The Georgian Skull – Mother Armageddon, Healing Apocalypse (2008)

Una delle cose fondamentali che ognuno dovrebbe sapere è che a chiunque, anche ai migliori, può capitare di sbagliare, magari anche in maniera epocale. Prendiamo per esempio la Scarlet Records: negli anni è riuscita a diventare una delle principali etichette discografiche italiane in ambito metal, contando tra le sue fila la “triade del thrash/black metal italico” (Necrodeath, Bulldozer e Schizo), moltissimi gruppi power di tutto rispetto, come Labÿrinth, Eldritch,Kaledon e Thy Majestie, act più estremi quali Sadist, Cadaveria e Node ed anche gruppi di rilievo internazionale, come gli inventori del folk metal Skyclad e gli storici power metallers spagnoli Dark Moor; nonostante questa sfilza impressionante di nomi, tuttavia, anche gli agenti che selezionano i gruppi per l’etichetta si sono imbattuti qualche cantonata. Una delle più grandi è certo quella dei The Georgian Skull, gruppo nato nel 2007 nella provincia canadese dell’Ontario dalle ceneri dei Mister Bones, che giusto un anno (ed un paio di EP) dopo la fondazione esordisce proprio sotto Scarlet con Mother Armageddon, Healing Apocalypse. Già dai primi ascolti, è questo un album che si rivela difettoso su molti fronti, in primis per quanto riguarda lo stile: sembra quello di una death metal band che voglia reinventarsi una carriera nel doom, senza però abbandonare i propri stilemi originari, il che ha come il risultato un sound definibile come southern metal che risulta estremamente dispersivo e non riesce a creare la giusta atmosfera per riuscire a risultare credibilmente doomy, mentre dall’altra parte non possiede nemmeno l’impatto necessario ad incidere come il death vero e proprio. Le canzoni sembrano essere infatti jam acide sconclusionate e quasi suonate a caso, il tutto limitato spesso a durate troppo brevi perché queste variazioni abbiano un respiro più ampio; non aiuta certo nemmeno una tecnica lungi dalla bontà, un’altra delle criticità notevoli del disco. Il problema peggiore dell’intero lavoro però è la pessima voce del frontman Alexander “The Yeti” Petrovich: non solo il suo cantato tipico, situato tra growl e scream, è catarroso e tecnicamente pessimo, ma soprattutto stona con il resto della musica, che in fondo non è  granché estrema, a parte rari momenti. Chiude il quadro una produzione molto grezza e che nei momenti più rapidi è pure piuttosto confusionaria; se si eccettua quest’ultimo particolare, però, il suono generale dell’album rispetto al resto si salva, non essendo deleterio come altri particolari e contribuendo anzi a non far cadere quest’album troppo in basso, come vedremo tra poco.
Si parte con Final Days of Doom, più che una opener un lunghissimo intro (quattro minuti la sua durata) che comincia in maniera psichedelica e piena di effetti, con anche l’entrata in scena di vocalizzi super distorti, per poi spostarsi su una norma mutevole e che passa da tratti più doomy e cupi a momenti più disimpegnati e distesi dal punto di vista del mood, in maniera stavolta del tutto strumentale. Ne risulta un pezzo che seppur non sia chissà cosa risulta tutto sommato piacevole, seppur da subito appaia avere poco senso nell’economia del platter. La successiva Demon Crippler può contare su un buon riff d’apertura ancora piuttosto doomy, disteso ma anche intenso; tuttavia la band rovina poi la premessa cominciando un up-tempo piuttosto movimentato, potente ma davvero incolore, nonostante qualche spunto decente; in questo tipo di struttura si aprono inoltre chorus urlati ma che in ogni caso non spiccano granché, non essendo dotati di alcuna melodia che riesca a stamparsi un minimo in mente. La struttura inoltre è lineare, e varia fortemente solo nella seconda metà, più stoner-oriented e che senza un motivo cambia la propria atmosfera, che dalla cupezza si fa d’improvviso solare e disimpegnata, una breve coda che presa a se stante sarebbe anche discreta, ma che mette il sigillo su una canzone senza perché, seppur quasi decente, specie rispetto a ciò che verrà in seguito. Una risata cupa introduce Hearts Burning, che poi parte per una breve frazione potente ed in blast beat, di retrogusto death (che fa chiedere se il gruppo non fosse davvero più portato per quest’ultimo genere); la canzone quindi sterza ancora, stavolta su una norma dal riff piuttosto mutevole e scialbo, che alterna momenti rilassati e parti più pesanti di nuovo senza cognizione di causa, vedendo a tratti tornare fuori pure il blast iniziale. Insieme a quest’ultimo, l’unica cosa che si salva nella canzone è la parte finale, più rapida ed ancora di gusto stoner, caratterizzata da un ossessivo Petrovich in accoppiata con dei lievi vocalizzi femminili, anche se comunque è troppo poco per risollevare un brano del tutto mediocre. Becoming Machine si avvia quindi da subito con sonorità quasi da psych rock anni ’70, rovinate però dallo scream di Petrovich, da sludge metal ed assolutamente fuori luogo nel contesto. La canzone inoltre tende a mutare rapidamente la propria impostazione ritmica, con momenti più mastodontici ed oscuri che si alternano ad altri veloci ma anche più aperti, un’alternanza musicalmente piuttosto insignificante ma non troppo sgradevole, se non fosse per il fastidio causato ancora dal cantante; non aiutano inoltre le variazioni in senso più estremo che di tanto in tanto fanno la loro comparsa qua e là, a coronamento di un pezzo il cui unico giudizio può essere “pessimo”. Per quanto riguarda The Funeral, sin dall’inizio è chiaro che la band non ha idea di dove andare a parare: ad un intro cupo di effetti sopraggiunge una frazione in parte melodica, in parte pestata, per poi tornare oscuro, anche se in maniera più vaga e southern-oriented, per delle lunghe strofe che poi confluiscono nei ritornelli, più dinamici e svagati, oltre che dal riffage molto mutevole ma tanto scollato da sembrare quasi quasi casuale. Tutta la prima metà della canzone si gioca sull’alternanza tra queste parti, e va avanti stancamente molto a lungo, per poi variare su qualcosa di leggermente più rapido, una parte che riesce persino ad essere interessante; peccato poi che la band torni alla norma precedente e la riempia ancor di più di divagazioni inutili e fastidiose, per concludere quindi un’altra traccia assolutamente anonima e dispensabile. Anche nelle mie recensioni più negative, cerco sempre di non essere troppo “cattivo”, ma nel caso di Intermission, che arriva poi, non si può scomodare altro che la “cagata pazzesca” di fantozziana memoria! Abbiamo infatti un brano che si avvia molto soffuso ed ambient-oriented, anche se degli effetti ronzanti rovinano in parte il mood generale. E’ questa però la frazione migliore di una song che poi va di male in peggio, e dopo l’entrata in scena di qualche sparuta chitarra pulita si avvia un pezzo di gusto stoner che forse sarebbe anche incisivo, se non fosse così effettato e distorto da non riuscire ad esplodere, risultando anzi più confuso del peggior black metal d’annata. E’ quest’ultimo solo un momento, prima che la parte strumentale soffusa torni fuori, presentando prima una frazione con una lieve chitarra semi-blues e poi momenti più vari, a volte con echi di chitarre elettriche, a tratti con effetti ancor più strani, con del parlato in sottofondo appena udibile e che disturba ancor di più l’intento atmosferico del pezzo, il tutto all’insegna di una casualità e di un’inconcludenza estrema, che rendono questi cinque minuti e quaranta secondi nient’altro che uno spreco totale di tempo utile per fare una qualsiasi altra cosa.
Dopo alcuni effetti sintetici , si avvia Hunting the Ghost, episodio piuttosto dinamico e dal riffage nemmeno troppo malvagio, che a tratti riesce ad incidere anche bene, uscendo dalla monotonia ritmica dei brani della prima metà del disco. La canzone può contare inoltre su un Petrovich che spesso e volentieri utilizza un cantato meno estremo sforando a tratti anche nel pulito, e su stacchi più calmi e stoner-oriented che però in questo caso sembrano essere posizionati con cognizione di causa e coinvolgono anche piuttosto bene; non disprezzabile è anche la parte centrale, tutta ammantata di un gusto blues nemmeno troppo vago, anche grazie alle trame della fisarmonica. Dall’altra parte, ogni tanto i problemi sentiti fino ad ora sono presenti anche qui, con per esempio momenti un po’ fini a se stessi che qua e là fanno capolino; poco male, comunque, perché alla fine il pezzo risulta addirittura discreto pure se preso a sé stante, senza contare quindi il fatto che dopo Intermission persino le canzoncine dei Modà sembrerebbero capolavori della storia del rock. Si prosegue quindi con Possessed Obsessed, canzone sin dall’ìnizio piuttosto calma e rilassata, caratterizzata da fraseggi anche abbastanza piacevoli e quasi delicati, seppur in parte lo sgradevole growl di Petrovich rovini ancora una volta il feeling generale. Pur avendo una struttura un po’ malmessa e con diversi particolari che mancano di messa a punto, per il resto abbiamo comunque una brevissima canzone che riesce a raggiungere un livello sufficiente, anche se nulla più. La speranza che il disco stia finalmente tirandosi su un pochino continua nel bel riff iniziale di Doom Lord Pusher, per poi infrangersi miseramente quando il tutto vira su una norma più estrema, con un semi-blast beat che introduce una canzone divisa tra lunghi tratti dagli echi sludge, poco interessanti nonostante la discreta potenza per colpa del songwriting piuttosto power delle ritmiche, e brevi stacchi più doomy e lenti, che in certi momenti sono in grado anche di coinvolgere e riprendono il riff dell’intro, pur non riuscendo ad arginare la noia imperante nel confuso polpettone che è questo pezzo. Di fatto, l’unica parte che veramente funziona nella traccia è quella finale, con un bel riff ossessivo e malvagio, che si tira fuori dalla pochezza assoluta del resto della canzone grazie proprio all’assenza di variazioni casuali e dimostra che quando vuole la band  su incidere a dovere (il che però più che altro fa arrabbiare, visto il livello del lavoro che abbiamo ascoltato fin’ora). Arriva ora il turno di una ballad, Where the Demons Dwell, che è dominata da un lieve lead e da un arpeggio chitarristico, mantenendosi sempre molto lenta e melodica, riuscendo a risultare anche discretamente intensa, seppur la voce graffiante e come sempre inadatta alla situazione di Petrovich infastidisca in parte (ma non troppo) la sua resa. Nella sua seconda metà inoltre il brano si fa leggermente più potente e metallico, ma senza perdere in feeling, che anzi grazie anche all’assenza di qualsiasi forma di cantato probabilmente aumenta, per poi concludersi rapidamente, risultando nel complesso una ballata in fondo scontata, ma comunque non disprezzabile, anzi. Siamo per fortuna in dirittura d’arrivo: un breve preludio del drummer Adam Saitti e poi la closer track Smoking Your Exorcism entra nel vivo con un lento riff, da doom classico e quasi funereo, prima di accelerare e farsi più incisiva, oltre che strisciante. La band decide poi di cambiare ancora, ma stavolta il mutamento viene fatto in maniera ponderata: il cuore del pezzo è perciò più dinamico, ed alterna le strofe d’attesa a ritornelli invece liberatori, possenti e pure intensi dal punto di vista sentimentale. Il complesso è dotato inoltre di un songwriting finalmente focalizzato sulla canzone, e dosa particolari e passaggi con oculatezza, senza tentare di strafare e senza quasi la presenza di momenti futili. Spicca in ogni caso anche il tratto centrale del pezzo, sabbathiano, lento ed intimista, che può contare su ottime melodie, il quale si evolve poi, dopo un intermezzo che riprende l’introduzione e vede Saitti di nuovo in gran spolvero, al gran finale, ritmato e di forte ascendente stoner, piuttosto efficace e coinvolgente, che dopo oltre otto minuti e mezzo va a concludere l’album come suo pezzo migliore in assoluto, non eccezionale ma comunque più che buono, facendo rimpiangere cosa quest’album poteva essere se la band si fosse davvero impegnata nella sua realizzazione.
Nonostante le molte recensioni entusiastiche ricevute(chissà per quale motivo, poi), i The Georgian Skull dopo questa uscita spariscono praticamente nel nulla, e la cosa certo non stupisce, al contrario.  Abbiamo difatti un album brutto ed inconcludente, che giusto qualche pezzo non da buttare nella seconda metà riesce a sollevare leggermente da un’insufficienza altrimenti ben più grave. L’unica condizione per cui Mother Armageddon, Healing Apocalypse vi è consigliato è perciò se siete collezionisti assidui di qualsiasi cosa più o meno rara abbia a che fare con il doom o con il southern metal; in caso contrario però, risparmiate i vostri soldi ed investiteli in ben altro, le vostre orecchie vi ringrazieranno!

Voto: 45/100

Mattia
Tracklist:
  1. Final Days of Doom – 04:04  
  2. Demon Crippler – 04:54  
  3. Hearts Burning – 03:07  
  4. Becoming Machines – 02:51  
  5. The Funeral – 04:43  
  6. Intermission – 05:40  
  7. Hunting the Ghost – 06:29  
  8. Possessed Obsessed – 03:51  
  9. Doom Lord Pusher – 05:45  
  10. Where the Demons Dwell – 02:56  
  11. Smoking Your Exorcism – 08:37
Durata totale: 52:57
Lineup:
  • Alexander “The Yeti” Petrovich – voce e chitarra solista
  • Steve “Beard” Dugal – chitarra ritmica
  • Sash Wilczynski – basso
  • Adam Saitti – batteria
Genere: doom/death metal
Sottogenere: southern/stoner doom metal

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