Septem – Septem (2013)

Si dice a volte che la prima impressione è quello che conta, ma nel mondo della musica ciò in realtà è spesso un errore: valutare un disco dal primo ascolto non si dovrebbe mai fare, perché porta facilmente a giudizi affrettati ed erronei. Prendiamo per esempio gli spezzini Septem: quando il loro esordio omonimo sulla lunga distanza mi è stato fornito, qualche mese fa, dai primi ascolti non mi era restato praticamente nulla in mente, non un ritornello, seppur il genere proposto dal gruppo non fosse così complicato, almeno in apparenza. Man mano che gli ascolti proseguivano nel tempo, tuttavia, ho cominciato lentamente a comprendere qual era il cuore del disco, ed il suo vero valore è pian piano venuto alla luce. Andiamo per gradi, comunque: nonostante si presenti come semplice heavy metal band, in Septem il gruppo ligure si produce in un genere piuttosto particolare, che accoppia una base power metal a metà tra sonorità europee e statunitensi, ed una componente progressive che si esplica però molto di più nella creazione di atmosfere intense e cangianti che nell’inserimento di passaggi tecnici e di variazioni. Ciò è ovviamente un punto di forza a mio avviso: concentrandosi sulla musica e non inserendo mai quegli inutili svolazzi che per me rovinano tanti gruppi attuali, la band riesce a creare un prodotto più focalizzato ed efficace di gran parte della scena progressive attuale. Lo stile dell’ensemble è inoltre arricchito da varie influenze che spaziano dall’heavy metal classico al melodeath, e caratterizzato in maniera forte dal dualismo tra la voce pulita e tipicamente power del singer Daniele Armanini, che ricorda da lontano quella di Kai Hansen, e le incursioni in growl alto e quasi da melodeath del chitarrista Francesco Scontrini, un dualismo che contribuisce a rendere lo stile della band più darkeggiante e personale della classica incarnazione del power/prog all’italiana, potendo essere piuttosto accostato da lontano al sound degli Eldritch, seppur declinato in maniera più melodica. I pezzi in cui questo stile si esplica sono inoltre piuttosto semplici a livello di struttura, che presenta in molti casi la stessa forma canzone di base; a livello di feeling, tuttavia, il disco è molto complicato e difficoltoso, il che è appunto il motivo per cui necessita moltissimi ascolti per assorbirlo a dovere.

Un intro vorticoso e subito power metal-oriented lascia presto il posto all’entrata in scena delle strofe della opener Mind Loss, più aggressive, incisive e dal vago retrogusto thrash metal; tali caratteristiche divengono anche più estreme nei vorticosi bridge, oscuri e caratterizzati dal growl, prima che la traccia viri prepotentemente nei ritornelli, più melodici ed aperti, seppur il velo di nebulosa infelicità che avvolge l’intera canzone sia ben presente anche qui, in maniera persino più intensa che altrove. Per la prima metà del pezzo questo tipo di struttura si mantiene così com’è, piuttosto lineare, ma nella seconda parte si vira su qualcosa di meno canonico, con l’arrivo in scena di una lunga sezione rallentata e cupa, che presenta i growl selvaggi di Scontrini ed un bell’assolo del chitarrista Enrico Montaperto, che prosegue prima in sottofondo per poi arrivare, da dominare, a concludere una opener che nonostante i sei minuti non annoia, rivelandosi di alta caratura, oltre che già da subito il perfetto manifesto del sound dei Septem. The Stranger, che segue, presenta un altro preludio piuttosto potente e power, che ne anticipa l’atmosfera piuttosto infelice ed intensa, per poi andare su qualcosa di più cadenzato e solenne, caratterizzato da riff staccati ed ancora una volta quasi da post-thrash metal. Come nell’episodio precedente, inoltre, dopo questo tipo di strofa troviamo un passaggio più oscuro, anche se stavolta i ritmi rallentano ed al growl risponde la voce pulita di Armanini; quindi, il refrain cambia nuovamente coordinate, tornando alla rapidità e risultando contenuto ma in qualche modo anche liberatorio, grazie ad un atmosfera forse non solare ma comunque piuttosto aperta. Il tutto si esplica su di una classica struttura canzone, che alterna strofe e ritornelli e presenta l’unica variazione al centro, dove la bella e lunga parte degli assoli è inframmezzato da un momento di gusto thrash che vede pure l’incursione del cantato harsh; l’unione di tutto ciò, nonostante appaia comunque piuttosto semplice, riesce comunque a spiccare all’interno del platter, rivelandosi addirittura una delle composizioni migliori. Giunge adesso Purified (by the Pain), la cui introduzione è potente e presenta qualche influsso heavy metal, prima che il tutto si sposti su binari più power, con un lead di chitarra a dominare un riff principale che si alterna con momenti più rapidi ma che per metà presentano la sola sezione ritmica a dominare, mentre la chitarra, quando appare, è sempre melodica; il bridge si presenta quindi, come da norma, growlato ed estremo,mentre il ritornello è nuovamente esplosivo, per merito anche degli altissimi acuti di Armanini, e risulta anche piuttosto semplice e catchy, stampandosi subito in mente. Tale semplice norma è inoltre inframmezzata da una frazione più tecnica che altrove, la quale però non presenta eccessivi barocchismi fini a se stessi, risultando al contrario una valorizzazione di una song che alla fine si dimostra ancora una volta di buona fattura.  E’ il momento ora di Rebirth, che inizialmente si presenta più melodica che altrove, per poi virare tuttavia su di una parte principale caratterizzato da un riffage possente ed energico ai massimi termini, seppur disteso su di un tempo medio-alto, che presenta un vago retrogusto melodeath ed addirittura black, sensazione acuita dall’alto growl di Scontrini che accompagna praticamente tutte le strofe. Il bridge prosegue più o meno sulla stessa falsariga ma con una notevole iniezione di melodia, preambolo ai ritornelli, rapidi ma estremamente armoniosi e colmi di pathos, grazie anche ad un Armanini nuovamente in stato di grazia. La canzone tende poi a ripetersi, passando dal ritorno del suo riff portante fino al ritornello, ma non annoia certo; forse nel songwriting qualche passaggio strumentale incide meno, ma altri momenti sono invece eccelsi, ed il risultato è una composizione non solo piacevolmente differente dalle altre ma anche di qualità assoluta. Un inizio estremamente melodico, che ricorda il power nordeuropeo, è il preludio più giusto per Journey to Eternity, episodio più melodico di quelli che ha intorno, non presentando quasi mai momenti aggressivi ed essendo caratterizzata da lead chitarristici che a volte dominano anche quando le chitarre ritmiche spariscono. Le strofe sono inizialmente costituite solo dalla sezione ritmica su cui ogni tanto fa capolino una chitarra pulita per poi divenire più potenti e metalliche, ma senza perdere la loro base estremamente ritmata né l’atmosfera statica, d’attesa, che li caratterizza; si cambia solo in occasione dei ritornelli, distesi ma ancor più intensi dal punto di vista del feeling di intensa malinconia che avvolge l’intero episodio. Ottima anche la parte centrale, che se inizialmente è leggermente più potente del resto, si rivela in seguito altrettanto distesa ed infelice nel mood del resto, se non addirittura di più, e presenta nella sua seconda metà un ottima parte solistica, molto espressiva, preludio alla ripresa della parte principale, che mette il sigillo di una canzone forse meno incisiva delle altre, ma comunque di qualità più che discreta.

Cold Dead Heart si avvia sparata e movimentata, estremamente pesante a livello ritmico e col growl protagonista sin da subito; questa è tuttavia una falsa premessa, perché la song vira poi su qualcosa di più armonioso, con strofe rette da un riff spezzato e dal flavour metal moderno e dalla voce mansueta di Armanini, oltre che dall’incursione di tanto in tanto di qualche chitarra in lead; esse confluiscono in bridge che man mano tornano a farsi più cupi e tempestosi, finché i chorus, potentissimi e liberatori con la loro apertura e l’armonia delle trame chitarristiche, non fanno la loro prepotente entrata in scena, stampandosi istantaneamente nella mente dell’ascoltatore. Questa struttura tende poi a ripetersi, risultando tuttavia sempre interessante per tutte le piccole variazioni che ha; a rendere il tutto anche più interessante, al centro la traccia si calma, ed a reggere la scena sono solo il placido basso di Andrea Albericci e gli arpeggi della chitarra acustica su cui Armanini quasi sussurra; la song quindi torna a lidi più metallici, ma il mood  intenso, indescrivibile a parole, triste ma solenne, rimane anche quando il ritornello fa la sua ricomparsa, per poi concludere uno dei brani migliori dell’album, se non il migliore in assoluto. Essendo il nome della band così legato al numero sette, il settimo pezzo del disco non poteva che essere speciale, e difatti la band con Septima tira fuori una strumentale in cui da sfogo al proprio lato progressive: dopo un intro piuttosto allegro e spensierato, la canzone si fa più seria, rimanendo lo stesso però lontana dall’oscurità e dall’infelicità toccata negli episodi precedenti; quest’ultima si mostra solo quando il pezzo svolta all’improvviso su qualcosa di più soffuso, con la comparsa di chitarre acustiche ed un atmosfera sognante ma malinconica. La seconda metà del brano si rivela più power-oriented, e riprende a correre, presentando un rifferama granitico ed elementi come i lead di chitarra ed i pattern di cassa di Graziano Mariotti che riescono a dare al tutto un atmosfera  quasi epica, battagliera, anche se non in maniera ostentata; si arriva perciò al gran finale, che recupera man mano la delicatezza che la canzone aveva mostrato al centro e va quindi a concludere, con il solo suono della chitarra di Montaperto, quest’ottima strumentale nella maniera più delicata possibile. La musica si mantiene ancora soffice con l’intro di A Different Day, il quale presenta una chitarra pulita in solitaria; presto però ciò lascia presto il posto ad un pezzo power piuttosto rapido e dinamico, che ricorda quasi i Gamma Ray, sensazione acuita da Armanini, più roco e più vicino a Kai Hansen del solito. Il brano prosegue su questa falsariga per tutte le strofe, variando giusto ogni tanto il ritmo o le trame musicali, poi fanno il loro ingresso i bridge, più cadenzati e massicci, che pongono come un muro prima che si riparta con qualcosa di simile alle strofe, anche se arricchite da dei piccoli lead di chitarra e da un intensa carica nostalgica, diversa dalla vaga tristezza del resto della song. Il brano prosegue ancora una volta parecchio lineare per circa cinque minuti e mezzo, ma con molte variazioni nascoste in se a livello di composizione, qui anche più curata che altrove; al termine di tale lasso di tempo tutto sembra finito, ma fa subito la sua comparsa una parte strana, placida e di gusto quasi jazz, su cui presto entra la chitarra solista di Montaperto: è questo il preludio al ritorno del metal vero e proprio, per una seconda metà che ci riporta all’inizio per ripetere lo stesso sviluppo già sentito in maniera strumentale, interrompendosi però all’improvviso e mettendo la parola fine ad un altro pezzo eccellente. La seguente Choose Your Death si avvia con urgenza, presentando un riff molto maideniano preludio ad un brano rapido e movimentato, che va subito al punto, avvicendando le strofe, dal bel riff spezzato piuttosto serrato e dal feeling serio ai bridge, potenti musicalmente ma anche ricercati in qualche modo, che giocano tutto sul botta e risposta tra pulito e growl, che ci conducono ai ritornelli, molto elementari e caratterizzati da un lead ossessivo che rende il tutto anche più espressivo.  Dopodiché, la struttura sembra ripetersi, ma invece di un’altra strofa all’improvviso fa il suo ingresso in scena una parte centrale particolare, divisa a metà tra riff potenti e lead semplici ma circolari, una frazione che ricorda un po’ i Running Wild; da qui la traccia riprende quindi la sua norma precedente, e va a concludersi, risultando l’ennesimo pezzo di qualità. Siamo ormai agli sgoccioli: il riff iniziale di Keep Metal Alive mostra ancora armonizzazioni dal gusto maideniano, poi la song si fa più potente e progressiva, presentandosi sin da subito seria e solenne, quasi evocativa nel suo avanzarare e senza più la cupezza di tanti pezzi che ha alle spalle, la quale fa capolino solo qua e là per brevi momenti, caratterizzati ancora dall’alternanza growl/pulito. La struttura poi confluisce nei chorus, di potenza assoluta e liberatori, da urlare al cielo nonostante non siano estremi in fatto di energia e nemmeno troppo lineari; il tutto è inoltre molto valorizzato da un testo che esprime un amore verso il metal sincero e convincente, certo non qualcosa di ingenuo o un’esaltazione fanatica. Degno di nota anche il songwriting, sempre preciso e che si esplica appieno nella coda solistica finale, non troppo varia ma comunque coinvolgente, aggiungendo una marcia in più alla canzone e concludendo al tempo stesso il disco come meglio non si poteva.

Abbiamo perciò un lavoro piuttosto omogeneo, che non varia molto la propria formula di base ma che una composizione ottima e idee piuttosto variegate riescono a rendere interessante e personale, dando buone speranze per il rinnovamento del genere power metal che ho auspicato già in passato e sembra ormai essere alle porte. La mia speranza  è che i Septem riescano veramente ad esplodere,ed a porsi tra gli alfieri di questo rinascita: se non sarà facile, visto che siamo in Italia, il modo migliore per aiutarli a farcela è supportarli. Il mio consiglio è proprio di fare questo: se siete fan del power e del progressive metal ed avete la mente aperta, Septem vi piacerà sicuramente, garantito, e non avete scuse per non farlo vostro!

Voto: 85/100

Questa è la recensione numero 200 di Heavy Metal Heaven. Per molti sarebbe un punto di arrivo, per la nostra webzine è soltanto un nuovo punto di partenza; voglio però ringraziare tutti i fan che ci hanno seguito fin qui, nella speranza che continuino a farlo!
Mattia

Tracklist:

  1. Mind Loss – 06:07
  2. The Stranger – 05:04 
  3. Purified (by the Pain) – 05:27 
  4. Rebirth – 05:15
  5. Journey to Eternity – 05:58
  6. Cold Dead Heart – 06:21
  7. Septima – 05:45
  8. A Different Day – 07:48
  9. Choose Your Death – 04:39 
  10. Keep Metal Alive – 07:54

Durata totale: 01:00:18

Lineup:

  • Daniele Armanini – voce
  • Francesco Scontrini – voce growl e chitarra
  • Enrico Montaperto – chitarra solista
  • Andrea Albericci – basso
  • Graziano Mariotti (batteria)

Genere:power/progressive metal

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