Primo Vespere – Daylight Fading (2013)

Per chi ha fretta:
Al contrario di tanti gruppi nostalgici, i veneziani Primo Vespere provano, col primo album Daylight Fading (2013), a proporre qualcosa di nuovo. Il loro è un progressive metal estremo con moltissime influenze, principalmente black e death, ma anche gothic, heavy, power e metal neoclassico. In più, è forte la loro vena sperimentale, che li avvicina a lidi avant-garde, e genera un’aura di mistero, che riecheggia nel bell’artwork. Dall’altro lato, i veneti peccano del difetto solito dei gruppi progressive: indugiano spesso nella tecnica, a scapito della musicalità. Anche la registrazione, sporca e poco accurata, è un difetto. E così, abbiamo un album che oscilla tra il buono e il sufficiente, anche se qualche bel pezzo c’è, come You Gave Me Life, Riflesso di Morte, Through the Graves e Sotto l’Albero Caduto. Perciò, Daylight Fading è un album non eccezionale ma piacevole, consigliato agli amanti delle stranezze, anche se i Primo Vespere possono fare sicuramente di meglio. 

La recensione completa:
Negli ultimi tempi la moda imperante nel metal è guardarsi alle spalle, al passato: ogni genere infatti che ha avuto i suoi picchi negli anni ’70, ’80 e ’90 ha ormai il suo stuolo di emuli, divisi tra una parte di gruppi che riescono ad essere personali ed una maggioranza che si limita a ripetere sterilmente gli stilemi già suonati dai gruppi storici. Esistono però anche band che invece ad innovare il nostro genere preferito almeno ci provano: è questo il caso, per esempio, dei veneziani Primo Vespere. Fondato nel 2009, nei tre anni successivi l’ensemble si è dato parecchio da fare, producendo un demo ed un mini album; l’anno scorso è stata invece la volta dell’esordio sulla lunga distanza, Daylight Fading, l’album di cui parliamo in questa recensione. Il genere che i lagunari propongono in esso è molto particolare, presentando una base di progressive metal estremo, che prende da vari generi (soprattutto black e death, ma in alcuni casi anche gothic, heavy e power) e presenta anche una forte tendenza neoclassica con accenni sinfonici, il tutto unito ad una forte vena di bizzarria sperimentale che li rende ben classificabili anche come avant-garde. Nonostante la sua spiccata originalità, però, quest’esordio presenta anche dei punti critici: la band è difatti ancora un po’ ingenua ed in molti frangenti tende a strafare, imbarcandosi spesso in parti di un tecnicismo piuttosto fine a se stesso e peccando quindi dello stesso problema che affligge buona parte del progressive odierno. Un altro difetto che Daylight Fading presenta, pure piuttosto evidente, è il sound generale: è veramente poco professionale ed accurato, e non valorizza a dovere l’album, pur essendo in fondo questo un particolare scusabile, non influendo poi così tanto ai fini del disco. Prima di cominciare la disamina, qualche parola anche per il bell’artwork che presenta il lavoro: già la strana mascotte della band, una sorta di versione demoniaca e zombie del leone di San Marco, genera quell’alone di mistero che, seppur in maniera parzialmente incompleta, la musica del gruppo riesce ad evocare, ma anche lo sfondo, raffigurante la laguna veneta e piena di piccoli particolari, è perfettamente rappresentativa di un disco così articolato da non poter avere una recensione con pretese assolute di completezza.

Un arpeggio ricercato ma arcigno ed oscuro, seguito quindi da un altro momento più elettrico ma ancora d’attesa, introducono la opener vera e propria, Black Sun, traccia la cui norma è costituita da un tappeto quasi indistinto, formato da suoni echeggiati di tastiera e dalle ritmiche di chitarra del tandem Mattia Camozzi/Enrico Ruberti, che più che incidere, però, creano lo sfondo su cui lo scream di Davide Lazzarini si staglia con potenza; tale norma iniziale tende poi a progredire con l’apparizione di un interludio piuttosto particolare, dominato dalla chitarra in lead, che prelude ad una parte strumentale dal vago retrogusto quasi neoclassico, una lunga(ripetizione) parentesi che conduce infine al ritorno della parte principale. Anche quest’ultima è però transitoria, alternandosi di volta in volta con altre frazioni a tratti dominate dal basso di Jacopo Abbruscato, in altri momenti presentanti da giri sognanti di pianoforte di Marco Pedrali su un ritmo della cassa di Giacomo Berton, con quest’ultima sezione che infine ci porta alla conclusione di questa opener, tutto sommato più che discreta. Un inizio pieno di giri sinfonici prelude all’esplosione di You Gave Me Life, traccia in principio lenta e piuttosto potente, caratterizzata da frequenti cambi di tempo e di coordinate musicali, ma anche composta in maniera competente, coi vari momenti ben incastrati tra loro e tutti accomunati da una certa incisività di ritmiche, accentuata dal cantato harsh di Lazzarini, e dalle ottime e multiformi soluzioni adottate da Pedrali, che rendono il tutto anche più interessante ed efficace. Degna di nota anche l’apertura che ha posto al centro, più delicata e soffusa del resto, nonostante la presenza delle chitarre distorte, dominata dal pianoforte e da una voce parlata, quasi un momento per tirare il fiato prima che la traccia torni a potenziarsi e ripeta la progressione già sentita, andando a concludersi dopo meno di cinque minuti e risultando anche per questa breve durata uno dei pezzi migliori del disco. La successiva Rejected Gods presenta come introduzione una lunga e lieve sonata di pianoforte, quasi un notturno, che man mano sale d’intensità per poi scendere di nuovo, affiancata stavolta dal soffice suono di una chitarra. La canzone vera esplode a questo punto piuttosto potente e lugubre, merito sia del riffage iniziale, decisamente black-oriented, sia delle tastiere dall’aura malata, per poi virare però(lo toglierei) su di una norma più rapida e caratterizzata da un riffage pressoché melodeath sotto a cui si mette in mostra la rapida doppia cassa di Berton. Il brano attraversa quindi una frazione piuttosto leggera e soffusa, dominata da assoli di chitarra e piuttosto variabile, che lascia poi spazio ad un tratto ancor più chiuso in sé ed elusivo, con solo la sezione ritmica al di sotto della voce pulita di Lazzarini. Vi è quindi un tratto quasi del tutto strumentale e di pura tecnica dal retrogusto quasi jazz, in cui gli strumentisti si mettono in mostra alternandosi in maniera piuttosto varia, preludendo alla ripresa della norma precedente e poi alla chiusura, col tutto che si rivela forse a tratti un po’ scollato, ma che riesce in altri momenti ad incidere piuttosto bene. Un crepuscolare e lentissimo arpeggio di chitarra, su cui presto arriva anche un solo di lieve sapore blues, è il preludio ad Unfaithful Soul, che quindi esplode con ritmiche potenti ma che puntano più ad evocare un’atmosfera chiusa ed intima che a risultare taglienti, coadiuvate in ciò dai suoni di tastiera, quasi un carillon sognante; tale norma iniziale confluisce poi, attraverso un passaggio dal retaggio classic metal, al refrain, reso estremamente ritmato dalla batteria ed intenso sentimentalmente. La struttura quindi si riavvia, presentando una nuova parte soffusa e dominata da due chitarre, con un assolo ancora bluesy sopra ad un veloce arpeggio; è questo il preludio ad una parte centrale con caratteristiche quasi da power neoclassico, dalle ritmiche di chitarra melodiche alle tastiere neoclassiche, che solo il growl di Lazzarini rende più estreme. Una nuova incursione della chitarra pulita piuttosto oscura è poi il punto di avvio di una nuova fuga, resa particolarmente apocalittica dai suoni di organo che continuano anche nel nuovo refrain. La canzone non si ferma però qui, e giungiamo così alla conclusione, in cui un lento shuffle accompagna l’ennesima parte di chitarra pulita, una lunga coda delicata e soffusa conclusiva di un episodio che danza ancora tra la sufficienza e la bontà.

Quasi a continuare la tendenza stabilita dalla traccia precedente, giunge ora Vespero, che in principio ricorda gli Opeth migliori con la sua atmosfera vagamente cupa e diffusa, generata dal vago tappeto di tastiere e di chitarra acustica, su cui ogni tanto fa capolino qualche puntata più blues-oriented. Il tutto diviene poi più particolare con l’arrivo in scena di lontane distorsioni di chitarre e di sonorità sinfoniche ad alternarsi coi momenti acustici, per una strumentale che passa di un fiato e risulta tutto sommato piacevole. Una lunga introduzione riempita tutta da sparuti effetti di esplosione e poi Riflesso di Morte esplode con potenza per una rapida sfuriata prima che la parte principale entri in scena: quest’ultima, quasi di retrogusto folk, è retta da un tempo cadenzato e dalla doppia cassa terzinata, su cui un organo dà una sensazione quasi apocalittica. Tale norma si alterna lungo il corso della canzone da momenti cupi ma più rilassati e melodici, dominati da un lead di chitarra, che arricchiscono la composizione di soluzioni musicali, e da altri momenti più strani e avanguardistici, che però non spezzano la falsariga del brano, presente quasi sempre seppur spesso in sottofondo, se si eccettua il momento dominato dal pianoforte posto sui tre quarti della song. Degna di nota in ogni caso la prestazione di Lazzarini, che oltre a sfoderare l’italiano varia spesso da un cavernoso growl ad uno scream estremo e ferale, riuscendo a rendere la traccia anche più possente emotivamente, e piazzandola giusto al di sotto delle migliori del disco. La seguente Through the Graves presenta come preludio suoni di tastiera e di basso che richiamano alla mente il Burzum ambient, seguiti però da una chitarra in lead che annuncia l’entrata nel vivo del pezzo, il quale poi prosegue lento ma incalzante, con un riff pesante su cui ha posto una tastiera neoclassica, dai suoni di clavicembalo, che accompagna la prima parte insieme al growl di Lazzarini; la canzone però presto ricomincia a modificarsi, diventando più melodica e luminosa, seppur un vago alone occulto resti sempre nel feeling generale, attraversando una progressione piuttosto mutevole ma coerente e ben fatta, che mostra a tratti le già sentite sonorità classicheggianti, a tratti invece frazioni più dominate dalle chitarre. Tra tali momenti, degno di nota il finale, aperto, sinfonico e quasi liberatorio, a giusto coronamento di un episodio tra i più validi del lotto. Un intro potente ma anche riflessivo, dal flavour quasi prog anni ’70, poi parte The Darkest One, brano ancora una volta mutevole, passando da strofe distese a bridge orrorifici caratterizzati da tastiere sinfoniche quasi apocalittiche, arrivando a ritornelli vorticosi e movimentati, il tutto accomunato però dalla forte presenza di suoni orchestrali in sottofondo ed altri momenti più particolari. Nella struttura ha posto inoltre una parte più dominata dalla chitarra, con anche un bell’assolo, prima che il tutto torni alla norma precedente e vada concludere un altro pezzo tutto sommato discreto, seppur con qualche momento morto. Dopo un breve passaggio etereo, si avvia quindi A Modern Man a Modern Beast, caratterizzata subito da un alternanza rapidissima tra accelerazioni trascinanti punteggiate di tastiere e momenti invece più solidi e orientate al prog metal estremo, tra i quali trovano spazio ogni tanto anche stacchi più soffusi; degno di considerazione tra questi ultimi è quello posto al centro, ricercato e molto soft, equamente diviso tra il pianoforte e le chitarre acustiche, prima che il tutto riesploda potente e cadenzato, quasi evocativo nel suo flavour, e senza presentare più l’urgenza sentita in precedenza, per poi concludersi risultando molto piacevole, pur essendo ancora afflitta dai problemi dell’album. Ancora un preludio soffuso e poi la conclusiva Sotto l’Albero Caduto fa il suo ingresso in scena, presentandosi sin da subito intensa e puntata all’evocazione di un feeling intenso a livello emozionale, quasi gothic per caratteristiche (l’aura vagamente drammatica ma anche il tappeto orchestrale). Vi è spazio però anche per l’evoluzione, che se infatti mantiene una buona falsariga di sottofondo, presenta comunque un gran numero di piccole variazioni piuttosto diverse tra loro, ma che stavolta si incastrano a meraviglia, visto che l’atmosfera profonda non muta mai di troppo. La metà migliore della canzone è però la seconda, che dopo essere tornata all’arpeggio iniziale comincia un crescendo travolgente veramente incisivo dal punto di vista sentimentale, aggressivo ma anche disperato, in qualche modo; dopo poco meno di cinque minuti, quindi, il disco termina col “botto”, con la terza nel carnet dei suoi episodi migliori.

Tra le mani abbiamo insomma il primo vagito di una band che ha dalla sua discrete armi, sia dal punto di vista tecnico che da quello delle idee musicali, ma che deve trovare il modo per affilarle meglio e rendersi più matura se vuole arrivare ad alti livelli, cosa del resto che sembra pienamente nelle sue potenzialità. In ogni caso, se siete tra quelle persone che cercano l’originalità a tutti i costi, Daylight Fading vi è comunque consigliato con calore: con la sua labirintica bizzarria saprà di sicuro conquistarvi ed intrattenervi a lungo.

Voto: 73/100

Mattia

Tracklist:

  1. Black Sun – 05:01 
  2. You Gave Me Life – 04:52
  3. Rejected God – 06:57
  4. Unfaithful Soul – 04:49
  5. Vespero – 02:59
  6. Riflesso di Morte – 06:05
  7. Through the Graves – 04:18
  8. The Darkest One – 03:52 
  9. A Modern Man a Modern Beast – 04:36
  10. Sotto l’Albero Caduto – 04:42

Durata totale: 48:11

Lineup:

  • Davide Lazzarini – voce
  • Mattia Camozzi – chitarra
  • Enrico Ruberti – chitarra
  • Marco Pedrali – tastiere
  • Jacopo Abbruscato – basso
  • Giacomo Berton – batteria

Genere: avant-garde/progressive metal
Sottogenere: neoclassical/extreme progresive metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Primo Vespere

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