Falkenbach – Heralding – The Fireblade (2005)

Per chi ha fretta:
Pur essendo la versione ri-registrata del disco pensato per essere l’esordio dei Falkenbach e poi andato perduto, Heralding the Fireblade (2005) è comunque un lavoro lontano dalla media degli album riproposti. Merito del mastermind Vratyas Vakyas, che riesce al tempo stesso a riprodurre il fascino dello stile primigenio del gruppo e a renderlo più incisivo grazie a elementi più moderni. La buona riuscita del connubio è testimoniato da grandi pezzi come la epica opener Heathen Foray, la maestosa Heralder o Gjallar, traccia bonus degna comunque delle migliori del disco. In definitiva quindi Heralding – The Fireblade non è il classico album ri-registrato, ma un disco degno di essere accostato agli altri della discografia dei Falkenbach, che i fan del gruppo devono possedere! 
La recensione completa:
Di norma, non sono un gran estimatore della tendenza, diventata di recente una vera e propria moda all’interno del mondo metal, a registrare e pubblicare di nuovo dischi storici: trovo infatti che nella maggior parte dei casi le re-incisioni non abbiano il fascino del disco originale e siano fondamentalmente inutili, se non alle tasche della band (e ancor di più dell’etichetta) di turno. Ci sono rari casi però in cui riprodurre un vecchio lavoro ha un suo perché, per esempio quando la versione originale è andata persa o comunque non è mai stata pubblicata: un fulgido esempio di questo fatto ce lo forniscono i leggendari viking metaller tedeschi Falkenbach. Ben un decennio fa, infatti il mastermind Vratyas Vakyas decise di dare finalmente la luce a Fireblade, il previsto album d’esordio della sua one-man band la cui pubblicazione sarebbe dovuta avvenire addirittura nel 1995 ma non ebbe mai luogo, incidendolo di nuovo ed arricchendolo con qualche altro pezzo: il risultato fu l’uscita, nel novembre del 2005, di Heralding – The Fireblade. Nonostante questa genesi recente, in apparenza Vakyas riesce a riportare abbastanza fedelmente  quello che doveva essere all’epoca lo stile della band, ancora un po’ immaturo e senza una direzione, guardando da una parte al black metal che all’epoca andava per la maggiore ormai anche al di fuori della Norvegia e dall’altra già al viking metal di stampo Bathory che la band avrebbe intrapreso con più convinzione in futuro, anche se per ora con qualche venatura folk in meno. La produzione è però chiaramente più moderna e pulita, con un occhio di riguardo anche all’incarnazione del folk metal che proprio a metà anni duemila ascendeva al successo, ed il risultato finale è un ibrido decisamente particolare, ma che funziona piuttosto bene, tanto da riuscire addirittura a sfiorare il capolavoro, come vedremo tra pochissimo.

Dei suoni di risacca, seguiti presto da un lieve violino, introducono la opener Heathen Foray, prima che essa esploda in tutta la sua magniloquenza. Abbiamo a questo punto un pezzo semplice che si mantiene praticamente tutto sullo stesso mid tempo e sulla stessa melodia di base, con giusto qualche variazione qua e là, come i piccoli assoli di flauto che la punteggiano o la melodia vocale totalmente in clean di Vakyas che si modifica leggermente nei ritornelli; l’unica vera svolta della canzone è quella cadenzata e marziale posta al centro, dotata di ottimi cori e che dona ancor più fascino al tutto, prima che la norma principale torni a riprendersi. Nonostante ciò, il pezzo non solo non annoia, ma riesce a risultare dannatamente coinvolgente, grazie all’onnipresente e fortissimo feeling trionfante e glorioso che riesce a coniugare sia una certa rilassatezza, quasi solare, con una fortissima epicità, un risultato unico e veramente da brividi, per una opener eccezionale che per sensazioni può essere benissimo considerata la One Rode to Asa Bay dei Falkenbach. In contrasto con la tranquillità della precedente, la successiva …of Forest Unknown… parte da subito rapida e dissonante, dotata com’è di un riffage classicamente black metal e di ferali scream ma pure di un particolare tocco melodico generato dalle chitarre ritmiche, che la rende meno cupa e malvagia della media del genere. La struttura della traccia vive inoltre di rapide fughe e di momenti invece più distesi e volti all’atmosfera, anche se il riffage mantiene più o meno in tutta la song la stessa trama; ne consegue un pezzo strisciante e piuttosto oscuro, senza nemmeno essere granché evocativo, ma comunque decisamente coinvolgente, per quanto forse leggermente eterogeneo rispetto a ciò che la circonda. Si torna all’epicità vichinga con Hávamál, canzone introdotta dalla voce pulita di Vakyas e da un arpeggio folk prima che le chitarre distorte entrino in scena, pur mantenendo il feeling malinconicamente evocativo che il preludio già è riuscito a creare. Abbiamo da qui una progressione che alle lineari strofe, caratterizzate dalla coesistenza tra il riff metallico e l’arpeggio folk al di sopra, avvicenda i refrain, più semplici e diretti, costituiti come sono da un semplice coro triste ed in cui si mette in evidenza il lavoro semplice ma possente del drummer ospite Boltthorn. L’unica variazione a questa norma, oltre al bell’assolo di chitarra nella seconda metà, sono i brevi stacchi che spuntano qua e là in cui gli elementi decadono brevemente per lasciare spazio agli archi ed alla chitarra acustica, oltre che alla voce di Vakyas, prima che il brano torni su binari battaglieri e riprenda la progressione già sentita in precedenza; il risultato di tutto ciò è un episodio piuttosto ripetitivo, spostando veramente di poco le proprie coordinate nei suoi sette minuti di durata, ma che pur soffrendo leggermente di questo difetto riesce lo stesso ad incidere a dovere. Si cambia ancora con Roman Land, traccia che sin da subito si muove su ritmi medio-alti e consta di un riffage molto black oriented raggiunto presto dallo scream di Vakyas, per quanto la melodia sia comunque ben presente e crei un’atmosfera tutto sommato incalzante e quasi combattiva, grazie anche ai ritornelli, dal vaghissimo gusto medioevale. Sembra che il brano debba procedere a lungo su questa strada, quando invece si apre un breve interludio dominato dalle percussioni, per poi condurci alla parte centrale della canzone, più cupa e ferale, uno dei momenti più classicamente black del disco, grazie soprattutto ai malvagissimi scream di Vakyas, il quale dà qui il meglio di se. La composizione torna poi sui binari precedenti, per una nuova parte di impatto che va a concludere un altro episodio di qualità ottima. Un breve intro cadenzato, dal mood molto di attesa, poi parte Heralder, che dimostra subito di essere più recente: è essa infatti introdotta da un lead di chitarra delicato ma in qualche modo anche teso, epico, che poi lascia spazio ad una norma su mid-tempo dominata dal dualismo tra l’epicissimo coro in sottofondo e lo scream feroce di Vakyas, in un contrasto che genera però un feeling da urlo per intensità evocativa. Si aprono su questa norma aperture leggermente più rapide ma più aperte nel mood, che danno respiro alla song prima della partenza di una nuova parte guerresca; degna di nota quella centrale, più lunga delle altre e che vira su qualcosa di puramente folk grazie agli archi dominanti, che permangono anche nella sezione successiva, ricoprendola di un certo velo di malinconia; quest’ultimo avvolge la traccia finché non viene spazzato via dal ritorno dell’evocativa parte principale, che torna a fare il suo corso fino al ritorno del lead iniziale, il quale mette la parola fine sul miglior episodio del lotto insieme alla opener.

Senza alcun preludio, la seguente Læknishendr (versione ripulita del brano quasi omonimo presente nell’esordio effettivo dei Falkenbach, …En Their Medh Riki Fara…) si avvia diretta con un blast beat e ritmiche tempestose, puramente black nella loro intensa oscurità, che accompagna la song anche quando il ritmo scende ed il tutto si fa leggermente più melodico, senza però cambiare il proprio tono, che rimane assolutamente malvagio. Quando può sembrare che la composizione debba andare avanti per tutta la propria durata in questa maniera il metal invece decade totalmente, e dopo un brevissimo stacco di flauto entra in scena la chitarra folk di Hagalaz, che scandisce un’armonia dal flavour decisamente medioevale; tale tema viene inoltre ripreso anche dalla chitarra distorta quando il metal torna ad esplodere, per una breve frazione trascinante , un momento quasi di calma prima che l’episodio torni su coordinate più buie e black-oriented, riprendendo la parte principale anche se con leggermente meno carica di oscurità e con un gusto un po’ più folk. La melodia folk centrale si ripresenta però nel finale, per mettere fine ad una canzone che vola e non sembra durare i suoi sei minuti effettivi. Giunge ora Walkiesjar, il cui preludio è dominato dalle percussioni di Boltthorn su un sottofondo ritmico di chitarra, prima che il brano vero e propria esploda con un riffage vorticante e nuovamente di forte flavour black che però non evoca tanto la feralità del genere quanto un sentimento incalzante e profondo, facendo visualizzare nella mente dell’ascoltatore una furiosa battaglia grazie anche ai toni vagamente epici; questa norma viene però meno nelle brevi frazioni che si aprono di tanto in tanto, considerabili più o meno come i ritornelli, in cui lo scream viene sostituito da dei semplici cori ed il flavour si fa al tempo stesso più aperto e più lugubre, dando alla traccia un finale enigmatico e piuttosto preoccupato (anche se il finale vero e proprio è in realtà ancora a base di percussioni). Anche Skirnir, che arriva a ruota, parte subito diretta, con le strofe che su un tempo medio-alto vedono la voce pulita e molto intensa di Vakyas ed un songwriting incalzante e dannatamente immaginifico, che incide splendidamente prima che la canzone viri, attraversando brevi bridge parlati e teatrali per approdare quindi ai chorus, più rabbiosi e caratterizzati da un breve scoppio in scream seguito da una parte in cui il riff continua la sua processione da solo, a metà tra la sua cupezza quasi black e l’epicità che le incursioni dei cori qua e là gli danno. Non c’è molto altro nella traccia, che ripete la suddetta struttura uguale a se stessa per i suoi quattro minuti e mezzo, ma nonostante ciò essa non viene però mai a noia: abbiamo infatti un episodio che è giusto di poco al di sotto dei migliori del lotto. Il disco in origine terminava con quest’ultimo brano, ma come bonus track nella mia versione è presente Gjallar, lungo episodio del tutto strumentale che dopo il suono di un corno potente si avvia lenta e solenne, dotata di un riff semplice quanto da estasi metallica, che ci accompagna molto a lungo ma sempre con la capacità di incidere a meraviglia, grazie anche alle variazioni che ogni tanto arrivano ad arricchirlo ed a renderlo più interessante, come i cori eterei e quasi celestiali che la costellano qua e là ed il suono del corno che torna in scena, oltre a qualche variazione anche nel riff che tende pian piano ad evolversi, pur senza mai snaturarsi. L’unico momento in cui la falsariga varia in maniera considerevole è quello posto al centro, in cui la sezione ritmica sparisce e a riprendere il tema della canzone è un lead malinconico, che brevemente prosegue anche quando la composizione torna alla norma precedente e poi fa nuovamente capolino anche verso alla fine, uno degli innumerevoli punti di forza di una canzone i cui oltre otto minuti sono apprezzabili in toto, e che fa venire un legittimo dubbio: perché utilizzarla come mera traccia aggiuntiva, quando con lei siamo sugli stessi livelli dei migliori pezzi dell’album “regolare”? 

Nonostante Heralding – the Fireblade sia, come già detto, un po’ discontinuo nonché originariamente il parto di una band ancora immatura, riesce comunque ad essere di qualità assoluta, sfiorando addirittura il livello di masterpiece. Certo, c’è anche da dire che come introduzione ai Falkenbach questo non è probabilmente il disco più adatto; se tuttavia volete scoprire un altro lato della band di Vratyas Vakyas, ma anche semplicemente se apprezzate il black metal con tinte folk e vichinghe, allora esso è assolutamente un acquisto consigliato. 

Voto: 88/100

Mattia

Tracklist:

  1. Heathen Foray – 07:15
  2. …of Forests Unknown… – 03:48
  3. Hávamál – 06:57
  4. Roman Land – 04:18
  5. Heralder – 05:12
  6. Læknishendr – 05:57
  7. Wakiesjar – 03:52
  8. Skirnir – 04:34
  9. Gjallar – 08:10

Durata totale: 50:03

Lineup:

  • Vratyas Vakyas – voce, chitarra, tastiera
  • Hagalaz – chitarra, chitarra acustica, tastiera (guest)
  • Boltthorn – batteria e percussioni (guest)

Genere: black/folk metal
Sottogenere: viking metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Falkenbach

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