Deus X Machina – X (2014)

Attualmente, il genere power metal sembra star affrontando un processo di divisione: esiste infatti una frazione, per ora ancora piuttosto minoritaria ma comunque in crescita, che lotta per rinnovare il genere e fargli superare l’impasse dell’ultimo decennio, e c’è invece una maggioranza di gruppi che ancora ripropone gli stessi stilemi ormai triti, con esiti che vanno da risultati anche buoni alla mediocrità più totale. E’ a questa seconda categoria che appartiene il gruppo di oggi, i giovani Deus X Machina da Buenos Aires: il loro stile è infatti un tipico power metal con forti ascendenze progressive, debitore della scena italiana come di quella scandinava, e che pur con qualche spunto di personalità (come le tastiere di Damian “Donny” Travieso, che variano nel giro di pochi secondi dall’orchestrale all’elettronico, rendendo il sound della band più vario e particolare) risulta piuttosto convenzionale, a causa di elementi che sanno spesso di già sentito, come per esempio la voce molto canonica del pur bravo screamer Sebastian Ferraro. In ogni caso, dopo una breve gavetta, gli argentini proprio nell’estate di quest’anno pubblicano il loro esordio sulla lunga distanza, intitolato semplicemente X, un album come già detto non molto originale, ma che il discreto talento del gruppo riesce a rendere comunque piacevole. Prima di cominciare, qualche parola la merita anche il suono generale dell’album, professionale e quasi perfetto, ma che riesce ad essere anche lontano da quelle produzioni che ormai ammorbano tutto il metal per mancanza di espressività e di calore, risultando per questo un punto di forza per la resa del disco.

Un breve intro di campionamenti e di effetti fantascientifici, poi sull’onda lanciata dall’ingresso del drummer Berta Rodriguez parte Dawn of Ashes, canzone dal bel riffage, eccezionalmente heavy-oriented, nonostante le tastiere le diano anche un bel flavour power; tutto ciò intraprende presto la tradizionale progressione che dalle strofe, incalzanti e sognanti, ci porta verso i bridge, d’attesa, e quindi ai potenti e liberatori ritornelli, tutto sommato piuttosto catchy, nonostante non siano chissà che di trascinante. In seguito trova spazio un bel duello tra Travieso ed il chitarrista Matias Laino, che anticipa la ripresa della struttura e quindi alla conclusione di una scheggia brevissima, quasi più un preludio molto esteso che una opener vera e propria, ma comunque di discreto impatto. Un’introduzione soffusa ed intensa, dominata dal piano, poi The Devourer si sposta su coordinate più da power neoclassico, seppur declinato in senso piuttosto moderno ed elettronico, con le tastiere a tratti classiche, a tratti sintetiche, sopra alla base costituita da un riffage potente e molto moderno, che domina in maniera assoluta nelle potenti strofe, mentre i synth si pongono molto in sottofondo e la presenza di un retrogusto quasi thrashy; il tutto si evolve però in senso melodico nei rapidi chorus, che vedono il ritorno con forza delle tastiere e sono quasi drammatici nel mood. La struttura sembra poi ripetersi identica, ma lentamente il pezzo si apre, con la velocità che crolla fino alla scomparsa della sezione ritmica e della chitarra: al centro trova spazio infatti uno spazio soffuso che non è sbagliato definire ambient, etereo e con la sola tastiera a farla da padrone per un po’. Toccato questo fondo di armoniosità, la canzone torna però a crescere in potenza, con l’entrata in scena di un lento lead di Laino; è questo il preludio alla ripresa della parte centrale, con una rapida escalation power che presenta anche un rapidissimo solo di Travieso, introducente a sua volta un nuovo ritornello, ancor più intenso, che infine porta al termine una song nel complesso ancora piuttosto buona. Un attacco vorticoso e neoclassicista, che alterna in rapido ordine accelerazioni e rallentamenti, è il preludio a Reborn in the Fire, traccia che già da subito si mostra più prog-oriented delle precedenti, variando man mano la propria formula: abbiamo quindi strofe molto movimentate e variabili, sia a livello musicale che a quello di feeling evocato, che ci conducono a refrain particolari, ritmati e spezzettati, che possono sembrare quasi happy, anche se in maniera certo non convenzionale. In tutto ciò, si mette in evidenza il lavoro della chitarra di Laino, estremamente mutevole ma che non sembra mai casuale e valorizza immensamente la canzone; dall’altra parte, abbiamo una parte di minor caratura in quella centrale, per certi versi meno coinvolgente e troppo fine a se stessa, anche se come difetto si rivela in fondo veniale, e non riesce a rovinare un episodio che si pone ugualmente tra i migliori del disco. Un lungo intro dominato inizialmente ancora dal pianoforte, scandente un tema che poi ci accompagnerà lungo tutta la song accanto agli elementi metallici, e poi Absolute Reality entra nel vivo, alternando sin da subito strofe preoccupate e vagamente oscura a bridge invece più speranzosi e sognanti i quali esplodono poi in ritornelli liberatori che si stampano automaticamente in mente per non uscirne più, il tutto corredato da un Ferraro in stato di grazia. Strutturalmente, abbiamo una traccia che si assesta sulla classica forma canzone, lineare e che varia solo nella parte centrale, piuttosto lunga e che alterna alcuni tra i suoi momenti più heavy e graffianti ad assoli di chitarra molto melodici; tutto ciò, unito ad una notevole armoniosità, fa sì che il pezzo sia non solo di caratura molto elevata, ma anche l’ideale singolo del disco. La successiva The Curse of Capistrano è inizialmente piuttosto tradizionale nel proprio approccio power poi mutare però in qualcosa di più particolare, con un alternanza in breve tempo di parti molto diverse tra loro: quando le strofe sono infatti solenni e quasi evocative, e sfociano a tratti in momenti anche più tesi e potenti a livello emotivo, i ritornelli sono obliqui, circolari e di sapore molto progressivo, tecnico, molto difficili da descrivere a parole. All’interno del brano trovano spazio poi una varietà piuttosto ampia di soluzioni, alcune delle quali molto melodiche e distese, altre invece rapidissime e di forte gusto power, fino ad arrivare a momenti epici che riprendono i temi iniziali e li sviluppano in maniera neoclassica, il tutto mixato all’insegna del progressive; questa unione nel complesso, nonostante la presenza di qualche momento morto di troppo ed una lunghezza eccessivamente alta (oltre sette minuti), funziona comunque discretamente, regalandoci un episodio non eccezionale e che spicca poco all’interno di X, ma comunque tutto sommato piacevole.
La ballata di rito, Farewell, si apre con un arpeggio molto lento e lontano, quasi echeggiato, a cui poi si sommano le tastiere e quindi la voce di Ferraro, qui molto dolce rispetto al passato; il tutto comincia lentamente a diventare più energico, passando le delicate strofe fino agli intensi ritornelli, finché in questi ultimi gli elementi metallici tornano a fare il proprio corso, ma senza devastare il feeling di delicata liricità che la band riesce a creare. In mezzo a tutto ciò trova spazio anche una sezione centrale caratterizzata da un buon assolo che gioca col tema principale della canzone, seguito da un momento intimo, caldo e soffice, nel complesso una sezione che valorizza una semi-ballad per nulla originale, ma in cui comunque la band mette tutta se stessa, riuscendo a creare qualcosa che tutto sommato fa bene il suo dovere. L’ennesimo intro di pianoforte, anche se stavolta in condivisione con la chitarra pulita, è l’inizio di Under the Clouds, composizione che poi comincia ad avvicendare strofe classicamente power, in parte soffuse e senza chitarre distorte e per l’altra metà piuttosto energiche, bridge d’attesa, dal mood vagamente cupo e particolare, e refrain tipicamente da melodic power, catchy ed apparentemente sereni, nonostante il velo di malinconia che hanno dietro, il tutto caratterizzato inoltre dalle tastiere di Travieso, sempre in primo piano col loro sound quasi da carillon. Invece di ricominciare da capo, la traccia dopo questa progressione svolta, e dopo una breve frazione dalle sonorità molto moderne presenta uno scorcio molto intenso, in cui l’unico protagonista è il pianoforte; da qui il brano poi ricomincia pesante ma per nulla aggressivo, sfoggiando un bel duello di chitarra e tastiera ed un Ferraro mai così espressivo, prima che si riprenda con l’accoppiata bridge-ritornello, anche più forte nel feeling, conclude eccellentemente un ottimo pezzo, forse il migliore del disco insieme all’accoppiata Reborn in the Fire/Absolute Reality. E’ ora il turno della lunga suite (più o meno) finale: Deus X Machina si avvia con sonorità orchestrali tranquille che quasi imitano il celeberrimo Mattino del Peer Gynt, opera orchestrale del compositore classico Edvard Grieg, prima di deflagrare improvvisamente con potenza. Si avvia a questo punto un’evoluzione che attraversa lunghi tratti incisivi e puramente power, che riescono in certi momenti a fare la differenza con le loro melodie ed il loro songwriting, e brevi stacchi tecnici più orientati al prog che la interrompono, ma senza forzature; notabili tra i primi sono i ritornelli, forse un po’ banali ma comunque discretamente coinvolgenti, e che svolgono a dovere il proprio compito. La prima parte, pur con le sue variazioni, si mantiene comunque su questa norma, per poi confluire di colpo in una sezione nuovamente retta tutta dal solo pianoforte, oltre alla voce di Ferraro, un tratto lento e che a tratti sembra addirittura fermarsi, per poi riprendere solo dopo un po’ la propria fuga in salsa power.  E’ anche questa una frazione transitoria che ci conduce ad una norma più progressiva, alternante brevi sfuriate di pesantezza in cui fanno mostra di sé anche dei vocalizzi harsh e momenti invece più contenuti e orientati alla melodia. Il pezzo quindi cambia ancora, con uno stacco vuoto seguito da una nuova sezione soffusa, con al suo interno anche un bell’assolo, tranquillo e quasi solare, che dura a tratti e poi, dopo un’altra pausa, la partenza di una parte prepotente, corale cantata in latino (!), che riaccende la corsa del power/prog, con alcuni temi già sentiti all’inizio che tornano a fare capolino. Un’ulteriore momento di silenzio e poi a ricomparire in scena è invece il placido intro, che presto si unisce alla componente power per condurci quindi alla conclusione, con un nuovo ritornello che alla fine, dopo oltre dodici minuti, termina la suite. Per dare un giudizio complessivo, seppur a tratti il pezzo riesca anche ad incidere discretamente bene, presenta al suo interno anche momenti meno efficaci, che a tratti sforano nella noia; il suo problema principale però è la scollatezza in esso presente, come dimostrano le moltissime pause tra una parte e l’altra ed i cambiamenti, apparentemente quasi casuali tra una parte e l’altra, il che ha come risultato l’episodio in assoluto peggiore dell’album, di cui abbassa anche sensibilmente la qualità. In coda al disco è posta Eye of the Tiger, cover della hit più celebre della carriera dei Survivor, che dopo un’intro che nulla ha a che fare con l’originale, celebrando invece la sua inclusione nel film Rocky III, parte molto rapida e power-oriented, radicalmente diversa dalla canzone della AOR band. Nonostante questa differenza, però, il brano conserva perfettamente la forza dell’originale aggiungendole in più un po’ di epicità puramente metal. Il risultato finale, seppur non eccelso, è comunque decisamente buono, e mette quindi un sigillo per nulla malvagio all’album che chiude.
Finiti i giochi, ci resta insomma un disco superiore alla media attuale del power, seppur non di molto, e che può contare su qualche pezzo ottimo e su un gruppo dal potenziale comunque importante, che in futuro potrà fargli creare dischi certo molto migliori di questo. Se poi cercate l’originalità a tutti i costi,come ho ormai ripetuto molte volte non dovete solo lasciare perdere singole band come i Deus X Machina ma proprio il genere power metal, o almeno la maggioranza dei suoi gruppi; se invece siete fanatici di questo genere, allora in X comunque potrete trovare qualcosa che farà proprio al caso vostro, al che il consiglio sarà allora di concedergli almeno un ascolto.
Voto: 74/100

Mattia

Tracklist:

  1. Dawn of Ashes – 03:50
  2. The Devourer – 06:28
  3. Reborn in the Fire – 04:19
  4. Absolute Reality – 05:38
  5. The Curse of Capistrano – 07:17
  6. Farewell – 05:42
  7. Under the Clouds – 05:59
  8. Deus X Machina – 12:06
  9. Eye of the Tiger – 03:39

Durata totale: 54:58

Lineup:

  • Sebastian Ferraro – voce
  • Matias Laino – chitarre
  • Damian “Donny” Travieso – tastiere
  • Victorio Cassanova – basso
  • Berta Rodriguez – batteria

Genere: power/progressive metal

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