Diamond Head – Lightning to the Nations (1980)

Le band che hanno scritto la storia del metal si possono grosso modo suddividere in due categorie: vi sono quelle che sono riuscite a mantenere a lungo l’ispirazione, essendo diventate perciò protagoniste di una carriera di alto livello, e poi ci sono quelle che invece sono riuscito a farlo con giusto una manciata di uscite, o addirittura con un unico ma importantissimo album. Uno dei casi più esemplari a far parte di quest’ultima categoria sono di sicuro i Diamond Head: il loro esordio discografico sulla lunga distanza, Lightning to the Nations del 1980 (detto anche White Album, vista la copertina originale, totalmente bianca e coi soli autografi dei quattro membri del gruppo), è un capolavoro immortale ed unico nella storia, che è riuscito ad influenzare tutto il metal classico successivo, sia nelle sue derivazioni più melodiche e tradizionaliste che nell’ambito del thrash metal (e non a caso i portabandiera del genere Metallica hanno nel tempo coverizzato l’intero disco). Merito di ciò sicuramente è delle sette canzoni che lo compongono, eccellenti brani a metà tra le ultime propaggini dell’hard rock anni settanta ed il sound New Wave Of British Heavy Metal che proprio in quegli anni cominciava ad andare per la maggiore, e che vedeva proprio il gruppo di Stourbridge tra i nomi più promettenti insieme ad Iron Maiden, Saxoned Angel Witch, tant’è che i critici definirono l’ensemble “i nuovi Led Zeppelin” (anche in ossequio ai numerosi rimandi stilistici del loro sound all’act di Jimmy Page). Purtroppo però la storia andò in modo diverso: dopo il buon Borrowed Time (1982), da Canterbury (1983) in poi la band ha vissuto lunghi periodi di inattività e prodotto album che né la critica né il pubblico hanno mai apprezzato un granché; un vero peccato, anche se l’esistenza di Lightning to the Nations è in compenso un’ottima consolazione!
Dopo un attacco tranquillo e quasi d’atmosfera, la Lightning to the Nations vera e propria si avvia già piuttosto rapida ed energica, seppur le chitarre siano anche decisamente melodiche ed ancora legate all’hard rock della decade precedente, creando già da subito un esempio perfetto del particolare connubio che rende quest’album così affascinante. Per il resto, la struttura è subito quella classica di forma canzone: abbiamo strofe placide che lasciano il posto a bridge invece molto animati e veloci, i quali ci conducono ai ritornelli, liberatori ed estremamente coinvolgenti pur nella loro semplicità estrema,  in cui si mette subito in evidenza Sean Harriscon le sue notevolissime capacità vocali. Degna di nota anche la frazione centrale, che invece del classico assolo presenta fraseggi strumentali particolari ma avvolgenti, una rapida variazione che valorizza anche di più il primo di una breve ma intensa serie di capolavori. La successiva The Prince si avvia subito ritmata e caratterizzata da incisivi effetti di organo, dominanti prima dell’entrata in scena dell’ascia di Brian Tatler, che si mette subito in mostra con un lungo ed eccezionale assolo. La canzone entra quindi nel vivo retto sempre dallo stesso semplice ritmo impostato da Duncan Scott, su cui spicca un riffage sempre da urlo, coadiuvato in questo caso eccellentemente pure dall’esplosivo basso di Colin Kimberley. La struttura alterna strofe divertenti e frizzanti a ritornelli leggermente più distesi e seriosi, anche se senza variare un granché dalla forte falsariga del pezzo, che è una cavalcata trionfale per praticamente tutta la propria durata. La parte migliore del tutto è però quella posta al centro, che dopo un momento più melodico esplode in una lunga parte di assoli circolari, dalle melodie a cui si sono ispirati poi moltissimi gruppi successivi, ciliegina sulla torta di un brano che riesce a spiccare pure in un disco dalla qualità media così alta come questo. Giunge quindi Sucking My Love, canzone più melodica ed hard rock di ciò che abbiamo sentito fin’ora, seppur non le manchi l’efficacia delle precedenti, anzi: abbiamo infatti una composizione che riesce a coinvolgere benissimo con ognuna delle numerosi variazioni del riffage, il quale muta spesso pur mantenendo al tempo stesso un’identità forte, attraverso le circolari strofe, i preoccupati bridge ed i basilari ritornelli, in un’unione che ancora una volta funziona alla perfezione. Questa norma va avanti finché a circa metà traccia non si apre un momento in cui la potenza precedente decade totalmente, in favore di una norma più soffusa e caratterizzata dalla presenza di effetti sintetici e di un riff di puro mood posto in secondo piano, oltre ai lead e alla voce echeggiata di Harris, un sicuro tributo a Whole Lotta Love degli Zeppelin, prima che la canzone torni ad appesantirsi, con ancora la permanenza di echi vocali e soprattutto di un assolo ancora molto bello di Tatler, il quale va avanti parecchio a lungo prima che l’episodio riprenda il suo corso precedente, seppur in maniera leggermente più inquieta e cupa anche grazie agli intensi vocalizzi di Harris, ed infine vada poi a concludersi dopo nove minuti e mezzo senza nemmeno un secondo morto.
Con Am I Evil ci spostiamo su territori più oscuri: già il lento intro, dagli echi quasi doom, è un buon biglietto da visita per una song che poi, dopo un breve interludio solistico parte col suo celeberrimo riff, malvagio, di gusto thrashy ed assolutamente devastante, che su uno sfondo a tratti più cadenzato, a tratti più rapido, ma senza mai eccedere, ci accompagna attraversando tutta la struttura della prima parte, coinvolgendo a meraviglia nonostante la sua ripetitività, mitigata dalle variazioni che spuntano qua e là. Sembra che si debba proseguire così a lungo quando invece il pezzo svolta prepotentemente, e dopo un breve interludio di Scott parte in una fuga rapida ed urgente, seppur più aperta e meno cupa di prima, che riesce con la sua dinamicità e la sua enorme energia a coinvolgere ancora a meraviglia l’ascoltatore. In tutto ciò trova spazio anche un assolo lungo ma ancora una volta eccezionale di Tatler, preludio al gran finale, che riprende brevemente i temi iniziali per poi concludere la migliore canzone del disco insieme a The Prince, nonché un gioiello dell’intero genere metal. Torniamo a qualcosa di più rock-oriented con Sweet and Innocent, traccia sin da subito molto divertente grazie all’atmosfera  giocosa delle strofe, che si fa però più intensa nei bridge per poi sfociare in dei ritornelli corali molto catchy e particolari, non profondi ma nemmeno del tutto disimpegnati, difficili da descrivere a parole. Abbiamo per il resto una canzone molto semplice e breve, che trascorre in un fiato ma comunque lascia un’impressione ottima. E’ ora il turno di It’s Electric, brano ancor più hard-oriented e che ricorda da lontano gli AC/DC più selvaggi, grazie ai suoni di chitarre, alla velocità piuttosto sostenuta ed al puntare tutto sulla semplicità, per un risultato però estremamente godibile. E’ questo difatti un pezzo dalle strofe spezzettate e rockeggianti che si inseriscono in ritornelli più compatti ed in cui Harris ripete soltanto il titolo della canzone, ma che comunque entrano benissimo in testa. Al centro inoltre trova spazio un assolo vorticoso e rapido di Tatler, come sempre buonissimo, come anche eccezionale è il lavoro di Kimberley, oscuro ma comunque fondamentale alla riuscita di un’altra song elementare ma fantastica.  Un breve sfogo ritmico di Scott, poi la conclusiva Helpless si avvia con un riffage dal vaghissimo retrogusto punk, seppur la melodia ed il flavour hard ‘n’ heavy siano sempre ben presenti, la struttura va inoltre subito al punto, avvicendando in rapida serie le strofe, frenetiche ma anche in qualche modo solari, i bridge leggermente più solenni ed i ritornelli, di estrema potenza grazie al riffage prepotente ed ai vocalizzi tesi e maschi di Harris. Si cambia direzione solo più o meno verso metà canzone,  quando per un attimo il pezzo si spegne e rimane in scena solo il basso, preludio ad una breve frazione tecnica e particolare; a sua volta questa introduce una norma simile a quella precedente ma pure più incisiva, sia dal punto di vista emotivo, sia in quella strumentale, col riffage a tratti potentissimo, seppur a volte Tatler si segnali invece per un pregevole lavoro di lead. La band non ha però ancora sfogato tutta la propria verve progressive: ecco quindi che d’improvviso la traccia si incanala in qualcosa di più lento e spezzato ritmicamente, una breve pausa a cui fa seguito una fuga più nervosa ed intensa sentimentalmente, che dopo quasi sette minuti mette la parola fine ad un pezzo che forse è il meno bello dell’intero disco, ma risulta comunque assolutamente straordinario, di una qualità che la stragrande maggioranza delle band heavy metal odierne può solo sognare.
Nella versione in mio possesso vi sono anche un nutrito numero di bonus track (sette per la precisione), ma per una volta ho deciso di lasciarle perdere, essendo a mio avviso Lightning to the Nations perfetto così com’è uscito. Siamo  insomma di fronte al classico album che non si può per nessuna ragione non possedere, specie essendo amanti dell’heavy metal classico: fatelo vostro a tutti i costi, perciò!
Voto:100/100


Mattia

Tracklist:

  1. Lightning to the Nations – 04:14
  2. The Prince – 06:13
  3. Sucking My Love – 09:32
  4. Am I Evil – 07:44
  5. Sweet and Innocent – 03:13
  6. It’s Electric – 03:37
  7. Helpless – 06:48
Durata totale: 41:21

Lineup:
  • Sean Harris – voce
  • Brian Tatler – chitarre
  • Colin Kimberley – basso
  • Duncan Scott – batteria
Genere: hard rock/heavy metal
Sottogenere: NWOBHM

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento