Hellraiser – Revenge of the Phoenix (2014)

In questi ultimi anni, molti critici e fan del nostro genere preferito si sono chiesti, giustamente: ha ancora senso, negli anni ’10 del duemila, suonare un sound indissolubilmente legato agli eighties come l’heavy metal classico? A questa domanda, la risposta che io personalmente mi sono dato è “si e no”: no, perché ormai è molto difficile fare qualcosa di nuovo con tale genere, è già stato detto tutto, ed è proprio per questo che tante band giovani, ma anche tanti act storici stanno producendo nell’ultimo periodo dischi stereotipati e mosci; si, perché comunque è bello che la passione per questo genere sia così forte da spingere tanti ad interpretarlo. E’ proprio questo il dualismo che si ritrova anche in Revenge of the Phoenix, esordio degli umbri Hellraiser uscito la scorsa estate: esso contiene infatti otto canzoni (più un breve intro) che da un lato mettono in mostra non solo le ottime qualità tecniche di tutti i membri ma anche il loro forte amore per lo stile che stanno suonando, ma dall’altro presentano anche diversi difetti. I primi che si notano sono la presenza piuttosto densa di soluzioni abbastanza stereotipate e rivolte agli anni ottanta, che rendono il lavoro non troppo originale, e soprattutto la tendenza a tratti a strafare, a mettere troppa carne sul fuoco, cosa che castra parecchio la resa dei vari brani. Un’altra criticità evidente, a mio avviso, è pure l’indecisione del gruppo sulla direzione da prendere: il disco infatti contiene canzoni che svariano tra l’heavy metal più classico, lo speed, il power primigenio, l’epic ed il proto-progressive; probabilmente l’intento dell’ensemble era di omaggiare l’heavy anni ottanta in tutte le sue sfaccettature, ma il risultato finale è un disco un po’ scollato ed eterogeneo, seppur anche con qualche guizzo non male, come vedremo tra poco. Altro problema, stavolta piuttosto veniale, è il sound  generale dell’album: Revenge of the Phoenix suona molto moderno e preciso, anche troppo forse, visto che un sound meno freddo e pulito probabilmente avrebbe reso molto meglio accostato al genere affrontato dalla band.
Il preludio di rito, semplicemente intitolato Intro, non è altro che un breve e lento pezzo dominato tutto dalla potenza delle chitarre e da lievi tastiere sinfoniche che fanno pensare quasi più a qualcosa di power che al vero genere della band. L’alone da esso creato si spezza all’arrivo di In the Name, canzone che dopo una ulteriore piccola introduzione esplode in una scheggia quadrata e diretta di veloce heavy metal, dotata di un riffage divertente il giusto e che procede dritta al punto, alternando rapidamente le strofe più disimpegnate ed i ritornelli leggermente più importanti e seriosi, per quanto la differenza tra le due parti sia minima. Eccettuata la sezione centrale, a tratti più cadenzata e che contiene anche un lungo e bel duello delle chitarre di Michele Brozzi e Marco Tanzi, la canzone procede piuttosto linearmente, ma nonostante ciò risulta tutto sommato coinvolgente e di buon livello, una opener che fa bene il suo dovere. Un intro in cui si mette in mostra brevemente il drummer Riccardo Perugini, poi parte Nightmare, un granitico ed incalzante brano di gusto speed metal, che alterna le potenti strofe ai chorus, molto rapidi e con più di un’influenza thrash nel graffiante riffage che li sostiene, anche se la questione comunque rimane sempre su territori piuttosto melodici, anche ai vocalizzi potente e classicamente heavy del dotato singer Cesare Capaccioni. La struttura è inoltre quella più tradizionale, con l’alternanza strofe-ritornelli e l’assolo in mezzo, e l’unica variazione è il gran finale, ancor più thrashy e che mette il sigillo su un brano semplice e non troppo originale, ma comunque ottimo e godibilissimo, forse addirittura il migliore dell’album. Se fin’ora ha prevalso la semplicità, e la conseguenza sono stati brani piuttosto efficaci, da qui comincia una serie di composizioni più complesse, e forse anche per questo di qualità più altalenante. Si comincia con Way of the Brave, che dopo un preludio di retrogusto quasi celtico mostra uno spostamento dal sound heavy/speed delle canzoni precedenti ad un sound molto più epico e solenne, retto da un tempo piuttosto lento riempito però dalle soluzioni interessanti delle pelli di Perugini, il quale tende persino a frenare in occasione dell’accoppiata bridge/ritornelli, coi primi estremamente epici e d’impatto ed i secondi invece più riflessivi e placidi, quasi a spezzare il mood epico creato dal resto delle parti. Se tutto ciò risulta abbastanza trascinante, la buona riuscita del pezzo è però a mio avviso limitata dalla sua eccessiva lunghezza, nella quale sono presenti, qua e là, alcune piacevoli variazioni macroscopiche (pregevole quella dominata dalle chitarre pulite posta al centro del pezzo) ed alcune trame strumentali notevoli, ma che mantiene parecchio a lungo costruzioni ritmiche e melodiche troppo simili tra loro. Non aiuta inoltre la parte solistica, che solo in alcuni momenti è di buon valore mentre spesso è piuttosto ripetitiva, e non riesce a valorizzare un pezzo di otto interi minuti lungi dalla bontà, seppur in fondo decenti, non spiacevoli. Una lunga introduzione piuttosto cupa, retta dalle chitarre acustiche e dalle quattro corde dell’ospite (ed ex membro) Riccardo Rogari, dal flavour quasi prog, poi parte Gates of Fate, canzone che recupera la verve speed precedente e comincia la propria evoluzione, con le strofe caratterizzate ancora da un vaghissimo retrogusto progressive, un riffage urgente e preoccupato ed un lavoro eccellente ancora del basso; i bridge hanno più o meno le stesse caratteristiche anche se ancor più accelerate nel ritmo, mentre gli obliqui ritornelli invece rallentano con prepotenza. Sono proprio questi ultimi il punto debole della song, perdendo l’energia del resto del brano ma non riuscendo a compensare con le melodie che non sono in grado di rimanere particolarmente in mente o ad incidere. Nonostante ciò, il resto delle parti ed in particolare la bella sezione strumentale posta al centro risultano abbastanza buone da riuscire in ogni caso a tirare su le sorti della canzone, che alla fine dei giochi si rivela comunque più che discreta.
Un nuovo intro acustico, anche se stavolta meno oscuro e più etereo, sognante, va avanti molto a lungo prima di deflagrare in un brano cadenzato ma comunque piuttosto potente. Anche questo però fa parte dell’intro, perché la Revenge of the Phoenix vera e propria è invece un episodio piuttosto veloce, anche se senza perdere in atmosfera, risultando comunque intensa e vagamente evocativa e procedendo molto a lungo su coordinate ossessive e costanti, ma stavolta senza annoiare: il songwriting infatti è qui molto attento, avvicendando con cognizione di causa rallentamenti  ed accelerazioni, con in più anche una gran concentrazione di piccole variazioni, sia nel cantato di Capaccioni che nel riffage e nei fill di Perugini. A fare il resto ci mette il già citato mood, che avvolge l’ascoltatore e coinvolge a meraviglia, e la durata, alta ma non eccessiva, ed il risultato è una piccola gemma, il pezzo  migliore del disco insieme a Nightmare. Un altro breve preludio dominato dai tamburi e poi The Forge parte placida e con un retrogusto power metal nemmeno troppo vago. Ancora una volta siamo però ancora agli esordi, perché ciò che si avvia  in seguito, pur rimanendo ben presente nella sua influenza power, è più rapido, potente ed incisivo, presentando a tratti inoltre un’atmosfera che spesso sfora nell’epicità. La struttura in ogni caso è piuttosto complessa, e passa dalla norma suddetta a momenti meno pestati e più heavy-oriented, per quanto l’urgenza delle parti precedenti rimanga sempre ben presente, fino a giungere ai refrain,  più ritmati, lenti ed in cui la carica battagliera si fa più intensa; il tutto è inoltre inframmezzato da passaggi di diversa natura, di norma brevi, ad eccezione della parte centrale, quasi del tutto strumentale e che va avanti piuttosto a lungo. Se la maggior parte delle frazioni presenti nella canzone è comunque interessante, c’è però una certa scollatezza tra di esse; ancora una volta, inoltre, gli otto minuti di durata non aiutano, ed abbiamo un pezzo a tratti anche di qualità, ma in altri tratti piuttosto statico, ed in ultima analisi riuscito a metà. La successiva Last Command presenta ancora dei richiami epic e power nella sua parte iniziale, dominata da un bel giro di chitarra di flavour maideniano su un ritmo medio-alto, che lascia poi spazio alla struttura principale del pezzo: questa alterna delle strofe più contenute e d’attesa, che possono però contare su una discreta pesantezza, le quali confluiscono in dei bridge corali e più potenti, preludio a ritornelli dai cori ancor più intensi che creano di nuovo un’atmosfera guerresca. Il tutto è inoltre dispiegato su una classica struttura canzone, che alterna le varie parti e pone un assolo al centro, basilare ma comunque molto buono; il risultato finale è un brano di qualità alta, dimostrazione che quando non cerca di strafare e lavora su bassi livelli di complessità e di durata, la band è capace di coinvolgere a meraviglia. Un preludio piuttosto particolare, soffuso e dominato da una chitarra distorta ma delicata e dalle tastiere di Marco Milli (anche al mixing e al mastering in questo disco) è il preludio alla closer track Pillars of Life, canzone che conserva lungo tutta la propria durata tali premesse progressive e le sviluppa. Abbiamo perciò un pezzo dai riff mediamente più melodici ed arzigogolati degli altri, oltre che più complesso nella struttura, ricordando i Fates Warning, i Queensrÿche ed a tratti da lontano pure i Dream Theater: la canzone procede infatti con una progressione che avvicenda  forti aperture melodiche, dominate da una lieve sezione ritmica e da echi di chitarra malinconica, oltre che dal ritorno delle tastiere e della voce di Capaccioni, che qui abbandona la propria solita tensione a favore dell’espressività, a momenti invece più metallici, che comunque tendono meno a incidere e più a creare un feeling caldo ed intenso. Molto buono, in ogni caso, è anche il songwriting, decisamente competente in ogni passaggio ed in ogni variazione strumentale, come di valore è anche la prestazione di tutti i musicisti, che qui tirano fuori il meglio di se stessi a livello tecnico: il risultato di tutto ciò è un pezzo a metà tra heavy e progressive metal che se da un lato forse stona se accostata alle precedenti, dall’altro lato a mio avviso è di livello piuttosto alto, essendo quindi comunque non un pezzo brutto per concludere il platter.
                                                                                                                                                                      
Nei fatti, Revenge of the Phoenix è un album che nonostante i suoi problemi risulta comunque non disprezzabile, ed in alcuni frangenti anche decisamente godibile. A mio avviso, gli Hellraiser di potenzialità in fondo ne hanno: in futuro, dovranno però maturare e focalizzare meglio le idee, se vorranno spiccare veramente in un panorama oltremodo affollato come quello del revival classic heavy degli ultimi. In ogni caso, se la forma più tradizionale di metallo è la vostra vita, almeno un ascolto a questo disco vi consiglio di darlo: qualcosa di interessante potrete trovarcelo in ogni caso.
Voto: 67/100

Mattia

Tracklist:

  1. Intro – 01:26
  2. In the Name – 05:01
  3. Nightmare – 04:10
  4. Way of the Brave – 08:02
  5. Gates of Fate – 07:46
  6. Revenge of the Phoenix – 06:35
  7. The Forge – 08:05
  8. Last Command – 05:33
  9. Pillars of Life – 09:25

Durata totale: 56:03

Lineup:

  • Cesare Capaccioni -voce
  • Michele Brozzi – chitarre (elettrica ed acustica)
  • Marco Tanzi – chitarra
  • Riccardo Perugini – batteria
  • Riccardo Rogari – basso (ospite)

Genere: heavy metal

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