Orgiastic Pleasures – Manifesto Barbarico (2014)

Anche se nel metal è stato il caso di diversi nomi anche importantissimi, non è detto che una band debba esordire per forza con il botto se aspira alla grandezza: vi sono infatti tanti casi, invece, dove esordi immaturi sono stati comunque il punto di partenza per una carriera in ascesa, fino all’arrivo su livelli eccellenti. E’ proprio questo il mio auspicio (e forse anche il mio pronostico) per il futuro dell’ensemble di cui parliamo oggi, i lombardo/piemontesi Orgiastic Pleasures: nel loro esordio Manifesto Barbarico, seppur in buona parte inespresse il gruppo dimostra infatti potenzialità molto alte, che se sviluppate e maturate a dovere potranno portarli un giorno molto lontano. Il loro sound è un metal estremo a metà tra il death metal più marcio ed il black metal più feroce e battagliero, con in più uno sguardo che si rifà molto al passato, pur presentando anche qualche elemento di personalità: su tutte, le frequenti incursioni di lente ed eteree tastiere, che non sono inseriti nel sound per renderlo più melodico ma anzi riescono a dare al sound della band un piglio anche più malvagio e tenebroso.  Il songwriting della band è però ancora parecchio acerbo e troppo “di pancia”, concentrandosi spesso sull’aggressione e trascurando il resto, con le canzoni che sono costellate di momenti che vorrebbero essere di impatto, ma che risultano piuttosto scialbi e scontanti, non riuscendo così nel proprio intento; il risultato è un album a due facce, che quando gioca sull’istinto non riesce ad impressionare, risultando invece dannatamente coinvolgente e malvagio quando si presenta più atmosferico o anche diretto ma semplicemente più “ragionato”. Non aiuta a tal proposito nemmeno il suono generale del disco, che è discontinuo, rivelandosi a tratti più che decente, in altri momenti piatto e sicuramente non valorizzante la potenza del gruppo; è questo probabilmente il riflesso della registrazione del lavoro, intrapresa dalla band in maniera discontinua lungo ben cinque anni (dal 2008 al 2013!). La produzione insomma non valorizza a dovere l’album, che se registrato meglio forse poteva essere più convincente.

Il compito di aprire le danze è affidato a La Terra Vi Sia Greve, la quale nonostante la durata (quasi quattro minuti) è ad ogni modo poco più di un lungo intro per un album. La canzone si avvia difatti con cupi suoni echeggiati di pianoforte, che lasciano presto spazio ad un campionamento preso dal film “Fuga di Mezzanotte” di Alan Parker; terminato quest’ultimo, esplode quindi una frazione lenta ed estremamente lugubre grazie anche alle tastiere che accompagnano il riff quasi doomy su cui il cantante Necrotyrant Jotun, anch’esso pieno di eco, comincia a salmodiare in italiano, prima sussurrando, poi in maniera sempre più esuberante fino ad arrivare a dei potenti scream. La traccia procede su questa norma lenta e dannatamente oscura fino alla fine, introducendoci in questo modo al meglio al disco che apre. Dei suoni di spari e di esplosioni, presi invece da qualche film di guerra, e poi quella considerabile come la opener vera e propria, Wargiastic Deathstorm si avvia veloce e potente, con un riffage circolare death-oriented e che nonostante la citata produzione riesce a graffiare, grazie anche all’aiuto dato dal possente growl di Necrotyrant Jotun, una parte decisamente d’impatto e che svolge bene il proprio compito. Il momento migliore è però  la seconda metà della canzone, invece molto rallentata ed ancora di retrogusto doom, che pur perdendo la forza travolgente della parte precedente compensa molto bene con il feeling che riesce ad evocare, dannatamente oscuro, proseguendo a lungo per concludere quindi al meglio un pezzo di ottima fattura (anche se il finale vero e proprio è contrassegnato da nuovi suoni di guerra). La seguente Vomit on the Crucifix può ben rappresentare, insieme alla traccia precedente, l’essenza a due facce di questo disco: dopo un intro di organo, che può far pensare ad un altro episodio molto lento e mood-oriented, parte invece una frazione retta dal blast beat del drummer Ripping Blade su cui si posa un rifferama circolare strisciante ma piuttosto banale, ripetitivo e poco incisivo, anche a causa di una produzione peggiore che nelle canzoni intorno. Non aiuta inoltre una struttura non impostata a dovere, variando apparentemente senza cognizione di causa da momenti più estremi a rallentamenti poderosi piuttosto statici, condendo il tutto con stacchi che spezzano il dinamismo della composizione: abbiamo per questo facilmente uno dei brani peggiori dell’intero album. Torniamo su livelli più alti con Madre Rabbia, brevissima sfuriata che presenta un sound confusionario ma molto avvolgente ed efficace, cominciando subito una fuga possente e che non lascia superstiti, travolgendo ogni cosa. Il tutto si snoda su una “durata grindcore” (un minuto esatto) e conta totalmente sulla ferocia, sensazione che peraltro riesce ad evocare molto bene: abbiamo perciò un pezzo che nonostante la brevità risulta decisamente riuscito. Abbiamo ora un’intro con un altro campionamento preso da qualche pellicola, piuttosto in linea col truce testo di ciò che segue seppur in verità risulti anche piuttosto inquietante, a causa dei suoni inequivocabili di uno stupro ed anche di cupi synth in sottofondo; la Sottomissione vera e propria parte quindi su tempo medio-alto, anche se il riff a metà tra punk e metal estremo graffia comunque adeguatamente. Siamo ancora al preludio, però, perché il cuore della traccia è invece un’altra corsa a capofitto rapida e senza freni, che va dritta al punto alternando parti in blast beat, rallentamenti imperiosi ed anche momenti che riprendono il riff iniziale, il tutto compresso in una durata molto piccola, prima che il campionamento iniziale torni a fare il proprio corso. Di nuovo abbiamo inoltre una struttura un po’ aleatoria, ma che in questo frangente si viene a generare un’atmosfera estremamente feroce, riuscendo ad innalzare la canzone ad una caratura più che discreta. E’ il turno ora di …and the Gates of Hell Opened, che si apre con un semplice intro di Ripping Blade prima di orientarsi di nuovo su una parte sul cui blast beat un riff dissonante e malvagio fa il proprio corso. Se all’inizio vi è anche discreto impatto, pian piano il brano cala, con il riffage che si fa sempre più scontato e meno efficace, forse anche a causa di variazioni non proprio azzeccate; buona è invece la seconda metà, black-oriented e piuttosto lenta ma di potenza assoluta per quanto riguarda l’atmosfera, merito di un’altra entrata in scena delle imperiose tastiere di Necrotyrant Jotun (ed a d un certo punto anche di un cupo assolo di chitarra) che alla fine rimangono anche in solitaria come una coda ambient, a coronamento di un brano tutto sommato più che discreto.

Il riffage che regge praticamente tutta Traditori al Rogo non è tra quelli più riusciti dell’album, a causa del sound ancora una volta piuttosto inespressivo e privo di mordente, ma nonostante ciò la canzone riesce ugualmente a graffiare, grazie soprattutto al ritmo incalzante ed al testo cantato in un truce growl da Necrotyrant Jotun, veramente malvagio e di pura rabbia, che da al tutto un fascino feroce. Anche i vari cambi di ritmo che costellano in questo frangente sembrano avere un filo comune, la struttura qui è impostata in maniera intelligente; ottimo anche lo stacco centrale, unica parte lenta e con le keys, che permette di riposare prima della partenza di una nuova corsa, anche più incazzata del resto, degno sigillo di una delle tracce che più spiccano in Manifesto Barbarico. Giunge ora la volta di un preludio dal titolo Weltschlacht (traducibile dal tedesco all’incirca come “battaglia mondiale), a metà tra un ambient quasi sinfonico, suoni sintetici e qualche influenza industrial; ciò va avanti per circa un minuto e mezzo, prima che Beyond the Black Dawn deflagri, inizialmente granitica ma contenuta per poi virare presto su un tempo ancora una volta in blast beat su cui si adagia un tessuto musicale anche più caotico che in precedenza, presentando un riff estremamente pervasivo e la voce di Necrotyrant Jotun che a tratti si sente a malapena. Poco male, comunque, perché l’effetto complessivo di tutto ciò è l’evocazione di un’oscurità densa ed impenetrabile, che coinvolge a meraviglia ed accompagna la prima parte del pezzo in tutto il suo svolgimento, anche durante le aperture meno rapide. La metà migliore del brano è però la seconda, che rallenta e si fa se possibile anche più cupa e malvagia, ma in qualche modo anche eterea, celestiale, grazie ai bellissimi suoni sintetici che vi fanno capolino, in un dualismo che ricorda il Burzum dei tempi migliori e va avanti molto a lungo, risultando la parte migliore di questa piccola gemma nera, di gran lunga l’episodio più valido dell’intero album.  Si torna quindi su qualcosa di più d’impatto con Manifesto Barbarico, composizione che dopo un breve intro d’effetto parte di nuovo estremo e con un riff a metà tra black e death, piuttosto incisivo, che però si sfoga brevemente; la parte principale è infatti leggermente più lenta e rivolta all’evocazione di un feeling nuovamente oscuro ed energico. Questa sezione si avvicenda più volte con sfoghi più sguaiati e di potenza, in un connubio che andrà avanti per tutta la prima metà della canzone; si svicola da questa norma solo nella parte finale, che come ormai da abitudine è più catacombale e contiene anche suoni sintetici (che proseguiranno anche oltre la fine della song), oltre ad un bell’assolo lento di chitarra; buono anche il songwriting, che rende l’episodio non eccezionale, ma comunque abbastanza apprezzabile. La parte finale del disco è costituito da tre pezzi che avrebbero dovuto far parte di uno split album tra gli Orgiastic Pleasures e la band black/death thailandese Zygoatsis, ma che non si concretizzò per colpa dell’”incapacità” dell’etichetta coinvolta. La differenza del resto del disco di queste tracce è percepibile: abbiamo infatti canzoni acerbe con meno influenze black e meno personalità di quanto sentito fin’ora, oltre che dal sound meno incisivo. Si comincia da un lungo preludio chiamato semplicemente Intro, costituito da un coro sintetico che genera un’atmosfera di blasfema attesa,  prima dell’avvio di L’Infame Stirpe, la quale inizia ritmata e pesante per poi svoltare su una norma costituita da un blast beat ed un riff death-oriented, sensazione acuita anche da Necrotyrant Jotun, che qui si propone solamente in un growl più cavernoso senza quasi mai passare allo scream, e dalla struttura, che presenta diversi cambi di ritmo in serie. Purtroppo, c’è poco altro di cui parlare del pezzo, che rimane piuttosto anonimo per tutta la propria durata, cosa del resto condivisa con i due episodi successivi. Warhammer of Supremacy prosegue sulla medesima formula della composizione precedente, cercando l’impatto ma senza riuscire un granché ad incidere, anzi; l’unica parte apprezzabile è infatti la frazione centrale, che preannuncia gli (allora) futuri sviluppi dello stile della band presentandosi lenta, tombale e con suoni di tastiera eterei, pur non incidendo come altre volte nel disco, per un risultato decente, ma nulla più. La conclusione è affidata a Blessed in Necromancy, altra breve canzone piuttosto incolore che si segnala solo per un riffage leggermente più vario che in passato, seppur la sensazione di già sentito sia a questo punto molto forte. Nemmeno la parte centrale, più lenta e con un assolo apprezzabile, riesce a ritirare su un pezzo che complessivamente non spicca affatto, chiudendo questo terzetto di tracce e con esso il disco in una maniera assolutamente indegna.

Con Manifesto Barbarico abbiamo insomma un lavoro riuscito a metà che si colloca su una sufficienza media, espressione però di un gruppo con potenzialità altissime, che se saranno sfruttate a dovere in futuro potranno sfornare dei capolavori assoluti. Se gli Orgiastic Pleasures riusciranno, anche mantenendo la sguaiatezza e l’aggressività che li contraddistingue, a rendere il loro assalto sonoro meno acerbo e più focalizzato, solo il tempo potrà dircelo: il mio augurio è però che ciò possa succedere davvero e che possa così nascere una nuova stella nel panorama estremo della nostra nazione.

Voto: 64/100

Mattia

Tracklist:

  1. La Terra Vi Sia Greve – 03:52
  2. Wargiastic Deathstorm – 03:09
  3. Vomit on the Crucifix – 03:00
  4. Madre Rabbia – 01:00
  5. Sottomissione – 03:13
  6. …and the Gates of Hell Opened – 03:43
  7. Traditori al Rogo – 04:06
  8. Weltschlacht / Beyond the Black Dawn – 06:16
  9. Manifesto Barbarico – 04:29
  10. Intro / L’Infame Stirpe – 04:37
  11. Warhammer of Supremacy – 02:26
  12. Blessed in Necromancy – 02:29
Durata totale: 42:40
Lineup:
  • Necrotyrant Jotun – Voce, chitarra, tastiere, basso
  • General Sadik – basso
  • Ripping Blade – batteria
Genere: black/death metal

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