Svartsot – Maledictus Eris (2011)

Per chi ha fretta:
Maledictus Eris, terzo album dei danesi Svartsot, è un album senza molta convinzione. Seppur il folk metal del gruppo abbia qualche buono spunto, come gli influssi death oppure le trame della chitarra di Cris Frederiksen, il disco risulta privo di idee. Le varie canzoni sono monotone e si assomigliano molto tra loro, sia a livello musicale che vocale – e il growl di Thor Bager peraltro sembra stonare con la melodia generale. Certo, qualcosa che colpisce c’è: Dødedansen e …og landet ligger så øde hen sono infatti canzoni abbastanza buone. Anche il concept sulla peste che colpì Copenaghen nel 1347 può risultare interessante; per il resto la tracklist, pur non avendo grandi picchi in negativo, viaggia a una media piuttosto bassa. Per questo, Maledictus Eris è un disco nella media, piacevole come ascolto estemporaneo ma per nulla imprescindibile.

La recensione completa:
Dopo l’esplosione degli anni duemila, negli ultimi tempi il folk metal sta vivendo un periodo di difficoltà: è come se il genere si stesse accartocciando su ste stesso, con troppe band che ormai non cercano più l’originalità e la creatività ma si limitano a ripetere ossessivamente gli stessi stilemi. Il risultato di ciò è l’uscita di tantissimi dischi poco originali e che mancano di vera convinzione, oscillando tra la banalità totale ed una sufficienza ampia ma nulla più: è proprio quest’ultimo il caso di Maledictus Eris, terzo album dei danesi Svartsot, che affrontiamo oggi. In esso, la band si produce in un folk metal dal riffage piuttosto pesante e con influssi death (sensazione acuita anche dal cantato di Thor Bager, diviso tra growl e scream), influenzato da una gamma di band che vanno dai Finntroll agli Heidevolk, passando per Eluveitie ed Equilibrium, ma che presenta anche spunti di personalità: su tutte, l’uso che il leader della band Cris Frederiksen fa della propria chitarra, la quale accompagna in lead i giri folk ed è assoluta dominatrice, non accontentandosi del secondo piano a cui tantissime band del genere la relegano. Tutto ciò è estremamente positivo, ma purtroppo la band non riesce a concretizzare le proprie potenzialità teoriche: le idee presenti in Maledictus Eris sono infatti poche, stanche e scontate ed il risultato è un album fin troppo omogeneo, in cui le canzoni si assomigliano tutte tra loro e sono poche quelle che riescono a spiccare, risultando peraltro né troppo originali né di valore poi così alto. A rendere il tutto meno appetibile è inoltre il già citato Bager: seppur tecnicamente ineccepibile nei suoi vocalizzi “harsh”, il frontman usa questo tipo di cantato in praticamente tutto il disco, castrando la resa della band; maggiori variazioni nella voce avrebbero reso immensamente meglio del growl monotono adottato qui, che del resto è abbastanza fuori contesto, visto che nel disco sono veramente pochi i momenti estremi che lo necessitano in maniera tassativa, mentre per la maggior parte abbiamo tracce estremamente melodiche. Il risultato finale di tutto ciò è, come vedremo tra poco, un album tutto sommato decente ma sicuramente ben lontano dai capolavori del folk metal e che per questo toppa clamorosamente l’intenzione della band di renderlo il più rappresentativo della propria carriera (fatto reso evidente dal concept che vi è dietro, ispirato come probabilmente lo stesso monicker “Svartsot” alla peste nera che colpì nel 1347 Copenhagen).

Il disco si avvia con Staden…, breve intro composto di un lieve tappeto di musica folk e di percussioni marziali su cui hanno posto una serie di rumori “paesani”. Quarantotto secondi, e poi entra in gioco Gud giv det varer ved!, lenta e scanzonata come da buona norma del folk metal da taverna ma anche piuttosto pesante, con gli strumenti tradizionali e la chitarra in lead che si appoggiano su un riffage ribassato e potente; su tutto ciò è in bella mostra il cantato di Bager, qui stazionante quasi sempre su un cavernoso growl piuttosto monocorde, seppur per ora non stanchi. La struttura è inoltre piuttosto semplice, ed alterna i ritornelli, più aperti e caratterizzati dalle melodie del flauto e dal botta e risposta tra cori e cantato solista, alle strofe, leggermente più pestate e senza quasi traccia degli strumenti folk, sostituiti però egregiamente dalla chitarra solista di Frederiksen; tale norma varia in maniera decisa solo per la frazione centrale, in cui queste due componenti si uniscono e generano qualcosa di piuttosto pesante, specie nel comparto ritmico (in cui si mette in mostra il solido e preciso drummer Danni Lyse Jelsgaard), ciliegina sulla torta di una canzone forse un po’ ripetitiva, ma comunque di buona qualità. Qualche colpo di tosse, poi parte Dødedansen, song inizialmente più rapida e ritmata della precedente per poi  mutare, con l’apertura di stacchi più melodici e lenti e caratterizzati anche dal suono del mandolino, in cui il cantante passa dal growl ad uno scream quasi da black metal, per un effetto complessivo quasi evocativo. La parte migliore è però quella per gran parte strumentale posta al centro, in cui i temi dei momenti meno pressanti della traccia vengono ripresi dal suono del flauto, assoluto protagonista del brano insieme alla chitarra solista, con il tutto che assume toni meno solenni ma più caldi ed avvolgenti; buono inoltre il songwriting, specie quello dei piccoli particolari che qua e là rendono la canzone ancor più particolare e la valorizzano, tanto da farla entrare di diritto tra le migliori del lotto. Con la seguente Farsoten kom abbiamo un pezzo che dall’inizio si presenta più disteso del precedente a livello ritmico, visto che le melodie dominano quasi ovunque ed anche la voce harsh di Bager è spesso affiancata da cori puliti che caratterizzano il brano in maniera forte. Dall’altra parte, abbiamo però una composizione che già da subito si mostra a tratti melodicamente simile alle precedenti, sia nel riffage sia nella melodie folk che vi sono al di sopra, specie del mandolino e della chitarra in lead; anche la struttura non aiuta, reiterando stavolta in maniera sterile e ripetitiva la stessa formula ed interrompendosi solo per la breve parte centrale, più riflessiva del resto, che rappresenta anche la cosa migliore di un episodio in fin dei conti godibile per le proprie caratteristiche, ma senza impressionare. Giunge ora Holdt ned af en tjørnm, che si avvia con il dominio della cornamusa svedese, che resta in bella mostra anche quando gli elementi metal faranno la loro entrata in scena, in alternanza con i lead di chitarra che ne ripetono fedelmente i temi. Quest’ultima parte si propaga lungo tutta la traccia avvicendandosi con momenti più oscuri e contenuti, in cui la chitarra ritmica è presente solo come un tappeto ritmico di sottofondo, accompagnata da quella acustica, molto lieve e d’atmosfera, mentre a dominare è il growl di Bager, che però stranamente  qui non stona. A metà canzone trova posto inoltre un’apertura che prima si fa molto più soffusa, con le cornamuse ancora in evidenza sulla sezione ritmica e sulla chitarra in sottofondo, per poi sterzare prepotentemente su una falsariga energica, dominata dalla doppia cassa compatta di Jelsgaard e da un riffage pesante, seppur la melodia non scompaia mai, risultando anzi ben presente; questa sezione va avanti per un po’, finché la cornamusa non torna e conclude una canzone certo non eccezionale, ma comunque più che discreta. E’ il turno poi di Den forgængelige tro, in cui sopra agli effetti della chitarra ritmica ed allo scacciapensieri, la chitarra in lead intesse trame assieme al flauto, per un effetto particolare, quasi da celtic metal, sensazione acuita dal lento e marziale ritmo terzinato; il tutto procede nella stessa maniera anche quando appare la voce ed il tutto entra nel vivo, con alcune variazioni degne di nota (come quando il riffage e la sezione ritmica restano in solitaria sotto alla voce, o qualche breve parte solistica sparsa qua e là) che però non modificano un granché la falsariga di fondo del pezzo, la quale si propaga forte ovunque: proprio questo è forse il principale difetto del brano, che presenta soluzioni compositive tutte piuttosto simili e non riesce a colpire, rivelandosi alla fine anche gradevole, nel complesso, ma nell’ambito del disco decisamente anonima.
Dopo un breve intro di batteria parte Om jeg lever kveg, un pezzo che nel comparto chitarristico sa veramente tanto di già sentito, in particolare rassomigliando molto a Farsoten kom; dall’altra parte, però, abbiamo anche qualche particolare riuscito, come i virtuosismi del flauto del polistrumentista Hans-Jørgen Martinus Hansen che punteggiano le strofe ed i refrain, più vagamente oscuri e che presentano dei bei suoni di chitarra acustica; proprio quest’ultima prende il dominio nella parte centrale, soffusa ed anche piuttosto delicata, nonostante il growl imperante di Bager che però in questo frangente non da troppo fastidio. Anche la breve durata (meno di tre minuti e mezzo) aiuta a non rendere il tutto troppo ridondante, ed abbiamo perciò una canzone al di sopra della media, seppur non sia chissà quale capolavoro. Kunsten at dø, che segue, è introdotta ancora una volta da un ritmo di chitarra acustica dal retrogusto celtico, su cui presto fa la sua comparsa anche il mandolino, creando una sezione molto soffusa e senza la presenza di chitarre distorte, in cui però giunge a stonare la voce in scream di Bager; la canzone cambia in meglio quando il metal vero e proprio entra in scena incidendo con potenza, seppur sia coadiuvato ancora dai giri del mandolino ed in generale risulti piuttosto melodico. Da qui, parti più armoniose, che incidono anche discretamente bene,  e momenti invece più riff-oriented ma piuttosto insignificanti si alternano in un unione che potrebbe anche essere interessante ma che alla lunga stanca, vista la staticità compositiva del tutto, che presenta sì variazioni, ritmiche e di trame strumentali, ma tende anche a nasconderle abbastanza, annegando tutto in un mare piuttosto uguale a se stesso, e facendo di questo l’ennesimo pezzo al di sotto delle proprie capacità. Giunge ora Den nidske gud, che si avvia con il ritmo terzinato cadenzato e marziale che praticamente accompagna tutte le canzoni in Maledictus Eris, ed è uno dei principali responsabili di rendere il tutto così ripetitivo; in ogni caso, la song prosegue poi nella stessa maniera, presentando giusto qualche differenza rispetto al  passato nelle strofe, con la batteria che a tratti si sposta (leggermente) quasi sul walzer, e nel riffage che in certi momenti ha un vaghissimo retrogusto da metal classico; buona anche la parte centrale, in cui vi è un pregevole duetto tra la cornamusa di Martinus Hansen e la chitarra solista di Frederiksen, con ques’ultima che a tratti prende pure il sopravvento ed è autrice di un buon solo. Purtroppo, ciò è troppo poco per risollevare dall’anonimato il brano, che per il resto presenta gli stessi identici elementi e melodie analoghe delle altre canzoni, sapendo di già sentito e non riuscendo certo ad essere efficace a dovere, risultando anzi tra gli episodi che più si perdono all’interno del lotto. Quando ormai sembra che il disco debba trascinarsi, fiacco e monotono, verso la propria conclusione, la band spiazza l’ascoltatore proponendo Spigrene, lenta ballata senza praticamente elementi metallici, dominata invece dalle chitarre acustiche, da lievi incursioni di flauto e dalla voce pulita dell’ospite Uffe Dons Peterson, che generano un affresco delicato e leggero. La struttura è inoltre elementare, anche più che altrove, le strofe si susseguono una dietro l’altra e le variazioni presenti sono ben poche; ciò nonostante, vista la sua particolarità la traccia riesce comunque a risultare efficace ed a coinvolgere, risultando alla fine una traccia ben più incisiva di tante precedenti. A chiudere il disco, giunge …og landet ligger så øde hen, con cui torniamo al folk metal: nei fatti, la canzone è caratterizzata da un riff portante che presenta intrecci della componente metal del sound del gruppo con le cornamuse di Martinus Hansen, che si ripresenterà spesso lungo la song e reggerà poi anche i semplici ritornelli; tale parte si alterna con le strofe, senza elementi tradizionali e che presentano ritmiche più oscure del resto, evocando un atmosfera vicina a quelle tipiche del black, seppur l’epicità sentita nella frazione precedente non sparisca. La parte migliore della canzone è però quella posta al centro, meno movimentata e dominata dai giri lenti e solenni della cornamusa in duello con i lead di chitarre, per un effetto quasi di pace, di tranquillità, nonostante la potenza delle soluzioni adottate dal gruppo; tale momento si propaga a lungo, tra stacchi lievi e soffusi, di sola musica folk, e momenti che in parte recuperano la vorticosità iniziale. Dopo quattro minuti, così, il disco si conclude con il suo episodio probabilmente in assoluto migliore, facendo perciò rimpiangere ciò che poteva essere e non è stato.
Alla fine dei conti, abbiamo tra le mani un album piacevole, decente e con qualche bel pezzo, ma che qualitativamente si colloca assolutamente nella media e sparisce nel mare magno delle uscite folk degli ultimi anni, senza riuscire a spiccare in esso. Se siete fan sfegatati del folk metal, questo disco potrà risultarvi comunque almeno in parte interessante: altrimenti fareste meglio a buttarvi sui tanti altri dischi del genere più meritevoli di questo usciti nel corso degli anni.

Voto: 64/100
Mattia
Tracklist:
  1. Staden… – 00:48
  2. Gud giv det varer ved! – 04:26
  3. Dødedansen – 04:59
  4. Farsoten kom – 04:32
  5. Holdt ned af en tjørn – 04:26
  6. Den forgængelige tro – 04:46
  7. Om jeg lever kveg – 03:22
  8. Kunsten at dø – 05:03
  9. Den nidske gud – 04:48
  10. Spigrene – 04:13
  11. …og landet ligger så øde hen – 04:46
Durata totale: 46:09
Lineup:
  • Thor Bager – voce
  • Cris J.S. Frederiksen – chitarre, mandolino e scacciapensieri
  • Hans-Jørgen Martinus Hansen – flauti e cornamuse
  • James Atkins – basso
  • Danni Lyse Jelsgaard – batteria
Genere: folk metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Svartsot

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