e pressante nella seconda metà, che vede una maggior energia nelle ritmiche e la ripetizione cantilenante del titolo, quasi l’officiazione di qualche oscuro rito: il risultato è il pezzo più onirico ed acido dell’intero album, ma che riesce a risultare altresì sempre gradevole grazie alla gran quantità di particolari musicali, mettendo quindi più che degnamente la parola fine su quest’album.

Alla fine di questi quasi cinquanta minuti di trip oscuro e malato, è giunto il momento di tirare le somme: abbiamo un album forse non eccelso, ma comunque onesto e di  buonissima qualità, che ha le piene potenzialità per soddisfare tutti i fan del southern e dello stoner doom metal. Se siete tra questi ultimi, il consiglio è di dare almeno una possibilità ai Choriachi ed a S.U.F.F.E.R.: parola mia, non ve ne pentirete assolutamente!

Voto: 82/100

Mattia

Tracklist:

  1. Marijuanaut (part 1 & 2) –  10:15
  2. Our Vice Is a Locked Room – 04:56
  3. Red Capricorn – 07:54
  4. Young Wolves & Old Mammothes – 07:53
  5. Pentagruelion – 08:30
  6. Birkat Habayit – 09:25

Durata totale: 48:53

Lineup:

  • MPFM – voce
  • Drugo – chitarre
  • KSS – basso
  • Valzilla – batteria

Genere: doom metal
Sottogenere: southern/stoner doom metal

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