Witches of Doom – Obey (2014)

All’interno del genere doom metal, uno dei cliché più diffusi in assoluto è quello legato alle “streghe”: dalle copertine variopinte dei precursori assoluti Witchfinder General agli argomenti affrontati spesso nei testi da gruppi anche di una certa fama come Cathedral e Reverend Bizarre, passando per tutti i gruppi che citano il termine “witch” nel loro stesso monicker (giusto per fare qualche esempio, oltre a padrini come gli stessi General e gli Angel Witch si possono citare i vari Witchcraft, Witch Mountain, Arkham Witch, Witchfield ed Acid Witch), tale tematica è diventata col tempo estremamente abusata. Non si deve tuttavia far l’errore di pensare che un gruppo rientrante in tale stereotipo debba essere per forza banale o poco interessante: facendolo, infatti, si possono sottovalutare act al contrario originali e di valore assoluto, come i romani Witches of Doom, di cui parliamo oggi. Il gruppo nasce appena nel 2013 e brucia rapidamente le tappe: in meno di due anni è riuscito, difatti, a rendersi già piuttosto noto ed a pubblicare il proprio esordio discografico, Obey, uscito alcuni mesi fa. In esso, l’ensemble capitolino si produce in un genere decisamente personale, un gothic doom debitore di gruppi quali Paradise Lost e Type O Negative, la cui lezione viene però modernizzata e resa più personale inserendo influenze da generi come lo stoner doom, il rock progressivo (come da buona lezione italiana) ed in minima parte anche da southern metal, grunge ed alternative. Il tutto è inoltre reso ancor più particolare dalla tastiera di Graziano “Eric” Corrado, che spesso ha sonorità particolari, rassomigliando più ad una chitarra che ad un synth classico; il risultato è uno stile forse non totalmente innovativo, ma in ogni caso molto fresco ed originale, che rende il disco decisamente appetibile, come vedremo tra poco. Prima di cominciare, un occhio anche al sound generale di Obey è molto scarno e secco, specie nella chitarra di Federico “Fed” Venditti, e non valorizza l’album come avrebbe potuto fare una produzione più pulita; poco male, comunque, visto che comunque siamo su livelli accettabili, ed alla fine il disco non ne viene danneggiato troppo.

La traccia d’apertura The Betrayal si avvia in stile quasi blues rock sudista, con una chitarra acustica a dominare su echi elettrici, una base su cui fa il suo ingresso la voce calda e profonda di Danilo “Groova” Piludu, prima che il tutto infine esploda con potenza metallica. Parte qui una progressione piuttosto semplice, che ad un tratto dalle ritmiche spezzate e molto potenti, coi vocalizzi di Piludu anche piuttosto aggressivi, fa seguire un momento più soffuso e che in parte riprende i temi dell’intro, seppur stavolta la base sia un cupo e strisciante doom, il tutto aiutato ad incidere dalla atmosfera vagamente depressa che si crea. Da qui la canzone, dopo un breve stacco, riparte in un mid tempo shufflato e dal fortissimo ascendente stoner, che ha dalla sua ancora una buona energia e prelude alla ripresa della norma principale precedente ad accompagnare brevemente l’ascoltatore prima di mettere la parola fine ad una opener di qualità già eccellente. Un breve preludio di effetti e poi comincia Witches of Doom, pezzo leggermente più rapido del precedente, con forti influenze gothic nel riffage e qualche eco addirittura alternative in special modo nelle strofe, piuttosto oblique e strane nel mood, seppur lo stesso decisamente efficaci; il ritornello, riprendendo il riff iniziale, è invece più potente ed energico, e riesce ad incidere molto bene, pur nella sua semplicità estrema. Degni di nota anche i passaggi che hanno luogo tra le varie frazioni, puramente gothic rock-oriented ed in cui a dominare è la tastiera di Corrado sopra alle ritmiche di chitarra, qui in secondo piano, ciliegina sulla torta di un brano che passa piuttosto rapidamente ma è comunque di qualità. Un attacco della doppia cassa di Andrea “Budi” Budicin introduce To the Bone, song caratterizzata da un circolare lead di tastiera sopra alle ritmiche dal flavour molto gotico, che si alterna alle strofe, secche e caratterizzate quasi da un botta e risposta tra Venditti e Piludu, semplice ma intenso sentimentalmente, per poi riproporsi sotto ai ritornelli, molto orecchiabili e catturanti nella loro atmosfera decadente. Ottimi, in ogni caso, risultano pure i momenti di apertura del tutto, in cui a fare il ritmo ci pensano le tastiere sotto gli elementari ma ottimi soli di Venditti, a coronamento di una canzone tanto lineare quanto di valore. Una tastiera distorta sopra ad un ritmo marziale di batteria e poi parte Needless Needle episodio che ricorda più degli altri i Type O Negative e prosegue variando abbastanza il proprio scomparto ritmico, ma con la tastiera sempre protagonista sopra ad un riffage ricercato ed atmosferico,  per lasciare la scena solo quando fa la sua comparsa la voce particolarmente profonda e bassa di Piludu a rendere l’affresco anche più espressivo e dall’atmosfera vagamente infelice. Sembra che la canzone debba proseguire su questa falsariga per tutta la propria durata quando invece il pezzo muta ed appaiono i ritornelli, più pesanti e che, a dispetto dell’essere molto cadenzati, risultano anche incalzanti ai massimi termini, strani ma che nonostante ciò si stampano subito in mente. Non c’è molto altro nel brano, ma comunque esso non solo non annoia, ma con la sua atmosfera sempre calda ed avvolgente nonché col suo songwriting estremamente competente risulta anzi uno dei pezzi migliori dell’intero album, una piccola perla nel proprio genere. Dopo quattro brani più o meno pesanti, la band ci regala un attimo di pausa con Crown of Thorns, semi-ballad che inizia molto delicata e tenera, dominata tutta da un lento pianoforte e dalle tastiere simil-sinfoniche di Corrado su cui la voce di Piludu è calda e profonda; tale norma si alterna con momenti leggermente più potenti ed in cui ad accompagnare il tutto giunge la sezione ritmica, anche se la liricità e il mood nostalgico non si perdono del tutto, anzi.  L’elettricità torna a farla da padrone solo nella seconda metà del pezzo, quando la chitarra di Venditti fa il suo prepotente ingresso in scena, scandendo però un riff ancora una volta molto armonioso; da qui la canzone prosegue in questo modo ma senza perdere il feeling della prima parte, che è reso anzi più potente e più incisivo. Il complesso ha come risultato finale un lento bello e di qualità, che non solo non stona ma conferisce ancor più valore a quest’album.
Un preludio soffuso di effetti sintetici e poi si avvia Dance of Dead Flies, traccia che presenta ancora una volta strani effetti di keys, dal suono pressoché di chitarra, che quasi si confondono con il riffage vero e proprio; la composizione prosegue inoltre estremamente lenta e cadenzata, caratterizzata da un’impalcatura più pesante e resa aggressiva dalla voce di Piludu in alternanza con momenti più vuoti e statici, che non presentano la chitarra e risultano di pura atmosfera. Sembra che la canzone debba proseguire così a lungo quando invece si parte per una fuga su tempo medio-alto, caratterizzato da belle ritmiche, piuttosto doom-oriented ed estremamente efficaci, su cui ha posto anche un bell’assolo di Venditti, quasi una sfuriata prima che la song si riprenda come in precedenza e si vada a concludere, risultando di nuovo ottima. La seguente Rotten to the Core presenta un breve e placido intro delle quattro corde di Jacopo Cartelli prima di avviarsi con un incedere lento e quasi solenne, caratterizzato da una rotazione tra parti più soffuse ed ancora dominate dal basso e momenti invece in cui protagonista è il rifferama di Venditti, estremamente melodico ma anche incisivo, specialmente a livello di atmosfera, qui indescrivibile a parole per intensità sentimentale. Tale dualismo lascia spazio solo ai ritornelli, anche meglio del resto con la loro potenza estrema di emozioni ed anche il loro essere estremamente basilari e catchy, lasciandosi perciò cantare a meraviglia. La struttura inoltre è ancora piuttosto elementare, la classica forma canzone con la parte solistica al centro come unica variazione, ma ciò non è che un altro punto di forza di questo brano, scritto estremamente bene e che è sicuro tra i migliori dell’intero album insieme a Needless Needle ed alla closer track. La seconda ballata di rito, It’s My Heart (Where I Feel the Cold) comincia ancora con un pianoforte per poi orientarsi però a qualcosa di più potente, per quanto delicato, in cui fa capolino la chitarra ritmica. Questa parte, che poi sosterrà anche il chorus, si alterna quindi con frazioni più morbide e rette solo da un lieve tappeto di tastiera sopra alla sezione ritmica, a cui lungo la composizione arriva a dar manforte anche una chitarra distorta, potente ma che non stona col resto. Se queste strofe sono piuttosto incisive, i ritornelli, dall’altra parte risultano piuttosto statici e scontati, rivelandosi il punto debole di un episodio che alla fine, nel complesso, è l’unico meno che buono all’interno del disco, pur avendo alcune soluzioni interessanti e risultando in fondo discreto. Un lungo preludio caratterizzato da percussioni e da suoni orientaleggianti che generano un atmosfera psichedelica viene spezzato dalla deflagrazione imperiosa di Obey, la quale subito presenta tastiere dissonanti sopra ad un ritmo pressante e di estrema potenza, ma che riesce nonostante questo ad essere anche estremamente espressivo ed immaginifico, trascinandoci all’interno di un lungo e lugubre giro di giostra, con intorno a noi però un’oscurità calda ed infelice, certo non orrorifica. Tale norma si interrompe solo nei ritornelli, più d’atmosfera ed in cui la base ritmica è spezzata e fa capolino solo a tratti, per poi tornare però a dominare nel proseguo della canzone, presentando a volte la chitarra di Venditti da sola, altre volte invece con tutta la band che agisce coralmente alla creazione di un bellissimo affresco, diretto e coinvolgente in ogni momento; si prosegue in questa maniera cinque minuti, poi il brano confluisce in una lunga coda che riprende i temi sentiti nell’intro e li sviluppa in maniera ancora più onirica ed atmosferica, ancor più piena d’effetti, una conclusione strana ma comunque fantastica di questa title-track, che è per l’ennesima volta un pezzo semplice ma d’impatto assoluto. Il disco teoricamente si concluderebbe qui, ma dopo circa tre minuti di silenzio è posta una traccia nascosta senza nome, una breve  composta tutta dai fuzz della chitarra di Venditti e dagli effetti inquietanti della tastiera di Corrado sopra ad una sezione ritmica piuttosto pestata a cui fa seguito un fade out lieve di effetti, un momento strano che non aggiunge niente al disco, ma che in compenso ne rende la conclusione col botto più strana e misteriosa.
Con questo esordio, gli Witches of Doom dimostrano insomma che la semplicità paga se si riesce a sfruttarla a dovere, e può dare origine ad un disco che riesce a varcare addirittura la soglia del capolavoro. Per questa ragione, se siete fan del doom metal in generale, ed a maggior ragione se amate quello più orientato al gothic “classico”, Obey vi è altamente consigliato: procuratevelo e segnatevi da parte anche il nome dei romani, vedrete che non ve ne pentirete!
Voto: 90/100
Questa è la duecentesima recensione che ho scritto personalmente per Heavy Metal Heaven. Come nel precedente caso, però, anche questo è giusto un nuovo punto di partenza, non certo uno di arrivo, e continuerò ancora a scriverne; intanto, però, grazie a tutti voi che continuate a leggerle e ad apprezzarle!
Mattia

Tracklist:
  1. The Betrayal – 03:50  
  2. Witches of Doom – 03:55  
  3. To the Bone – 03:49  
  4. Neeedless Needle – 05:01  
  5. Crown of Thorns – 05:25  
  6. Dance of the Dead Flies – 05:06  
  7. Rotten to the Core – 04:10  
  8. It’s My Heart (Where I Feel the Cold) – 04:17  
  9. Obey – 14:45
Durata totale: 50:18
Lineup:
  • Danilo “Groova” Piludu – voce
  • Federico “Fed” Venditti – chitarre
  • Graziano “Eric” Corrado – tastiere
  • Jacopo Cartelli – basso
  • Andrea “Budi” Budicin – batteria
Genere: gothic/doom metal

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