Acidity – Into the Lies (2014)

Negli ultimi anni, sulla scia del revival che ha avuto luogo in altri luoghi del mondo (principalmente gli Stati Uniti), si è venuta a creare anche nel nostro paese una scena thrash metal tradizionale che è attualmente molto attiva e vigorosa, contando ormai un nutrito numero di gruppi e decine di uscite all’anno. Tra queste ultime però ce ne sono poche che riescono veramente a fare la differenza, spiccando nella massa: gli altri album oscillano invece tra la mediocrità più assoluta ed un livello che seppur non faccia gridare al miracolo si rivela discreto o anche buono. E’ proprio quest’ultimo il caso di Into the Lies, esordio della band di oggi, gli Acidity da Torino: nati col nome di Existence nel 2010, poi cambiato in Parasite e quindi in quello attuale, la band esordisce con il demo Blinded by Ignorance due anni dopo, seguito a stretto giro, sempre lo stesso anno, dall’EP Hidden Oppression; è dello scorso novembre invece il già citato primo full lenght dell’ensemble.  Il thrash metal in esso contenuto è influenzato da nomi come Metallica e Testament, ma soprattutto dagli Exodus e dagli Overkill, i due gruppi di cui più i piemontesi seguono le mosse, sia dal punto di vista musicale che da quello vocale, con il frontman Mattia Itala che ricorda a tratti Steve “Zetro” Sousa ed in altri frangenti Bobby “Blitz” Ellsworth (anche se, c’è da dire, questa vicinanza non è troppo sgradevole, visto che il suo cantato riesce ad incidere piuttosto bene). Nonostante il suo genere sia piuttosto derivativo, la band cerca comunque di metterci il cuore e di puntare  sull’impatto, con accorgimenti quali l’adozione di strutture spesso molto semplici e la quasi assenza di pause tra una canzone e l’altra: questo tentativo è a volte molto ben riuscito, a volte invece funziona meno, ed il risultato complessivo è un disco non eccelso ma ad ogni modo di buona fattura. Prima di cominciare la disamina di Into the Lies, qualche parola anche per il suo suono, professionale e dal flavour moderno ma non freddo ed inespressivo come tanti casi odierni, risultando anzi grezzo e potente, una produzione insomma ben adatta al contesto e che valorizza l’album a dovere.

Si comincia con una particolare introduzione in cui si sentono i Motörhead (proprio quelli originali – credo che la canzone sia Ace of Spades, anche se tutto è troppo spezzettato e pieno di effetti per esserne sicuro), che presto si trasformano in una distorta Nowhere to Hide, brano che sentiremo meglio tra poco nella tracklist. Giusto pochi secondi, poi esplode la Into the Lies… They Were Denied vera e propria, song sin da subito classicamente thrash, dotata com’è di un riffage molto potente intervallato solo da un breve sfogo in solitaria del basso di Alessandro Castagneri (in mostra peraltro in tutto il pezzo grazie anche alla produzione che lo rende perfettamente udibile quasi sempre), che comincia subito a graffiare ed a correre dritta al punto, alternando le strofe tese e quelli considerabili come i ritornelli, brevi scatti vorticanti caratterizzati da un botta e risposta tra Itala ed il coro. La velocità, pur variando abbastanza tra le varie parti, si mantiene comunque sempre su livelli piuttosto contenuti, se si eccettua la velocissima fuga centrale, contenente anche un bell’assolo di Andrea Steeler, valorizzante un brano non eccezionale ma comunque di discreto impatto, ben adatto perciò ad aprire quest’album. Un breve intro di Castagneri, poi il gruppo ci porta su alte velocità con Murder, canzone retta quasi tutta dallo skank beat di Simone Cibrario su cui si adagia un riffage ancora puramente thrash-oriented e decisamente pesante; da questa norma la struttura varia attraversando i bridge, leggermente più lenti e distesi, i quali non hanno altro scopo che valorizzare per contrasto i ritornelli, ancora più vorticosi e potenti, nonché il momento più efficace dell’intera traccia. Ottima anche la brevissima  parte centrale che mette in evidenza il songwriting della band, qui per nulla cervellotico ma comunque rivolto tutto all’impatto, contribuendo alla buona riuscita di questa breve scheggia impazzita, che coinvolge molto bene. Dopo un preludio lungo e piuttosto arzigogolato, che alterna accelerazioni e rallentamenti, riff graffianti, melodie e momenti di apertura melodica, parte quindi la già annunciata Nowhere to Hide, composizione caratterizzata da una chitarra che si alterna tra un riffage tagliente, energico ed un arcigno lead che si posa sopra alla sezione ritmica, se possibile anche più efficace. Il brano si incanala quindi in una struttura tradizionale, da forma canzone,  che consta nell’avvicendamento tra strofe più rapide e nervose confluenti in bridge anche piuttosto melodici, da cui traspare una buona quantità di pathos grazie anche ad un Itala particolarmente espressivo, fino ad arrivare all’apoteosi dei ritornelli, convulsi e giocati di nuovo su una combinazione coro-cantante meravigliosamente incisiva; le variazioni a questa struttura sono poche, e si possono ascrivere tutte al finale, il quale consta prima di una frazione che riprende il riff portante, arricchendolo con un assolo, quindi di una diversa rilettura del refrain, ancor più esplosiva, degna conclusione di un episodio semplice ma ottimo, sicuramente tra i migliori del lotto. I tempi calano sin dall’avvio di To the Night(breaker), canzone più quadrata che si muove su una velocità medio-alta e più che sull’impatto punta ad una certa solennità, ottenuta grazie ad un riffage affilato ma che include tuttavia anche una discreta quantità di melodia; ciò avviene in special modo nei ritornelli, piuttosto espressivi ed anthemici, sicuramente degni di quello che sembra essere un vero e proprio inno verso la neonata Nightbreaker Productions, etichetta che tra l’altro distribuisce l’album. Verso metà, la composizione svolta però su qualcosa di più rapido ed anche di più classicamente “Acidity”, con tempi serrati che a tratti accelerano anche di più e con un riffage che più thrash non si può, che prosegue la propria corsa fino alla parte finale, potentissima grazie ai cori ossessivi che la concludono valorizzandola anche di più, rendendola un pezzo giusto di poco sotto al precedente.
   
Disorder, No Order comincia subito granitica, con un riffage piuttosto incalzante che regge tutto il pezzo e viene reso più distruttivo dalla prestazione di Itala, nonostante la canzone non sia velocissima, se non nei pochi stacchi che partono di tanto in tanto. Tra di essi, sono notabili gli obliqui refrain, che ancora ripropongono il dualismo coro/voce ed incidono discretamente, anche se non quanto le altre parti del pezzo. Degno di nota anche l’apertura che ha posto al centro, che ricorda quelle dei Metallica più maturi, con il decadimento degli elementi metallici in favore di un accoppiamento tra un arpeggio malinconico di chitarra pulita su cui si posa un bel lead, prima che la song si riprenda anche più intensa ed espressiva e vada a concludersi nel migliore dei modi. Senza soluzione di continuità (tanto che i due brani possono sembrare uno solo), Interstellar Defiance si avvia presentando qualche suono sintetico prima di cominciare la sua progressione, che alterna in serie riff preoccupati perfettamente incastrati tra loro, in una fuga che si fa sempre più urgente ed assolutamente travolgente, nonostante le ritmiche non siano poi così estreme. L’unico momento di respiro è lo stacco posto al centro, sempre thrashy ma quasi disteso, un breve attimo di pace prima che la traccia riprenda la sua folle corsa e vada a concludersi anche più inquieta, risultando anche per questo il miglior episodio di Into the Lies insieme a Nowhere to Hide. Dopo qualcosa di così movimentato, saggiamente la band piazza Call to Insanity, composizione strumentale che si avvia con un arpeggio oscuro ma disteso su cui si va a posare un lentissimo assolo di chitarra distorta, un dualismo che ricorda i Testament, prima che la canzone prenda una deriva più metallica, ma senza mai esagerare nella velocità, mantenendo invece la cupa atmosfera precedente. Il pezzo si gioca tutto sull’alternanza tra momenti soffusi e parti più potenti, senza praticamente variazioni da questa norma ma risultando lo stesso abbastanza piacevole. Torniamo a qualcosa di più tirato con Conjuring Death, brano che dopo un intro cadenzato parte in skank beat facendosi subito incalzante, grazie al bel riffage di Steeler e al cantato di Itala. Da qui, il tutto tende però a mutare: nella struttura si aprono infatti frazioni più lente e ponderate, le quali contengono a tratti anche una dose non indifferente di melodia, mentre in altri momenti mirano più all’impatto. Punto di forza della canzone è il songwriting, specie del comparto ritmico, il quale seppur seguendo la struttura incostante e molto mutevole del pezzo sembra anche molto ben impostato, con ogni parte che si inserisce bene nelle altre ed incide a meraviglia, rendendo questo pezzo inferiore solo ai migliori del disco. The Fall, che segue, si avvia con un crepuscolare intro del basso di Castagneri, prima di esplodere con forte energia ma anche, in qualche modo, con un’atmosfera seriosa difficile da descrivere a parole, che condiziona l’intero pezzo lungo la sua esigua durata (meno di tre minuti). Nonostante qualche stacco un po’ particolare che spezza un po’ la dinamicità del brano, esso riesce comunque a graffiare il giusto con la sua vocazione “dritta al punto” che alterna rapidamente le dritte strofe ed i convulsi ritornelli nella prima parte, condendo il tutto con una lunga coda anche più austera, momento migliore di una breve ma piacevole song. I giochi si chiudono con Spreading the Terror, traccia che comincia più melodica per appesantirsi man mano fino all’arrivo della parte principale, rapida e che, pur sapendo a questo punto un po’ di già sentito, riesce ancora ad essere discretamente efficace con la propria energia.  Ancora una volta, inoltre, la struttura è piuttosto mutevole e pur mantenendo una falsariga di sottofondo si evolve, alternando tra loro parti ottime, specialmente quelle più veloci, e momenti invece un po’ più lenti e statici, che mostrano un po’ la corda. In ogni caso, ottima la prestazione di Itala dietro al microfono, più varia della media del disco con anche qualche buon acuto, valorizzante della canzone che pur essendo forse la più sottotono del disco, non risulta disprezzabile, ma anzi piuttosto piacevole, un finale insomma che non rovina quanto di buono sentito fin’ora.

Come già sottolineato, Into the Lies non è un capolavoro o un disco che entrerà negli annali del thrash metal, ma nemmeno un lavoro scadente, noioso o mera “copia di..:”: abbiamo infatti un album onesto, ben suonato e che riesce a divertire a dovere, ponendosi quindi al di sopra della media odierna della nuova ondata thrash mondiale. Se siete amanti del genere, fareste bene perciò a dare agli Acidity almeno una possibilità: chissà, magari potrete scoprire anche qualcosa che amerete o che almeno vi intratterrà molto bene!

Voto: 75/100 

Gli Acidity sono il duecentesimo gruppo recensito qui su Heavy Metal Heaven. Anche questo, come gli altri traguardi, non è che un punto di partenza, certo non uno di arrivo: intanto però, come nelle altre occasioni, vorrei ringraziare tutti i fan e tutte le band che ci hanno permesso di arrivare fino a questo punto!
Mattia

Tracklist:

  1. Into the Lies… They Were Denied – 04:03
  2. Murder – 02:47
  3. Nowhere to Hide – 03:53
  4. To the Night(breaker) – 03:13
  5. Disorder, No Order – 04:26
  6. Intersellar Defiance – 04:21
  7. Call to Insanity – 03:06
  8. Conjuring Death – 03:38
  9. The Fall – 02:45
  10. Spreading the Terror – 04:16

Durata totale: 36:28

Lineup:

  • Mattia Itala – voce
  • Andrea Steeler – chitarra
  • Alessandro Castagneri – basso
  • Simone Cibrario – batteria

Genere: thrash metal

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