Summoning – Minas Morgul (1995)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEMinas Morgul, è il secondo album dei Summoning, alfieri del connubio tra l’opera di John R.R. Tolkien e il metal.
GENEREUn black metal atmosferico di gran epicità, con elementi grezzi come le tastiere “da videogioco” ma non fastidiosi.
PUNTI DI FORZAUno stile leggendario, un concept tolkeniano, grandi atmosfere, una scaletta dalla qualità media altissima.
PUNTI DEBOLIUn pelo troppo grezzo a tratti.
CANZONI MIGLIORIThe Passing of the Grey Company (ascolta), The Legend of the Master-Ring (ascolta), Dor Daedeloth (ascolta)
CONCLUSIONIMinas Morgul è un album splendido, consigliatissimo a tutti i fan del black epico e di quello atmosferico.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
92
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Nonostante molti puristi non lo vogliano ammettere, credendolo ben più adatto a stili metal più melodici come l’heavy ed il power, il fantasy è un genere che a livello tematico si è sposato molto bene al black metal sin dall’inizio della sua “seconda ondata”: prova ne è ad esempio un gruppo come gli Immortal, che già dai propri esordi ha sempre lasciato da parte i temi satanisti o pagani dei gruppi coevi, in favore delle storie dell’immaginario regno ghiacciato di Blashyrk. Nonostante come in quest’ultimo caso l’approccio al genere sia molto più oscuro, band black e power condividono molte caratteristiche in tal senso, tra le quali si può annoverare di sicuro la passione per l’opera del maestro John Ronald Reuel Tolkien: basti solo pensare a Burzum, nato dalle ceneri degli Uruk-Hai e con un monicker che richiama la parola “oscurità” del linguaggio nero di Mordor, per non parlare poi degli austriaci Summoning, che al professore inglese hanno dedicato praticamente tutta la propria vita artistica. Nato nel 1993 a Vienna, l’ensemble passò difatti in breve tempo da temi occulti più comuni nel black metal classico alla mitologia tolkeniana, di cui dimostra anche una grandissima padronanza e conoscenza, di sicuro ben al di sopra della media. Per adattarsi a tale particolare svolta tematica, la band quasi subito ne adottò anche una stilistica: quando infatti l’esordio Lugburz (1995) era ancora piuttosto tradizionale a livello di sonorità, il successore Minas Morgul, uscito una manciata di mesi dopo, già vede un sound radicalmente diverso, nonché innovativo per l’epoca. In esso abbiamo infatti un black metal epico e dalle atmosfere cangianti e variabili, create principalmente da suoni sintetici molto grezzi e “finti”, paragonabili quasi a quelli dei videogiochi d’annata, ma che risultano lo stesso molto efficaci, avvolgendo e coinvolgendo a meraviglia. Prima di cominciare con la sua disamina, ad ogni modo, qualche parola anche per la cover, una vera e propria opera d’arte, che seppur sia stata originariamente la copertina di un romanzo dello scrittore inglese Roger Taylor, riesce comunque a trascinarci dentro le atmosfere antiche e tolkeniane evocate così bene dal gruppo ancor prima di spingere il pulsante “play”.

I giochi partono da Soul Wandering, preludio i cui cori sintetizzati ed i suoni delle tastiere intermezzati dalle puntate della drum machine sono già un efficace introduzione non solo alle sonorità della parte elettronica dell’album, ma anche alle atmosfere di quest’ultimo, grazie al mood labirintico,oscuro e d’attesa che si viene a creare. Improvvisamente il tutto si spegne, e poi il metal fa la sua irruzione con Lugburz, canzone retta da un ritmo estremamente lento e cadenzato su cui prendono posto la chitarra a zanzara di Protector e degli scream echeggiati ed incomprensibili (equamente divisi tra lo stesso Protector ed il bassista Silenius), oltre che il tappeto di tastiera che quasi imita il suono del corno, e rende ancor più epico qualcosa che lo sarebbe già di suo, autonomamente. Tale norma va avanti piuttosto a lungo, ossessiva, prima che faccia la sua entrata in scena quella definibile come “parte del ritornello”, molto più rapida e pestate, dominata com’è dalla doppia cassa della drum machine, anche se ancora permangono le tastiere ed in generale l’atmosfera magica che avvolge il tutto, lontana, eroica ma anche piuttosto oscura (anche in ossequio al testo, che parla appunto di Lugburz, il nome in lingua nera della fortezza di Sauron, Barad-dûr) non spariscano, ma divengano pure più intense, qui. Il dualismo tra queste due parti prosegue per praticamente tutta la song, che va avanti puntando molto più all’atmosfera che all’incisività, seppur la tensione non si abbassi mai: abbiamo perciò, alla fine, un lungo pezzo un po’ particolare, ma comunque di qualità decisamente alta. La successiva The Passing of the Grey Company viene introdotta da suoni di cornamusa e di clarinetto chiaramente sintetici, ma che riescono lo stesso a trasportare l’ascoltatore in una dimensione medioevale, propagandosi poi anche quando il metal fa il suo ingresso in scena, ponendosi su di una sezione ritmica movimentata, quasi più da folk moderno che da black, accompagnata per giunta da un mood meno oscuro che in passato. Tale falsariga si sdoppia poi, dividendosi tra degli stacchi in cui di nuovo gli elementi metal lasciano il passo ai synth, momenti che hanno l’unico scopo di creare ancor più atmosfera (cosa che riesce loro molto bene peraltro) e di spezzare la canzone, ed altri tratti con poche keys e dominati dai tipici riff black metal, che generano un effetto molto più oscuro che altrove, seppur una certa carica battagliera mai venga meno. Quest’alternanza va avanti fino a circa metà traccia, poi la componente di musica medioevale e quella black metal tornano ad unirsi, in una fusione che è ancora più intensa ed esplosiva che in passato. Da qui, la progressione iniziale torna quindi a ripetersi, proseguendo fino al termine: il risultato finale è un episodio di oltre nove minuti in fondo piuttosto semplice, ma che non annoia, essendo anzi con la sua atmosfera tra i pezzi che spiccano di più all’interno dell’album per valore. Un intro di tastiere sinfoniche, su cui quindi giungono degli scream potenti, è il preludio a Morthond, canzone che nonostante il titolo collegato al brano precedente (omaggia il fiume di Gondor la cui valle viene seguita dalla Compagnia Grigia dopo il passaggio per il Sentiero dei Morti) presenta un atmosfera più lirica e contemplativa, grazie ai suoni orchestrali che ancora permangono ed anche al riffage, che è si black-oriented ma sempre piuttosto colmo di pathos, sia nei momenti più contenuti e riflessivi che in quelli più rapidi ed in cui sia la doppia cassa della drum machine, sia le chitarre, incidono di più, cercando anche la potenza, oltre che l’atmosfera. In mezzo a tutto ciò trova spazio anche un interludio che riprende i temi dell’introduzione, un’apertura ancor più malinconica del resto che riesce a valorizzare anche di più una traccia nuovamente ottima, oltre a chiuderla come si era aperta tornando nel finale. Marching Homewards, che arriva ora, riprende le emozioni della composizione precedente e le accentua anche di più, seppur anche l’epicità torni a fare il suo corso: sin dall’inizio abbiamo infatti una composizione che su un ritmo marziale molto lento presenta delle ritmiche melodiche ad evocare un’intensa ed infelice nostalgia, che si propaga per tutte le strofe, coadiuvata di tanto in tanto anche dall’immaginifico suono di un flauto solitario. Tali frazioni lasciano quindi il posto a momenti più particolari, più statici nel comparto ritmico, che ha un fortissimo retrogusto medioevale, senza la batteria e solo con le percussioni com’è ad accompagnare l’arcigno riff black che vi è sopra; anche il brano in sé, del resto, procede lentissimamente per lunghi minuti, senza alcuna variazione di struttura, finché il tutto non si apre brevemente, per un breve momento dominato dal pianoforte, che prelude ad una sezione assolutamente rabbiosa e martellante, in cui tutta la placidità precedente viene spazzata via, lasciando giusto un retrogusto di melodia, un finale piuttosto strano per una canzone forse inferiore a quelle che ha intorno, ma comunque ancora di valore. E’ il turno ora di Orthanc, un breve interludio di musica elettronica, quasi a metà tra la dance e la musica dei videogiochi, giusto un breve passaggio che rende il disco anche più misterioso e magico, consentendo anche all’ascoltatore un momento di riposo.

Si torna al black metal con Ungolianth, che sin da subito si presenta come un pezzo epico, oscuro e vagamente triste, ben adattandosi al personaggio descritto dal testo, il gigantesco ragno-femmina che nel Silmarillion aiuta il signore oscuro Morgoth a devastare le terre beate di Aman, sede degli elfi e dei “divini” Valar. In ogni caso, musicalmente il brano è caratterizzato da un ritmo ancora una volta particolare, molto diverso da quelli del black ed accomunabile, alla lontana, invece al folk; esso viene inoltre spezzato di tanto in tanto da momenti più riflessivi e soffusi, in cui gli elementi metallici decadono ed a dominare sono suoni simil-orchestrali e cori sintetici, brevi tratti quasi di riposo che poi sfociano di nuovo nella potente falsariga della canzone, la quale si riprende con piena potenza. La struttura sembra estremamente semplice, ma ad un analisi più attenta si notano le innumerevoli variazioni qui presenti: sono proprio queste, insieme alla solita componente di mood, a rendere la traccia estremamente interessante ed appena al di sotto delle migliori del disco. Dagor Bragollach, che arriva poi, è il pezzo più bizzarro di Minas Morgul: si avvia difatti con un tappeto sinfonico inizialmente scandito da un pianoforte, dominatore ritmico di buona parte della composizione in unione coi suoni di un rullante militare; si alternano da qui rapidamente momenti più potenti dal punto degli effetti ed altri più rarefatti e melodici, dominati dalle percussioni, e su tutto trovano posto vocalizzi in scream che si esprimono però non nel classico cantato, quanto più in una narrazione della battaglia omonima. La song va avanti, ansiosa e movimentata, per quasi tutta la propria durata: fa eccezione la parte centrale, leggermente più aperta ed epica, che presenta il sound sintetico di un corno, prima che la claustrofobica norma torni a fare il suo ingresso e concluda questa lunga parentesi, forse inutile ai fini del disco ma che costituisce comunque un piacevole diversivo. Si rientra in ambito metallico con Through the Forest of Dor Guldur, che sin da subito è lugubre e dannatamente oscura nella propria epicità, rievocando molto bene le atmosfere che si dovevano respirare in quel Bosco Atro richiamato dalle liriche; tutto ciò viene evocato dai vorticosi riff, forse i più classicamente black metal del disco, su di un ritmo variabile, che alterna accelerazioni non estreme e momenti più cadenzati. In tutto ciò, le tastiere sono lasciate quasi al sottofondo, ma al centro, d’improvviso, chitarre e sezione ritmica si zittiscono, ed esse rimangono a fare il proprio corso, per un momento etereo e magico, che le incursioni delle percussioni e delle chitarre pulite non infrangono lungo tutta il suo sviluppo, prima che il crescendo finale, recuperando appieno il black e facendosi man mano più intenso, giunga a mettere la parola fine su di un pezzo ancora ottimo. Il pianoforte ed i suoni sintetici, poi raggiunti da elementi più tipicamente black metal, introducono benissimo le atmosfere di The Legend of the Master-Ring, creando un effetto strano, cupo ma in qualche modo anche aperto, fantastico, prima che la traccia si appesantisca leggermente con l’entrata in scena della sezione ritmica: anche così, però, a dominare assolutamente sono i synth ed in particolare il pianoforte, a generare ancora un forte feeling antico e fantasy che risulta sognante e con giusto un retrogusto vago dell’oscurità tipica del black metal. La struttura della song procede alternando momenti più metallici ad altri più soffusi e dominati da suoni sintetizzati di flauti e di armonica, il tutto senza mai abbandonare il proprio mood particolare, che è il vero punto di forza della canzone e la rende, pur con i suoi “soli” cinque minuti e mezzo, uno degli episodi in assoluto migliori dell’album. I toni fanno ritorno su un’epica cupezza con la successiva Dor Daedeloth, brano introdotto brevemente da oscuri cori prima di deflagrare, immensamente immaginifico e solenne e cominciare la sua ascesa prepotente, incidendo a meraviglia nonostante l’estrema lentezza del suo tempo. La struttura va avanti tra brevi stacchi soffusi di tastiere e la colonna vertebrale del pezzo, costituita di black mastodontico che strutturalmente presenta però più variazioni che in passato: appaiono infatti a tratti delle frazioni leggermente più movimentate ma anche più epiche, ed in generale vi è una ricchezza di particolari musicali molto più ampia che in passato, il che ha il risultato di rendere il tutto più interessante e mantenere alta l’attenzione in ogni attimo degli oltre dieci minuti di questo brano. Degno di nota, in ogni caso, il bellissimo testo contemplativo sulla terra del signore oscuro Morgoth, Dor Daedeloth appunto, che arricchisce molto il background della composizione; non si può inoltre non menzionare la seconda metà della traccia, in cui gli elementi metallici all’improvviso vanno in sottofondo ed a dominare esce un tappeto sinfonico, modificando l’atmosfera che diminuisce nell’epicità, seppur essa resti sempre presente, e diventi più strisciante e cupa, una frazione di pura magia oscura che va infine a chiudere questa closer-track come meglio non si poteva, facendola risultare l’episodio in assoluto migliore del disco che va a terminare con il botto.

Minas Morgul, a causa di qualche particolare meno riuscito e della produzione comunque piuttosto grezza e poco accurata, non è probabilmente il capolavoro assoluto della carriera dei Summoning; nonostante ciò però, esso risulta lo stesso una piccola gemma nel suo particolare genere, di sicuro assolutamente degna di essere posseduta. Se il black atmosferico o quello epico sono generi che fanno per voi, perciò, questo è un album che dovete possedere a tutti i costi: se riuscirete ad andare oltre la sua particolarità, difatti, è garantito che vi saprà regalare ore ed ore di oscuro e medioevale intrattenimento!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Soul Wandering02:32
2Lugburz07:15
3The Passing og the Grey Company09:16
4Morthond06:44
5Marching Homewards08:11
6Orthanc01:39
7Ungolianth06:37
8Dagor Bragollach05:05
9Through the Forest of Dol Guldur04:47
10The Legend of the Master-Ring05:27
11Dor Daedeloth10:16
Durata totale: 01:07:49
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Protectorvoce, chitarra e tastiere
Sileniusvoce, tastiere e basso
ETICHETTA/E:Napalm Records
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