Grave – You’ll Never See… (1992)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEYou’ll Never See… (1992) è il secondo album della storica band svedese Grave.
GENEREUn death metal del classico tipo svedese. Più ragionato che in passato, ma sempre di gran impatto, a volte sfiora anche livelli brutal, seppur siano presenti anche i semi dell’evoluzione verso il doom successiva.
PUNTI DI FORZAUn equilibrio efficace all’estremo tra brutalità e oscurità, un songwriting eccellente, una registrazione tagliente e di potenza assoluta.
PUNTI DEBOLIGiusto qualche brano meno bello.
CANZONI MIGLIORIYou’ll Never See (ascolta), Grief (ascolta), Christin(ns)anity
CONCLUSIONIYou’ll Never See è un vero gioiello del death metal svedese, nonché un acquisto fondamentale per chi ama il genere o l’incarnazione classica del death.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
96
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Se da circa la metà degli anni ’90 il death metal svedese cominciò a trasformarsi, dando vita alla stragrande maggioranza delle sfumature in cui ad oggi il genere è diviso, non bisogna dimenticare tuttavia che alla sua origine c’era la sua incarnazione primigenia, il classico suono “made in Sunlight” dalle peculiari caratteristiche che si possono ritrovare in maniera evoluta in gran parte dei gruppi delle diramazioni successive. Insieme ad Entombed e Dismember, a completare il “big three” di questo movimento sono i Grave: il loro esordio Into the Grave (1991) è infatti, insieme a Left Hand Path degli Entombed ed a Like an Ever Flowing Stream dei Dismember, l’album più rappresentativo dell’incarnazione originaria dell’intera corrente. La sete di sangue della band di Visby, tuttavia, non si fermò all’eccezionale primo album: passa giusto un anno e nei negozi vide la luce il successore You’ll Never See…, album che si rivelò più maturo stilisticamente. Abbiamo infatti uno swedish death metal più ragionato che in passato, ma altrettanto spaventoso e d’impatto dosando con cognizione di causa accelerazioni che a tratti sfiorano anche il brutal (sensazione acuita anche dal cavernosissimo e basso growl di Jörgen Sandström)e momenti invece più rallentati, di pura oscurità, i quali rendono il quadro più cupo e fanno già presagire gli sviluppi in direzione doomy della carriera successiva del gruppo; il risultato è un album che seppur non riesca forse a superare lo storico predecessore (missione quasi impossibile, del resto), è comunque certo in grado di confrontarsi ad armi pari con esso. Un plauso, prima di cominciare, lo merita in ogni caso la produzione impostata dalla band con Tomas Skogsberg, ovviamente nei suoi storici Sunlight Studios: è ruvido ma allo stesso tempo molto preciso, tagliente, e compensa la parziale perdita del fascino marcio del predecessore con un’efficacia ed una potenza estreme.

I giochi si aprono col riff iniziale di You’ll Never See…, cadenzato ma già da subito estremamente incisivo e cupo, per poi partire in una fuga più propriamente death metal, dal riff circolare e distruttivo, che si allunga su un ritmo inizialmente veloce per poi tendere a rallentare. Da qui si avvia il cuore del brano, che su un tempo quasi da d-beat punk (seppur con frequenti incursioni di doppia cassa) imbastisce una norma oscura e dalla potenza devastante, nonostante la velocità non estrema ed i rallentamenti che si aprono qua e là, che fanno risultare, però, il tutto anche più apocalittico. Degna di nota, tra questi, il lungo stacco posto al centro, di gusto quasi doom e dal mood catacombale ed oscuro aumentato anche da vocalizzi cupi ma puliti e dai suoni di una campana, prima che la song pian piano torni alla norma precedente, riprendendone il riff e la corsa, ed infine concluda un brano eccezionale, tra i più devastanti non solo del disco ma a mio avviso anche dell’intera scena death metal svedese. Un breve stacco di synth cupamente eterei e poi parte Now and Forever, canzone che si muove per gran parte su un tempo medio-alto e consta tutta di un riffage death non troppo arzigogolato, ma comunque incisivo ai massimi termini, corredato dal growl di Sandström, qui particolarmente basso ed incisivo. Anche la struttura è in fondo piuttosto semplice, specie per essere death metal, ed alterna momenti più serrati e compatti a frazioni leggermente più aperte, anche se egualmente oscure, considerabili quasi come ritornelli; spezza questa norma la sezione centrale, inizialmente ancora piuttosto torbida e lenta per poi accelerare abbastanza, anche se non su livelli esasperati, fino a condurci al finale, che riprende la direzione principale in maniera anche più energica per poi concludersi di nuovo rallentata, risultando nel complesso breve e semplice, ma anche estremamente valida, giusto un pelino sotto il livello della opener. La successiva Morbid Way to Die si apre, sulla falsariga del finale della precedente, in maniera estremamente stazionaria, anche se presto il tutto tende a divenire movimentato. L’impalcatura della canzone si regge tutto su questo dualismo: a parti piuttosto solide e quasi d’atmosfera, dominate da lenti accordi, si alternano momenti più granitici ed aggressivi, anche se appoggiati ancora su velocità medie, dotati in particolare di un rifferama piuttosto mutevole ma che beneficia in ogni caso di una scrittura estremamente competente. L’unico momento in cui la band indugia in velocità è l’escalation posto al centro, che esaspera il contrasto tra le due anime del pezzo ed a frazioni pressoché doom, alterna momenti di fuga di tempo pressoché estremo caratterizzati dai lead di Ola Lindgren, dal mood piuttosto cupo e che incidono a meraviglia, ciliegina sulla torta di un altro episodio più che ottimo. Torniamo su livelli di velocità più tipici per il death metal con l’attacco di Obsessed, brano che parte subito a tavoletta, anche se la velocità tende poi a rallentare sui tempi medi della song precedente. La composizione è caratterizzata tutta da rallentamenti piuttosto monolitici, a tratti forse un pelino statici, e da improvvise esplosioni di rabbia, malvagie e potenti, oltre che decisamente coinvolgenti. In ogni caso, degno di nota il breve stacco centrale, estremamente lento e dominato da un coro sintetico decisamente oscuro, che poi vede la ripresa della norma principale del pezzo; il complesso di tutto ciò è un episodio inferiori a quelli che ha intorno, anche se non di molto, essendo ad ogni modo di caratura decisamente elevata.

Un altro intro piuttosto lento, che fa pensare ad un nuovo episodio su velocità medio-bassa viene spezzato dall’ingresso della Grief vera e propria, la quale deflagra quindi su un ossessivo skank beat che procede a lungo, interrotto soltanto da brevi stacchi della batteria di Jensa Paulsson che però danno anche più slancio al pezzo, procedente come uno schiacciasassi per tutta la sua prima metà. Si cambia direzione solo verso metà traccia, quando il tutto si fa più cadenzato e ritmato, anche se le ritmiche rimangono sempre estremamente incisive; è questo solo un breve interludio che sfocia poi in una nuova sezione serrata e dal riffage se possibile anche più tagliente e coinvolgente della precedente, che ha il solo difetto… di essere troppo breve! Poco male, comunque, perché la parte successiva, quadrata, lenta e piuttosto heavy, è quasi altrettanto catturante; lo stesso vale anche per lunga fuga finale, che recupera i temi dell’intro e conclude al meglio il pezzo più bello dell’intero album insieme alla title-track. Si cambia registro brevemente con Severing Flesh, che inizia estremamente catacombale e lenta prima di entrare nel vivo, cominciando ad alternare parti piuttosto rapide e dal retrogusto thrash che coinvolgono bene a rallentamenti che presentano invece un flavour vagamente doom, a tratti anche piuttosto avvolgenti, specie quando siamo su territori lenti, ma in altri momenti anche un po’ statici e noiosi. In ogni caso, la composizione può beneficiare in seguito di una ottima frazione centrale, di tempo medio ma comunque molto pesante ed oscura, che riesce a risollevarne le sorti, per un episodio che pur essendo probabilmente il meno valido del lotto, è comunque nel complesso di discreto impatto. Un nuovo avvio piuttosto rapido si conferma però anche successivamente in Brutally Deceased, che comincia rapidamente ad alternare corse in skank, caratterizzate dal solito riff movimentato e a motosega, a rallentamenti dal flavour molto punk, i quali comunque non indugiano in momenti di lentezza assoluti, se non nella sezione posta al centro, ancora una volta per nulla rapida ed estremamente lugubre, unico momento di respiro di una canzone che poi riparte di nuovo in una fuga altrettanto tetra, grazie anche alle parti soliste di Lindgren, in fondo semplici ma comunque adattissime nella creazione di tale feeling. Nella traccia non c’è molto altro, a parte la coda conclusiva che riprende i temi della parte centrale; abbiano nel complesso un episodio che passa rapidissimo, tanto da non sembrare lungo i suoi quattro minuti effettivi, e che pur non figurando tra i migliori risulta comunque potente e coinvolgente al punto giusto. A porre il sigillo su tutta questa devastazione arriva Christi(ns)anity, che comincia subito marcia ed influenzata di nuovo dal doom e si propaga sulla stessa falsariga a lungo, variando di poco dalle strofe, compatte seppur non troppo veloci, ai “ritornelli”, più aperti ritmicamente, anche se evocanti un’oscurità ancor più intensa e malata del resto, in cui Sandström raggiunge l’apice in fatto di blasfemia. Poco prima di metà, la song vira su qualcosa di più tipicamente death metal, col tempo che aumenta e il riff che si fa più vorticoso, in cui trovano però spazio tratti più d’atmosfera e che eccezionalmente vedono Sandström passare anche ad un parlato pulito lieve ma darkeggiante, una lunga parte centrale di atmosfera davvero nera, preludio alla ripresa della parte principale e quindi al gran finale, reso ancor più folle da suoni dissonanti di tastiere, che concludono un pezzo dal tempo piuttosto lento e statico, ma nonostante ciò estremamente coinvolgente, nonché annoverato in maniera assolutamente giusta tra i brani più famosi del gruppo.

Il disco originale finisce qui, ma nella mia versione è presente come contenuto speciale l’EP …and Here I Die… Satisfied, nella sua forma originale del 1993, senza bonus track. Si comincia con la title-track …and Here I Die… Satisfied, pezzo che svolta prepotentemente sia in suono, che dalla precisione del precedente si fa molto più grezzo, sia stilisticamente, avendo infatti una base che amplia di molto le influenze doom metal in fondo piuttosto vaghe sentite in precedenza, trovandosi perciò a metà tra il death svedese “puro” e gli esordi di My Dying Bride e Paradise Lost (peraltro più o meno coevi) anticipando in tal modo gli sviluppi stilistici che avranno luogo da Soulless (1994) in poi (tant’è che le prime due tracce finiranno ri-registrate proprio su tale album). Abbiamo nei fatti un episodio che vive di accelerazioni piuttosto blande e di rallentamenti in cui il flavour doom si fa ancor più pressante, e procede lenta e fangosa per tutta la sua prima parte, per poi divenire anche più particolare al centro, con melodie maschie e cupe che escono fuori sul pattern lento impostato dalla batteria, prima che il brano si riprenda e termini come era iniziato, rivelandosi un ottimo esempio nel suo genere. E’ poi il turno di I Need You, il cui riffage, lento ed in qualche modo melodico, ha addirittura un vago retrogusto rockeggiante, e sorregge una parte che vede l’alternanza tra il growl ed un ossessivo cantato pulito, quasi lo scherno di una litania religiosa. Per il resto, il pezzo è retto da un mid tempo che tende a rallentare leggermente per i ritornelli, più oscuri e quasi eterei, interrompendosi però nella parte centrale: questa risulta ancora decisamente doom-oriented e dissonante, con ciliegina sulla torta il basso growl di Sandström, preludio alla progressiva accelerazione della canzone, che torna quindi all’intro e poi, dopo una bella parte di lenti lead, al ritorno della norma principale, prima che il brano si concluda risultando alla fine ancora buono. Il finale dell’EP è affidato a Black Dawn, traccia scritta nel periodo d’incubazione in cui la band si chiamava ancora Corpse, e si sente: rispetto agli altri abbiamo infatti un pezzo di chiara influenza thrash, sia nel riffage, che nonostante le chitarre abbassate presenta ancora un trademark molto ligio agli Slayer e nella struttura, in fondo piuttosto lineare, alternando le urgenti strofe ai ritornelli più contenuti e cupi, il tutto inframezzato da una semplice sezione solistica. Nei fatti, è questa una song semplice ma coinvolgente, che mette la parola fine definitiva al tutto in una maniera tutto sommato adatta.

Quello che si è appena concluso è un vero e proprio gioiello del death svedese primigenio, che ogni amante del genere dovrebbe possedere, non solo per la sua importanza all’interno della carriera della band (campo in cui peraltro l’esordio lo supera): You’ll Never See è difatti un lavoro di qualità così alta che potrà farvi felici molto a lungo, se questo genere di sonorità è pane per i vostri denti. Non c’è nient’altro che voi possiate fare, perciò, se non fare vostro quest’album a qualsiasi costo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1You’ll Never See…05:09
2Now and Forever04:18
3Morbid Way to Die04:46
4Obsessed03:50
5Grief04:53
6Severing Flesh05:15
7Brutally Deceased03:59
8Christi(ns)anity04:46
9… and Here I Die… Satisfied (bonus track)04:09
10I Need You (bonus track)04:31
11Black Dawn (Corpse cover – bonus track)03:27
Durata totale: 49:03
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Jörgen Sandström voce, chitarra ritmica, basso
Ola Lindgrenchitarra solista
Jensa Paulssontastiere e batteria
ETICHETTA/E:Century Media Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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