Last Prototype – The Green Effect (2014)

Nonostante quello che ho rimarcato con forza in moltissime recensioni, personalmente non ce l’ho assolutamente con la tecnica in sé: trovo semplicemente sterili ed inutili tutti quei gruppi che si basano solo sulle capacità dei propri strumentisti, senza guardare la propria composizione da qualsiasi altro di vista, mentre non ho problemi ad apprezzare ensemble che seppur di livello tecnico altissimo, creano qualcosa che non è soltanto dimostrazione di forza, bensì è ottimo anche dal punto di vista musicale. Uno dei migliori esempi di ciò possono essere i Last Prototype, power trio romano dedito a sonorità che di base si rifanno ad un death metal melodico che i riprende i gruppi più oscuri di Gothenburg, arricchito però da atmosfere cangianti che deviano di molto lo stile del gruppo verso il progressive e da una tecnica onnipresente e debordante, riportando alla mente a volte i Cynic del seminale Focus, gli Atheist e gli ultimi Death, altre volte gli Opeth del periodo d’oro. Nonostante l’ostentazione di bravura come strumentisti sia onnipresente, il songwriting che il gruppo dimostra nel proprio full d’esordio The Green Effect, uscito alcuni mesi fa, è altresì molto ben focalizzato e riesce a guardare anche alla resa complessiva delle canzoni, le quali non presentano quasi mai svolazzi fini a se stessi, ma anzi pure le parti più tecniche sono sempre ben incastrate e mai inserite a caso; questa tendenza a non strafare è adottata anche per quanto riguarda l’impostazione dell’intero disco, che ridotto a poco più di mezz’ora di durata totale si presenta compatto e per nulla dispersivo, scongiurando quindi del tutto il rischio di annoiare, concreto per lavori di questo tipo. Completa il quadro un sound generale piuttosto elementare ma anche professionale ed espressivo, caldo, un altro grosso punto di forza di un album che come vedremo tra pochissimo si rivela un vero e proprio gioiello nel suo genere.

Un brevissimo intro sintetico, quindi la opener Losing Control entra nel vivo, presentandoci sin da subito il trademark del gruppo, rappresentato dal contrasto tra il growl di Davide Santini, profondo e cavernoso, ed il riffage spigoloso ma spesso anche piuttosto melodico impostato dalla chitarra di Francesco Menale e dalla sezione ritmica. Comincia da qui una progressione complessa ma non molto intricata,che alterna semplicemente momenti più distesi e d’atmosfera oscura ma profonda, come per esempio i lineari ritornelli, ad altri più frenetici e retti da riff circolari e dalla doppia cassa di Alessandro Menale, mostranti anche una discreta ferocia, nonostante il tutto non si ponga mai su livelli estremi di aggressione. Negli spazi tra queste parti spuntano inoltre delle divagazioni puramente tecniche, tra le quali si evidenzia in particolare quella piuttosto lunga posta al centro, molto mutevole ma comunque davvero incisiva, dimostrazione della capacità del trio non solo con i propri strumenti ma anche nel songwriting; proprio grazie a quest’ultimo, infatti non c’è nessun passaggio a vuoto o inutile, l’intera traccia è compatta e funziona a meraviglia, risultando sin da subito tra gli episodi di maggior caratura del platter. La opener si chiude con un arpeggio acustico che viene ripreso subito, senza soluzione di continuità, da Away from Here, brevissimo pezzo che si presenta per gran parte della propria durata dolce e delicato, con il cantato sussurrato di Santini e lievi tastiere progressive in sottofondo che dopo un po’ lasciano spazio ad un nuovo arpeggio, anche più soffuso. Nel finale c’è posto però anche per sonorità metalliche, con un riff possente e quasi doom che esplode all’improvviso e ci conduce fino alla fine di quella che nei fatti non è altro che la lunga coda finale di Losing Control, di cui risulta un’ulteriore arricchimento. Il disco riparte quindi con il preludio di Found Lost, vorticoso e tecnico a livelli estremi, una giusta anticipazione per la canzone più canonicamente techno death del lotto, la quale consta di passaggi stoppati e molto tecnici, che nonostante la pesantezza hanno l’aria di essere quasi un divertissment, tra i quali si collocano momenti più diretti, a tratti più lenti e riflessivi, votati all’evocazione di un mood oscuro ma non soffocante, al contrario intenso dal punto di vista sentimentale, in altri casi invece tirati e caratterizzati da una grande mutevolezza di soluzioni musicali. Degno di nota tra gli ultimi il momento centrale, senza chitarre ritmiche e dominato totalmente da un bell’assolo al vetriolo di Francesco Menale, preludio alla ripresa di una canzone che nonostante la tecnica debordante si rivela nel complesso molto incisiva ed avvolgente. Dopo un intro molto melodico, dal riff etereo e dal feeling molto intenso sentimentalmente, deflagra quindi The Green Effect il brano forse più possente del disco, grazie al devastante riff, mutevole ma che in qualche modo riesce anche ad incidere a meraviglia. Quest’alternanza prosegue a lungo, con frazioni eteree e piuttosto lineari che si avvicendano a momenti ad alto tasso tecnico e più obliqui, a tratti forse poco incisivi sebbene mai fastidiosi, in una struttura piuttosto particolare ma anche non troppo arzigogolata. La parte migliore è però quella posta al centro, che si avvia con un assolo molto melodico e col ritmo retto dal solo basso di Santini a contrastare il suo stesso potente growl, per poi divenire ancor più intensa e delicata, grazie all’assolo del Menale chitarrista, veloce ma che non vuole stupire, presentando invece un’intensa carica di infelicità che coinvolge bene l’ascoltatore. La norma principale torna poi a fare il proprio corso, alternando le parti quasi in maniera speculare rispetto al principio, per poi concludere una canzone con forse qualche passaggio a vuoto, ma nel complesso di qualità ancora piuttosto alta.

TV Lies si avvia con una parte in cui è ancora la tecnica a farla da padrone, con ritmiche spezzettate ed in controtempo, per poi svoltare però in qualcosa di più semplice e lineare, più teso all’evocazione di una forte dose di malinconia, grazie anche ad un riff disteso e ad un vago retrogusto doom. La band non staziona su questa norma per molto, tornando presto su qualcosa di più tempestoso, che all’improvviso svolta ancora, su una falsariga dominata dal solo basso circolare di Santini, su cui hanno posto vocalizzi puliti distorti dal vocoder che non possono che ricordare i Cynic. Il pezzo riparte quindi con un momento che unisce il feeling infelice iniziale e lo stesso eccellente fraseggio di basso, per poi tornare ad una norma più pressante e tecnica e quindi al riff principale, valorizzandolo con un altro eccellente assolo di chitarra; da qui in poi torna a ripetersi la stessa evoluzione già apprezzata in precedenza, seppur in maniera anche più melodica e con un occhio ancor più aperto verso l’intensità sentimentale, fino al gran finale, travolgente trionfo della melodia. Risultato di tutto ciò è il brano probabilmente più complesso del disco, ma anche uno dei migliori in assoluto in esso, grazie ad una scrittura che qui è di livello veramente stellare. E’ ora il turno di Consciousness, traccia strumentale in cui i Last Prototype riversano tutto il proprio estro di musicisti, muovendosi da momenti macinanti e spaccaossa, per quanto techno-oriented, a tratti in cui a dominare è la chitarra solista di Francesco Menale, passando per frazioni sincopate e di pura tecnica. Tra i vari momenti, forse il migliore è quello posto nella seconda metà, che si trasforma in breve da un tranquillo intimismo ad un assolo vorticosissimo e poi ad un riff ritmato ed etereo, che vede anche l’entrata in scena dei synth; ad ogni modo tutto il pezzo, in virtù di melodie ottime e di una potenza discreta, è comunque divertente e pienamente apprezzabile anche da chi non ama simili sfoggi di maestria, essendo dotato di un songwriting ancora una volta di competenza assoluta, riuscendo così ad accrescere ancor di più il valore di questo disco. Si torna a qualcosa di più aggressivo e death-oriented con Life Prototype, il cui attacco è da subito uno schiacciasassi senza freni, che macina brevemente per poi calmarsi di colpo, con l’arrivo in scena di una frazione delicata e dal flavour progressive. Tale momento lascia a sua volta spazio ad una sezione dal riff estremamente semplice ma dissonante, che genera un’atmosfera apocalittica e nera come la notte, da brividi per intensità; si aprono ogni tanto in questa parte dei momenti più tranquilli ed armonici, di respiro, che lungi però dall’interrompere la tensione riescono a potenziare ancor di più il mood generale. Questa parte ad un certo punto comincia poi a spegnersi, fino a che le potenti ritmiche distorte spariscono del tutto, sostituite da una lieve chitarra pulita e da synth eterei, oltre che dai sussurri di Santini, un momento di calma che prosegue molto a lungo, seppur intervallato al centro da un momento in cui la potenza metallica torna a far capolino, seppur senza spezzare l’intensa aura sentimentale venutasi a creare. Tale sensazione prosegue poi anche nella lunga frazione conclusiva, che pur riprendendo appieno gli elementi melodeath, con growl e riffage aggressivo, mantiene comunque un forte lirismo ed una ricercatezza assoluta, aggiungendogli in più anche trame strumentali da urlo (difficile decidere cosa è meglio, a tal proposito, tra il comparto ritmico ed il bell’assolo del Menale chitarrista), degna chiusura della canzone non solo più progressiva, ma anche in assoluto migliore dell’album che va a concludere con il botto.

The Green Effect è in sostanza un piccolo capolavoro, senza praticamente cali di tensione e che mantiene una qualità media altissima, espressione di un gruppo già ben concentrato sul proprio obiettivo e che riesce a sfruttare le proprie idee in una maniera che può fare invidia al novanta percento delle altre band di metal tecnico odierne. Se i Last Prototype sapranno proseguire su questa linea in futuro, c’è la concreta possibilità che possano riuscire a sfondare, diventando un nome di punta nella pur affollatissima scena odierna comprendente il death metal tecnico e progressivo; è anche questo il motivo per cui, se siete appassionati del genere, il mio consiglio è quello di recuperare assolutamente questo disco, è sicuro che non ve ne pentirete!

Voto: 92/100


Mattia
Tracklist:
  1. Losing Control – 05:58
  2. Away from Here – 02:17
  3. Found Lost – 04:40
  4. The Green Effect – 04:08
  5. TV Lies – 05:32
  6. Consciousness – 04:06
  7. Life Prototype – 06:08
Durata totale: 31:08
Lineup:
  • Davide Santini – voce e basso
  • Francesco Menale – chitarre
  • Alessandro Menale – batteria
Genere: progressive death metal
Sottogenere: technical/melodic death metal

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