Collapse – Alla Deriva (2014)

Tra i vari problemi che affliggono la scena thrash metal revival, il background musicale dei musicisti coinvolti non è un elemento da sottovalutare (per quanto fino a poco tempo fa io stesso l’abbia fatto): il fatto che la maggior parte dei musicisti del genere oggi si ispiri soltanto ai gruppi classici degli anni ’80 e non cerchi, come appunto questi ultimi, di ibridare metal e punk, è forse una delle concause per cui tanti dei loro dischi siano banali e con poco impatto. Prova di ciò è che tra i pochi gruppi che riescono a porsi al di sopra alla media odierna, molti suonano crossover thrash, un genere che per essere affrontato ha bisogna per forza di un’ottima conoscenza del genere punk: è questo il caso anche dell’ensemble di cui parliamo oggi, i Collapse da Firenze. Lo stile espresso dalla band nel suo esordio Alla Deriva, pubblicato nell’estate dello scorso anno, è infatti un thrash metal con influenze punk anche più ampie della media del crossover, sia a livello di sonorità che per quanto riguarda le atmosfere: a differenza di altri gruppi del genere come S.O.D. o Municipal Waste, alla band manca del tutto l’allegria sguaiata ed aggressiva e l’umorismo, in favore di una seriosità e di una rabbia vera e convincente, espressa non solo musicalmente ma anche attraverso taglienti testi, molto critici e politicizzati. Il risultato è un sound non troppo originale, ma comunque meravigliosamente efficace, di sicuro molto di più di quello di tanti act anche più blasonati della nuova ondata, come vedremo tra poco. Prima di cominciare, qualche parola anche per il suono del disco: è piuttosto professionale e preciso, nonostante la band si sia autoprodotta totalmente, ma non è freddo ed inespressivo come quello di tanti dischi odierni, risultando anzi incisivo e grezzo al punto giusto e riuscendo così a valorizzare molto bene l’energia di cui la band è dotata.

Un tranquillo intro parlato, tratto dal film storico “Aguirre, Furore di Dio” di Werner Herzog, è la calma prima della tempesta che arriva con l’inizio della Alla Deriva vera e propria, title-track che si avvia subito sparata a mille; la struttura alterna quindi momenti leggermente più riflessivi a parti veramente pestate in rapida serie, senza un momento di respiro se si eccettuano i ritornelli, unico momento vagamente melodico della song, che incidono discretamente, nonostante non esplodano come quelli di altri brani e risultino i momenti meno validi della traccia. Si segnala in ogni caso, le prestazioni del batterista Fabio, compattissimo ed a suo agio anche nei passaggi più estremi, conditi di blast beat, e di Matteo, la cui voce urlata e molto punk è il vero marchio di fabbrica del gruppo, nonché il valore aggiunto di un episodio che pur essendo probabilmente il meno bello dell’album è comunque molto buono, una opener insomma decisamente all’altezza della situazione. Dopo un preludio dal sound più da thrash classico, seguito da un breve interludio di basso di Jacopo, parte Quello che Non Cerco, song ancora molto ritmata e movimentata, che avanza estremamente dritta al punto e pesante come uno schiacciasassi, travolgendo tutto con la sua immensa furia e la sua urgenza tipicamente hardcore. Degna di nota anche la variazione nella seconda metà, più vorticosa e potente, per una canzone corta e semplice ma intensa e di ottima fattura. Dopo un preludio oscuro retto ancora dalle quattro corde di Jacopo parte Democrazia Brutale, composizione ancor più punk-oriented di quelle che ha intorno, nel cantato prepotente ed urlato di Matteo, nel minaccioso riff impostato dall’ottimo chitarrista Emilio e nel semplice ma travolgente d-beat che la regge, che viene ammainato in favore di sventagliate di doppia cassa solo nei ritornelli, i quali sono se possibile ancora più rabbiosi del resto. Assolutamente da lodare è il testo, tagliente e molto critico verso la società odierna; non si può inoltre non menzionare inoltre anche il finale di puro forte rancore, con un ritmo estremo e Matteo che ripete  ossessivamente “mi sono rotto il cazzo della mia vita”, giusta coronazione di un pezzo brevissimo (poco più di due minuti), ma che entra di diritto tra i migliori del disco. I ritmi rallentano con l’intro di Sputo Odio, di nuovo più canonicamente thrash del resto; è questo però solo un momento, perché poi le influenze crossover tornano in scena, con un riff affilato come un rasoio ed estremamente incisivo a reggere le rapide strofe, mentre i refrain sono più lenti ed in qualche modo riflessivi, nonostante risultino altrettanto efficaci grazie a trame strumentali molto ben scritte. E’ proprio il songwriting il punto di forza di questo episodio, che risulta ancora una volta semplice ma di qualità molto elevata.

La ferocia che abbiamo potuto sentire fin’ora scema in parte all’arrivo di Terminator, song più scanzonata delle altre, che dopo un inizio crepuscolare e cadenzato parte con un riff di gusto speed thrash, procedendo molto rapida ma meno oppressiva e serrata del resto, nonostante comunque un’ottima dose di energia; va in tale senso anche il testo, meno politicizzato ed ispirato all’omonima classico del cinema di fantascienza. La struttura inoltre è semplice ma più variegata che in passato, per merito di convulsi bridge convergenti in ritornelli che stoppano brevemente la song prima di riprenderne la corsa, dei momenti più lenti che si aprono qua e là e dei bei lead di Emilio che punteggiano la traccia e ricordano quelli presenti in Kill’Em All dei Metallica, arricchendo un episodio che pur essendo  un po’ diverso da quelli che ha intorno colpisce comunque nel segno, risultando un piacevolissimo diversivo.  Si torna a qualcosa di più pressante con La Fine dei Tuoi Giorni, canzone che si avvia con un riffage piuttosto vorticoso presente bene o male in tutta la sua durata, seppur con notevoli variazioni che rendono il tutto più interessante ed avvolgente. La parte che spicca di più nel brano sono però i ritornelli, molto punk oriented grazie al potentissimo ed anthemico coro, da urlare a pieni polmoni, ed al riffage dissonante, momento migliore di un pezzo che vola letteralmente lasciando ancora un’eccellente impressione. Se fin’ora il disco si è mosso su alti livelli qualitativi, l’uno-due finale è veramente da K.O., riuscendo ad innalzare il tutto addirittura al livello di masterpiece. Si comincia con Qui Va Tutto Bene, che nonostante le pervasive influenze punk è un pezzo più disteso dei precedenti, ma non per questo meno aggressivo, anzi: abbiamo infatti le strofe probabilmente più incazzate dell’intero disco, dirette e da violento pogo, che confluiscono in bridge meno oppressivi e quindi in ritornelli apparentemente solari ed aperti, grazie anche ai lenti lead della chitarra di Emilio, seppur in realtà piuttosto aspri. Nonostante questa eterogeneità, le varie parti sono incastrate in maniera perfetta ed incidono alla grande, grazie ad una scrittura mai di caratura così alta; estremamente apprezzabile, almeno a mio avviso, è anche il blasfemo testo anticlericale, ciliegina sulla torta di un brano particolare ma eccelso. Il gran finale è quindi affidato a Roma a Mano Armata, che dopo un breve intro tratto dall’omonimo film poliziottesco di Umberto Lenzi parte con il rifferama probabilmente più da brividi dell’intero disco, estremamente violento nel suo ibridare il meglio di thrash e punk e tanto pesante da evocare in mente un devastante mosh, il tutto posto su un ritmo alla velocità perfetta ed accompagnato dal cantato mai così incalzante di Matteo. Si varia da questa norma solo con i bridge, macinanti, che introducono i chorus, quasi liberatori pur essendo estremamente oscuri e spietati. Il risultato di questa unione è il pezzo migliore del disco insieme al precedente ed a Democrazia Brutale, nonché il miglior sigillo possibile all’album che chiude.

Nonostante Alla Deriva duri solo ventisei minuti, in virtù della sua completezza ho ritenuto di poterlo trattare tranquillamente come un full lenght, senza le limitazioni dei dischi sotto alla mezz’ora: è in questo modo che esso riesce ad arrivare, peraltro meritatamente, al livello di capolavoro. Siamo difatti di fronte ad un gruppo che pur non inventando nulla ha le idee molto ben chiare e le sfrutta al meglio, creando così un piccolo gioiello del thrash più vicino al punk. Se questo stile vi appassiona,perciò, fate vostro quest’album a tutti i costi: vedrete così che i Collapse sapranno catturarvi immediatamente per non uscirvi più dalla testa!

Voto: 90/100

Mattia

Tracklist:

  1. Alla Deriva – 03:47
  2. Quello che Non Cerco – 02:56
  3. Democrazia Brutale – 02:07
  4. Sputo Odio – 03:12
  5. Terminator – 03:33
  6. La fine dei Tuoi Giorni – 03:01
  7. Qui Va Tutto Bene – 03:29
  8. Roma a Mano Armata – 03:48

Durata totale: 25:53

Lineup:

  • Matteo – voce
  • Emilio – chitarre
  • Jacopo – basso
  • Fabio – batteria

Genere: thrash metal
Sottogenere: crossover thrash metal

Potrebbero interessarti anche...

3 risposte

  1. Pochissimi, eccezioni, nel thrash classico (soprattutto americano) degli anni '80 tentavano, tantomeno coscientemente, di ibridare metal e punk, finiamola con questo luogo comune/stronzata. Il thrash nasce e prendeva a piene mani dall'estremizzazione dei gruppi heavy metal, della NWOBHM in particolare, assolutamente metal, punto. Poi a ruota vennero fuori anche band che erano in effetti 50 e 50 circa tra thrash metal e hardcore (non punk classico quindi prima maniera, ma già un'estremizzazione del punk che aveva preso anche dal metal, hardcore e thrash sono praticamente contemporanei come nascita ed è difficile dire chi abbia influenzato chi, dipende da band a band magari), erano il primo tipo di crossover insomma, chiamate con quel termine (che anni dopo invece verrà usato per cose abbastanza diverse, con più elementi anche non di musica \”dura\” in certi casi -funk ecc.- e ancora dopo è considerabile ancora crossover ma di terza generazione, il cosiddetto \”nu metal\” che prendeva solo alcune caratteristiche dello stile medio del secondo estremizzando quelle e basta, quindi meno eclettico in media) o anche thrashcore, per il motivo suddetto, mischiavano praticamente alla pari le caratteristiche, o alcune di esse, principali dei due stili/approcci. Ma parallelamente continuavano a uscire anche band thrash assolutamente classiche e \”pure\”, ognuna col suo stile ovviamente (per quelle di talento vale sempre questo, in ogni epoca e genere), che di hardcore o tantomeno punk classico avevano zero praticamente. Così come continuavano a fare dischi più o meno nel loro approccio e stile, e quindi sempre con poco o nulla di punk, anche tutte quelle della primissima ondata.

  2. Ma in generale cmq, a parte queste considerazioni storiche oggettive, trovo bizzarro il pensare che la qualità o meno di una band, le idee fresche o meno, i pezzi riusciti o no, dipendano semplicemente dal fatto di usare influenze di un certo stile X o no. Non c'entra nulla di nulla, del resto se ad esempio tutte facessero così saremmo da capo con l'inflazione pure del revival thrashcore e dintorni, che in realtà è stato sfiorato o si è proprio avuto ma solo per un certo periodo abbastanza breve anni fa, capitanato da band come i Municipal Waste e simili (sopravvalutatissimi secondo me da alcuni appassionati in giro). La validità, la personalità ecc. sono fatte solo dall'avere idee o no, dal sapere scrivere pezzi che anche quando sono classicissimi magari, si rifanno evidentemente a un genere o qualche band in particolare che il gruppo ama moltissimo, non risultano cmq stantii, pieni di plagi veri e propri o semi-tali ecc., dipende dal talento, da come sai scrivere e suonare (e anche produrre i suoni, direi) e via dicendo, solo da quello. Nemmeno in generale il conoscere più cose musicalmente, ascoltare più generi magari anche alcuni extra-metal ecc., come a volte si sente dire da qualcuno come teoria appunto per avere idee e pezzi migliori, è una garanzia di essere poi personalmente un gruppo migliore, che scrive cose più riuscite o varie ecc., per nulla, dipende da caso a caso e quindi vuol dire che non conta tanto quello, ci sono infatti musicisti/gruppi che in realtà come ascoltatori sono da sempre abbastanza \”ignoranti\” o si sono fermati ai soliti nomi famosi di sempre consumando solo quelli, eppure riescono a scrivere musica ottima, varia, personale ecc., e altri che invece ascoltano regolarmente da sempre e conoscono quindi il mondo in pratica sia nel loro campo che magari in generale anche in altri stili e generi, ma poi come compositori di roba propria sono più o meno scarsi. Qualcuno potrebbe anche pensare il contrario in effetti, cioè che se sei un musicista ascoltare regolarmente troppe cose, spesso magari anche diversissime da quello che suoni te, ti crei soltanto della confusione in testa e poi cercando di mettere un po' di tutto quello che ami ascoltare nei pezzi che scrivi, viene fuori un troiaio senza molto senso, o che al contrario per reazione alla varietà di ciò che ascolti ti chiudi ancora di più del solito, della media dello stile che vuoi suonare e componi pezzi davvero mediocri per quel campo, uguali a mille-mila altri…è sempre difficile dire come stiano le cose, solo il risultato si può giudicare, e alla fine conta il talento e idee personali, e ovviamente il sapere suonare almeno decentemente.

  3. spiritcrusher ha detto:

    ma insomma il disco ti garba o ti fa cacare?

Aggiungi il tuo commento