Cyrax – Reflections (2013)

Negli anni novanta, chi si approcciava per la prima volta al progressive metal moderno di gruppi come Dream Theater e Symphony X rimaneva probabilmente stupefatto dalla varietà di soluzioni e dalla mutevolezza della musica da essi proposta, per l’epoca così originale e che sembrava pure tecnicamente inarrivabile. A vent’anni di distanza le cose sono però molto cambiate: la quantità di band progressive/tecniche è aumentato a dismisura e questo ha reso la suddetta mutevolezza non più così sorprendente. Questo, oltre al fatto che le band non possiedono tanta classe quanto i suddetti capostipiti del genere, sono tra i motivi della grande crisi del genere prog, le cui uscite ultimamente sono per la maggior parte formalmente perfette ma estremamente noiose ed inespressive.  E’ proprio questo il motivo per il quale i milanesi Cyrax, essendo riusciti a trovare un’altra via per meravigliare, sembrano avere una marcia in più rispetto a tanti gruppi nel proprio genere: il progressive metal tinto di power da essi dimostrato nell’esordio discografico Reflections, uscito nel 2013 è infatti molto originale, visto che punta poco sulla sola tecnica (che pure è ben presente e non viene mai meno) e più su una forte teatralità e su atmosfere e strutture in continuo e vorticoso cambiamento, quasi in maniera schizofrenica; questo sforzo a volte ha un risultato eccellente, a volte invece sembra meno riuscito, merito soprattutto di un songwriting di qualità con spunti eccellenti, ma che è ancora un po’ da maturare. Il risultato finale di tutto ciò è in ogni caso un album decisamente buono, che in meno di quaranta minuti (durata questa da lodare, visto che spesso un difetto degli album di questo stile è proprio l’eccessiva lunghezza) inanella una serie di canzoni che riescono ad intrattenere a scapito della loro estrema densità di particolari, fatto che tra l’altro rende questa recensione senza alcuna pretesa di completezza.

Si comincia con Doom Against True Hell, nella quale il lungo intro di musica praticamente techno, spiazzante a dir poco vista la sua particolarità, lascia spazio solo successivamente ad un metal che mantiene forti venature elettroniche, seppur sia dotato lo stesso di discreta potenza. Ha inizio da qui la parte principale, caratterizzata da strofe dal vago retrogusto power che lasciano poi spazio ai bridge, aperture poderose con un potente coro quasi lirico in solitaria, preludio ai refrain che riprendono parte della potenza metallica precedente, ma con l’aggiunta di altri cori e di influenze sintetiche; in tutto ciò si mette in evidenza inoltre la schizofrenia di soluzioni vocali e musicali che è il vero marchio da fabbrica della band, rendendo questa canzone sin da subito esempio perfetto del suo sound. Degna di menzione anche la parte conclusiva, in cui dominano sonorità techno/dubstep tranne che in un breve stacco puramente progressive metal, per poi concludersi in maniera quasi noise, un finale veramente bizzarro ma comunque adatto per una song più che buona.  La seguente My Kingdom for a Horse si avvia subito con un lead di chitarra e ritmiche chiaramente power-oriented, nonostante il ritmo di base, spezzettato e spesso in controtempo, accompagnato inoltre  da una struttura vocale particolarmente agitata, sia pure pienamente progressive; questa norma presto si modifica, passando per tratti più preoccupati ed anche per frazioni decisamente dirette, senza variare mai la struttura di base ma inserendo comunque un gran numero di particolari musicali diversi tra loro. Il tutto è all’insegna di un’assoluta mancanza di seriosità, sforando spesso nell’happy metal più irriverente: apoteosi di questa tendenza sono i ritornelli, dai cori sguaiati e potenti, che nonostante la bizzarria incidono a meraviglia e risultano anche inaspettatamente catchy. Le frazioni più canonicamente progressive dell’intera canzone sono inoltre quelle poste al centro e nel finale, dall’alta caratura tecnica ma non per questo stucchevoli o inutili, risultando anzi ben incastrate col resto e valorizzando così un pezzo tra i più validi del disco. Giunge ora The Moor of Venice, che si apre con un’introduzione puramente prog metal, quasi un tributo ai Dream Theater, il quale prosegue molto a lungo, cambiando spesso ritmo e sonorità, prima di confluire in una sezione più soffusa e dominata da tastiere, ammiccante ed in apparenza quasi scherzosa. La traccia si fa quindi anche più soffice, abbandonando però tutta la propria esuberanza: abbiamo un momento di tranquillità dal vago velo malinconico, che ci accompagna per un attimo, prima che la band cambi ancora, tornando ad esplodere in maniera progressiva. Ha origine da qui una struttura che avvicenda le strofe, spezzettate e piene di particolari musicali tra i più vari che la punteggiano qua e là, ed i ritornelli, più diretti ma altrettanto dissonanti ed obliqui, a causa dei cori femminili della cantante ospite Evelyn Iuliano. Da menzionare è anche la sezione molto tecnica, ma in qualche modo anche contenuta ed intensa che ha luogo al centro, forse un po’ troppo lunga ma per gran parte piacevole, prima che la norma principale si riprenda e porti a concludersi una traccia che seppur è a tratti eccessiva risulta ugualmente coinvolgente al punto giusto.

Un preludio dal flavour delicato, con i suoni di quello che sembra un mandolino, di tastiera ed anche di archi che creano un’intensità sentimentale notevole, poi si avvia Fight, pezzo che dopo una breve sfuriata tecnica parte con una norma di nuovo prog con forti influssi power avvolta da un’atmosfera tesa ed infelice, con strofe piuttosto d’attesa che confluiscono prima in bridge d’impatto e pieni di pathos e quindi in ritornelli leggermente più lenti ma assolutamente liberatori, ancor più carichi emotivamente del resto della composizione. Degna di nota anche la parte centrale, anche più soffice dell’introduzione, un momento di respiro prima che il metal torni a farsi tempestoso attraversando la sezione che alterna in serie i rapidissimi assoli della coppia di asce Paolo Musazzi/Antonio Rubuano, del bassista Cesare Ferrari e del tastierista ospite Larsen Premoli, preludio al ritorno della norma principale, che va a concludere un episodio coinvolgente e di alto livello. E’ ora il turno di Thunderlight, un brano che potrebbe esser visto come la classica strumentale progressive, anche se i Cyrax comunque mantengono la propria stravaganza grazie a cambi di atmosfera assolutamente schizzati, passando in un attimo da frazioni più esuberanti e possenti  a momenti molto intimisti, facendolo peraltro in maniera estremamente fluida, fino a giungere a momenti neoclassici o ad altri orientati all’heavy progressive di gruppi come i Rush (che peraltro sembrano essere la massima ispirazione del pezzo), una struttura arzigogolata ed anche difficile da seguire, ma che non sembra mai casuale. Il risultato finale di tutto ciò forse non sarà memorabile, ma è comunque godibilissimo. Dei cori eterei e celestiali danno il la alla successiva Last Call, prima che il metal faccia il suo esplosivo ingresso in scena: abbiamo allora la traccia più power-oriented del disco, che alterna strofe soffuse e senza riff di chitarra, evocanti una certa malinconia, ai ritornelli, più movimentati ma estremamente intensi, anche grazie alla prestazione del frontman Marco Cantoni, autore qui di una prestazione drammatica e molto efficace; il tutto è impostato all’insegna di una semplicità di songwriting fin’ora inedita, per quanto una certa mutevolezza sia ancora presente. Ottima anche la parte centrale, che dopo un solo di tastiera, lineare ma molto buono, vede una pausa soffice e delicata, uno dei momenti migliore del brano grazie al pathos conferito dal sound del pianoforte ed in seguito anche dal bellissimo lead chitarristico, lento ma molto incisivo; quindi, dopo una frazione più tecnica e vorticosa, veniamo condotti al finale, che riprende la parte principale e porta al termine, un episodio che complessivamente risulta tra i migliori del disco. Siamo ormai agli sgoccioli, ma le sorprese non sono ancora finite: in chiusura l’ensemble piazza la song più particolare del lotto, Feel the Essence of Blues,  traccia che di progressive o di metal ha veramente poco o nulla, essendo invece, come il titolo stesso indica, un pezzo blues con influssi funk, hard rock e soprattutto r’n’b, che nonostante mantenga qualche elemento del trademark dei Cyrax (come la follia vocale o qualche variazione che rende la struttura meno lineare), si presenta comunque come un esempio convincente dei suddetti stili.  Mi è arduo, sinceramente, descrivere questa canzone, visto quant’è lontana dai canoni dei generi di cui parlo di solito (forse che la band l’abbia piazzata apposta per mettere in difficoltà i recensori metal?), ma siamo comunque di fronte ad un episodio di qualità, che conclude degnamente ed in maniera adatta un disco così strano.

Tirando le somme, pur avendo qualche calo di tensione Reflections è un buonissimo album con picchi di eccellenza, che mette in evidenza un gruppo dotato di alte potenzialità e di una personalità forte. Se riusciranno a maturare e a correggere i propri difetti, magari dirigendosi in una direzione ancor più sperimentale di quella che troviamo in questo lavoro, i Cyrax potrebbero riuscire a diventare un nome di tutto rispetto nella scena prog nostrana e forse anche in quella mondiale: la cosa migliore è che per averne la prova non bisognerà aspettare nemmeno molto, visto che Pictures, il nuovo lavoro della band, sarà nei negozi il prossimo trentuno marzo. Nell’attesa però il mio consiglio è di recuperare anche Reflections, se siete amanti del metallo progressivo: troverete pane per i vostri denti!

Voto: 79/100

Mattia

Tracklist:

  1. Doom Against True Hell – 04:33
  2. My Kingdom for a Horse – 04:06
  3. The Moor of Venice – 04:58
  4. Fight – 04:49
  5. Thunderlight – 04:12
  6. Last Call – 06:13
  7. Feel the Essence of Blues – 04:23

Durata totale: 33:14

Lineup:

  • Marco Cantoni – voce
  • Paolo Musazzi – chitarra, programming
  • Antonio Rubuano – chitarra
  • Cesare Ferrari – basso
  • Paolo Biocchi – batteria
  • Evelyn Iuliano – voce (guest)
  • Larsen Premoli – tastiera (guest)

 Genere: progressive metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento