Epica – Design Your Universe (2009)

Nonostante le voci che vorrebbero a tutti i costi il “politically correct”, è inutile negarlo: al gran pubblico metal gli Epica sono noti principalmente per l’esuberanza fisica della frontwoman Simone Simons. Se da una parte è innegabile che la rossa cantante olandese abbia un certo fascino, dall’altra credo che però sia sminuente considerarla solo una bella ragazza: il suo talento vocale è infatti altrettanto imponente e sopra alla media anche in un periodo come questo in cui c’è un grosso affollamento, da questo punto di vista. Sono proprio le sue doti canore a rendere buoni album discreti ma tutto sommato ordinari come quelli pubblicati nella seconda metà della carriera del gruppo guidato da Mark Jansen: è proprio questo il caso di Design Your Universe, il lavoro di cui parliamo oggi. Il genere in esso proposto è quello a cui la band ci ha abituato negli ultimi tempi, un power sinfonico piuttosto canonico e con alcune influenze gothic residue alle primissime mosse del gruppo, date principalmente dalle atmosfere drammatiche che fanno capolino qua e là e dalla tipica alternanza ” Beauty and the Beast” tra i growl di Jansen e del drummer Ariën van Weesenbeek ed i vocalizzi puliti ed estremamente espressivi della Simons, vero e proprio punto di forza del disco assieme a qualche sprizzo di classe che la band riesce ad inanellare lungo le undici canzoni (più due brevi intro) che compongono il disco. Quest’ultimo non è però esente da difetti: su tutti, spicca la mancanza di personalità di buona parte delle soluzioni melodiche, che seppur discretamente incisive per gran parte del tempo non brillano certo per originalità né per ricercatezza, perdendo un po’ del loro appeal a causa della loro relativa banalità; non aiuta in tal senso anche la lunghezza estrema dell’album (un’ora ed un quarto), che costringe la band ad annacquare le proprie idee, del che la qualità media certo non beneficia. Un’altra debolezza del lavoro a mio avviso è la produzione, che è quella tipica della Nuclear Blast Records dell’ultimo decennio, perfetta dal punto di vista formale ma anche plasticosa, finta e poco efficace: un sound anche di poco più grezzo e sincero avrebbe di sicuro valorizzato molto di più questo disco.

Samadhi, l’intro di rito, non è nient’altro che un breve brano dominato da sonorità sinfoniche e corali che ci anticipa già i temi musicali che sentiremo poi nell’opener. Quest’ultima, dal lunghissimo titolo di Resign to Surrender (A New Age Dawns Part IV), dopo una breve ripresa ancora dei cori in solitaria si avvia come un pezzo di metal sinfonico dal piglio decisamente moderno, sensazione conferita soprattutto dalle chitarre, quasi al limite col groove metal (sonorità queste che caratterizzano l’intero disco). Il tutto risulta inoltre potente ma mai troppo estremo, con strofe ritmate dal vago flavour melodeath dominate da growl in alternanza con dei cori, che si scambiano con ritornelli più lenti ed aperti, in cui invece fa la sua entrata in scena la voce piena di pathos della Simons. Degna di menzione anche la seconda metà della traccia, più intricata e quasi progressiva nei suoi vari cambi musicali, che passano per sezioni quasi epiche e dominate dal parlato, che ricordano i Rhapsody of Fire più complessi, ad altri più eterei, da tratti più pestati ad altri corali ma lievi, da momenti più particolari a parziali riprese della norma principale, una parte che arricchisce la opener consentendole di raggiungere livelli più che discreti. Anche la successiva Unleashed si avvia con dei cori, anche più lirici che in precedenza, prima di partire piuttosto veloce ma accompagnata ancora dalle melodie dell’orchestra. Siamo ancora nel preludio però, perché la canzone vera e propria è più melodica e distesa, contando su strofe caratterizzate dai soavi vocalizzi della Simons e quasi placide, nonostante il riffage principale sia dotato ancora di una discreta potenza; la rossocrinita cantante si mette in evidenza però ancor di più nei refrain, che dopo preoccupati bridge di raccordo si presentano più aperti e melodici del resto, nonché colmi di un fortissimo pathos, vero punto di forza della composizione.  Strutturalmente il brano è inoltre molto semplice, ed ha l’unica variazione nella parte centrale, soffice e che presenta ancora dolci vocalizzi della Simons su un sottofondo di percussioni e di cori; questi ultimi prendono quindi il sopravvento prima che il pezzo si riprenda con la propria norma principale, pure più lirico ed intenso di prima. Tale linearità, unita al songwriting molto a punto, rendono questo non solo il perfetto singolo del disco (del resto il gruppo ne ha pure girato il videoclip), ma anche uno dei brani che più spiccano nell’album. Giunge ora Martyr of the Free Word, che si avvia subito piuttosto rapida e potente, il rifferama è infatti molto energico e domina per la prima frazione in tutte le sue variazioni, prima di lasciar spazio alle strofe. Queste sono più contenute, visto che le chitarre passano più in secondo piano, e presentano qualche influenza mediorientale; la struttura le alterna inoltre a ritornelli leggermente più intensi, anche se la variazione tra le due frazioni è minimo. Il mutamento più evidente è invece rappresentato dalle frazioni in cui la norma iniziale si ripresenta in accoppiata con harsh vocals, per la frazione più coinvolgente della canzone insieme al momento centrale, caratterizzato da un’atmosfera celestiale sottolineata dai dominanti cori, interrotta solo da un assolo vorticoso e parecchio avvolgente di Isaac Delahaye. Per il resto, abbiamo un pezzo che pur non impressionando un granché risulta abbastanza piacevole, non stonando con ciò che ha intorno. Our Destiny inizia subito con un metal orchestrale all’acqua di rose che presto lascia spazio a qualcosa di anche più soffuso, con il solo pianoforte ad accompagnare la voce della Simons. Da qui comincia un crescendo che aggiungendo prima la sezione ritmica, poi anche gli altri elementi metal e sinfonici, si fa sempre più intensa, sia musicalmente che dal punto di vista del feeling, fino ad arrivare all’apoteosi prima dei bridge, fortemente gothic-oriented, e quindi dei ritornelli, in qualche modo delicati, ma comunque con un retrogusto melodioso e struggente che li rende pure migliori. Unico spostamento da tale falsariga è la parte centrale, più varia e che presenta tratti anche di potenza estrema, con ritmiche serrate e growl, oltre a momenti invece più lirici ed in linea con il resto della song; nonostante la bontà di questa parte, è essa comunque il momento di minore qualità del pezzo, che per il resto è un gioiellino, semplice ma estremamente incisivo dal punto di vista emotivo, un episodio che se la batte alla pari coi migliori del lotto. A metà album è posta Kingdom of Heaven (A New Age Dawns Part V), lunga e complessa suite il cui inizio è ancora una volta orchestrale, prima che la frazione iniziale Hold in Derision cominci come una sfuriata piuttosto possente ed aggressiva, con tanto di blast beat e di growl/scream insistenti, anche se ovviamente non su livelli da metal estremo. Questa parte va avanti a lungo, scambiandosi a tratti con bridge più corali ma oscuri, che confluiscono in refrain invece meno oppressivi e più solenni del resto, con in evidenza di nuovo la voce della Simons; dopodiché, la canzone svolta, dopo un breve interludio cantato in latino ed un momento estremo, in Children of the Light, momento dal mood più mistico e psichedelico anche grazie alle forti influenze mediorientali che fanno capolino qua e là, ed alla relativa tranquillità di quasi tutte le soluzioni musicali adottate.  E’ quindi il turno di Bardo Thödol, giusto un altro momento transitorio, per quanto abbastanza lungo, piuttosto vorticoso e dominato da passaggi al limite del progressive più tecnico, che infine ci conduce a Paragons of Perfection, sezione che al contrario è pura tranquillità, dominata com’è per larga parte dagli arpeggi di chitarra pulita di Jansen e dalle tastiere sinfoniche di Coen Janssen, al massimo accompagnate da una mansueta sezione ritmica e dal rientro in scena dei vocalizzi teneri della Simons. Anche questo tratto, però, dopo esser proseguito piuttosto estesamente, torna ad evolversi, con una sezione che recupera gli spunti metallici affiancandoli ad un cupo parlato in alternanza al ritorno del growl; ha luogo a questo punto uno stupendo di Delahaye, sicuramente uno dei momenti più alti della canzone insieme a ciò che segue, che riprende la parte iniziale della sezione e la porta in un ambiente più metal. Siamo ormai agli sgoccioli: dopo un’ulteriore interludio, la traccia cambia ancora con l’arrivo di The Harsh Return, che riprende Children of the Light e porta la suite a conclusione dopo oltre 13 minuti e mezzo coinvolgenti e con pochissimi momenti morti, una suite insomma riuscita ottimamente.

Dopo un blocco monolitico come Kingdom of Heaven, per far fiatare l’ascoltatore la band piazza saggiamente nella tracklist The Price of Freedom, un corto brano costituito tutto di campionamenti e di orchestrazioni, nient’altro che un’introduzione per Burn to a Cinder, traccia che sancisce il ritorno ad un power metal più diretto e semplice. Dopo un ulteriore inizio cadenzato, essa  comincia difatti ad incolonnare strofe ancora una volta orientaleggianti e piuttosto dirette e bridge più impegnati e movimentati, una giusta introduzione ai refrain, in assoluto il miglior momento della canzone. Essi sono infatti estremamente incalzanti e colmi di una malinconia intensissima, da brividi, grazie anche ad una Simons veramente in stato di grazia per espressività. La parte di minore caratura è invece quella posta al centro, più tempestosa e tecnica del resto, ma comunque è troppo breve per rovinare quello che seppur molto lineare, per impatto entra di diritto tra i brani in assoluto migliori di quest’album. Tides of Times, che segue, riprende la coda dell’episodio precedente, soffusa e melodica , rendendola anche più armoniosa: abbiamo infatti una ballata inizialmente retta solo da una delicatissima melodia di pianoforte, oltre alla tranquilla voce della Simons, sempre contenuta a parte qualche sprazzo più operistico, a cui si aggiungono poi anche le tastiere sinfoniche di Janssen, ma sempre indugiando su sonorità molto soft. Questa parte va avanti molto a lungo, svoltando solo verso la fine: giunge in scena allora una parte più estroversa, in cui appaiono orchestrazioni più pervasive ed anche elementi  da metal melodico; tutto ciò però non spezza affatto l’atmosfera di dolcezza che si è formata fin’ora, che proseguirà fino al finale della canzone, il quale si ripresenta diffuso e conclude una ballad non eccelsa, ma comunque che svolge più che bene il proprio compito. Si torna a qualcosa di più teso con Deconstruct, episodio che si avvia con una breve frazione sinfonica piuttosto vivace prima di deflagrare come un pezzo metal vagamente nostalgico ma anche piuttosto aperto e tranquillo, almeno per quanto riguarda le strofe; i bridge infatti si spostano imperiosamente su sonorità più preoccupate, preludendo ai chrous teatrali e tra i più gotici del disco, con una forte drammaticità dovuta anche al canonico “Beauty and the Beast” che li caratterizza. In ogni caso, la parte più bella della composizione è la cadenzata apertura corale che ha luogo al centro, piuttosto incisiva ed incalzante, valore aggiunto di un episodio che non spicca moltissimo, ma che comunque si lascia ascoltare piacevolmente. L’intro di Semblance of Liberty, che arriva quindi, è un po’ spiazzante, vista la sua velocità e le ritmiche dal retrogusto quasi speed metal prima che la traccia si sposti su sonorità anche più aggressive e moderne, attraversando momenti oscuri e dominati da cavernosi growl, che avanzano rapidi ed urgenti. Si cambia tono solo coi brevi refrain che invece sono distesi e melodici, dominati dai vocalizzi soavi della Simons che gli danno un tocco in più, rendendoli anche piuttosto catchy, per quanto abbiano il difetto di sapere leggermente di già sentito, somigliando da lontano a quelli dell’episodio precedente. Per il resto abbiamo un’impostazione strutturale ancora piuttosto semplice e che presenta una lieve variazione di nuovo nella frazione di centro, punteggiata di cori ma comunque in linea per sonorità con il resto della canzone; il risultato di tutto ciò è un pezzo discreto e piacevole, seppur come il predecessore si perda un pochino all’interno di questa seconda parte di Design Your Universe. E’ ora la volta di White Waters, secondo lento della serie che si apre con un lieve arpeggio di chitarra accompagnato da un tappeto di chitarre in secondo piano e dai lievi vocalizzi della Simons, che varia da un inizio più tenero e intimista alla norma, leggermente più cupa e preoccupata. Ad un certo punto entra in scena la voce pulita di un ospite d’eccezione, Tony Kakko dei Sonata Arctica, che duetta con la rossa cantante su una sempre falsariga delicata e vagamente oscura, che a tratti diventa leggermente più intensa e potente, ma senza assumere mai elementi metallici. Questi ultimi tornano in scena solo nel finale, anche più intenso del resto per una breve parte con la voce ancora di Kakko, prima che la canzone torni soffusa e si concluda come una semi-ballad carina, anche se forse un po’ anonima. Come da tradizione, la conclusione dell’album è affidata ad un’altra traccia lunga, Design Your Universe (A New Age Dawns Part VI), la quale dopo un esteso intro soffuso e dal mood d’attesa,  ancora dominato dalla chitarra acustica di Jansen oltre che dalle percussioni di Van Weesenbeek  e dalla tastiera sinfonica , deflagra con energia con una sfuriata di graffiante power metal. Da qui, il tutto comincia un’evoluzione che alterna momenti senza chitarre distorte, con la sola sezione ritmica e le chitarra acustica ad accompagnare la voce della Simons, frazioni cadenzate ma di potenza assoluta, grazie al riffage vagamente melodeath e al cantato harsh di Jansen e tratti dominati da ritmati cori lirici quasi liberatori, considerabili come i refrain, il tutto inframmezzato inoltre da brevi stacchi variegati. Se la prima parte si muove tutta su questa norma, la seconda è invece più varia, passando da momenti meno tesi ed urgenti, che riprendono anche i temi già sentiti nella opener (del resto il pezzo prosegue sempre sul filone A New Age Dawns di cui fa parte anche Kingdom of Heaven) a sezioni invece che presentano ancora dei growl, anche se non risultano tanto aggressive quanto più d’atmosfera. Lungo la sua evoluzione, la canzone si fa inoltre più vorticosa ed intensa nel feeling, pur mantenendosi anche sempre solenne e tornando ogni tanto a riprendere i ritornelli, per poi concludersi con una lunga coda molto dolce e soffusa, con il piano e la voce della Simons; nei fatti, abbiamo una closer track con qualche momento meno efficace, ma comunque buona, degna conclusione insomma di quest’album.

Nonostante una seconda parte leggermente sottotono e qualche altro difettuccio, Design Your Universe è complessivamente un buon disco, apprezzabile in particolare dagli amanti del power sinfonico o di quella branca particolare del metal moderno che si basa su una cantante di sesso femminile.  Se lo siete, perciò, il consiglio è di procurarvelo: non sarà il disco migliore degli Epica né qualcosa di troppo originale, ma son sicuro che saprete godervelo ugualmente!

Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:

  1. Samadhi (Prelude) – 01:27
  2. Resign to Surrender (A New Age Dawns Part IV) – 06:19
  3. Unleashed – 05:48
  4. Martyr of the Free Word – 05:03
  5. Our Destiny – 06:00
  6. Kingdom of Heaven (A New Age Dawns Part V)
  7. The Price of Freedom (Interlude)
  8. Burn to a Cinder – 05:41
  9. Tides of Time – 05:34
  10. Deconstruct – 04:14
  11. Semblance of LIberty – 05:42
  12. White Waters – 04:44
  13. Design Your Universe (A New Age Dawns Part VI) – 09:29

Durata totale: 01:14:50

Lineup:

  •  Simone Simons – voce
  • Mark Jansen – voce harsh e chitarra ritmica
  • Ariën van Weesenbeek – voce harsh e parlata, batteria
  • Isaac Delahaye – chitarra solista
  • Coen Janssen – tastiere e pianoforte
  • Yves Huts – basso

Genere: symphonic power/gothic metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento