Will the Thrill – Sorry to Disappoint Ya (2014)

Nonostante, come ormai tutti saprete, io non sia un grande amante dei revival, ammetto tranquillamente che comunque parecchi dischi che escono nell’ambito di tali movimenti, per quanto scontati, almeno la sufficienza riescono a raggiungerla. Ci sono però altri casi, nemmeno troppo rari, in cui invece il prodotto finale è invece davvero pessimo: è purtroppo il caso dell’album che affrontiamo oggi, Sorry to Disappoint Ya, secondo lavoro della carriera degli Will the Thrill, da Saint Louis (Missouri). Collocabile anche piuttosto comodamente nella nuova ondata di band che si rifanno all’hard rock e all’hair metal degli anni ottanta, precorso a metà del decennio scorso da gruppi come The Darkness ed Hardcore Superstar, il suono del gruppo è però affetto da una grande quantità di difetti. Il più evidente è sicuramente la mancanza assoluta non solo di originalità e di qualsivoglia personalità, con cliché che erano già triti e ritriti già alla fine degli eighties, ma anche di una direzione precisa: il disco passa infatti da canzoni ultra-melodiche del pop metal più commerciale a pezzi invece davvero heavy, includendo inoltre a volte elementi che non solo non c’entrano niente coi suddetti generi, ma che sembrano anche messi a casaccio, senza un perché. Un altro anello debole è la voce del singer e mastermind Willie “The Thrill” Aguilar: è infatti stonata e nasale a tal punto che sembra quasi che canti col raffreddore, facendo si che il tentativo di imitare cantanti un po’ particolari ma comunque di tutt’altra caratura come Vince Neil o Stephen Percy fallisca miseramente. Infine, un’altra grossa criticità è la produzione, che da una parte è frettolosa (come del resto sembra essere la prestazione della band), sporca e poco professionale, ma dall’altra risulta troppo moderna per riuscire a ricreare minimamente quel fascino anni ottanta che è nelle potenzialità di qualcosa di così grezzo; insomma, nemmeno il sound generale aiuta quello che come avrete già intuito si prefigura come un vero e proprio disastro.

Un breve intro delicato, fatto di suoni di tastiera e di un arpeggio di chitarra, sostituito poi da un lead rapido ma d’atmosfera, è il preludio a I Don’t Answer to You, canzone molto più spostata sul versante heavy del sound del gruppo e con addirittura influenze power metal nel riffage portante. Comincia da qui una progressione che dalle strofe, contenute e dall’appeal piuttosto moderno, passa ai chorus, più movimentati e che pur non essendo chissà che riescono anche ad incidere discretamente; la parte migliore è inoltre quella centrale con l’assolo, ancora molto power-oriented, punto di forza di una opener che sembra fuori luogo se confrontata con le song successive, ma comunque non è da buttare, nonostante l’insipidezza di buona parte delle sue soluzioni melodiche. La successiva She’s an Animal si avvia subito col suo riffage dalle forti suggestioni hair metal anni ottanta, a metà tra i Mötley Crüe più disimpegnati ed i Ratt, sensazione resa anche più forte dall’incedere sornione delle strofe che si fa da parte coi ruffiani ritornelli, i quali riescono a stamparsi in testa dopo pochissimi ascolti. Buono è anche l’assolo centrale, molto in linea col resto del brano, che complessivamente risulta probabilmente in assoluto il più valido del disco, non un episodio memorabile ma comunque decisamente godibile. Giunge poi Better Off Dead, che si presenta meno intensa e più solare della precedente, pur rimanendo lo stesso con lo sguardo rivolto verso il glorioso passato; il risultato tuttavia non è altrettanto riuscito, colpa di strofe allegrotte e passabili, seppur un po’ piatte, che confluiscono in bridge che fanno ben sperare con la loro atmosfera d’attesa. I ritornelli sono però la parte più insulsa della canzone, con la loro alternanza coro-cantante davvero troppo ripetitiva e scontata,  affossando una song che già di per se non è il massimo. La voce da sola di Aguilar ci introduce Little Miss Treater, che dopo un breve arpeggio parte adottando ancora la classica forma canzone, presentando strofe dal buon rifferama che si alternano con bridge che salgono leggermente di tono per introdurre ritornelli disimpegnati e quasi canzonatori, ma che comunque riescono a fare il proprio compito. Il tutto è inoltre avvolto in un mood solare e da party, puramente hard rock anni ’80, particolare migliore di una traccia giusto discreta, ma di sicuro ben al di sopra della media del disco. E’ ora il turno di In Your Wildest Dream, primo lento della serie, il quale si avvia con un arpeggio di chitarra pulita che insieme alla sezione ritmica proseguirà a lungo, lasciando spazio alla distorsione solo per i ritornelli, anch’essi piuttosto soft, e poi successivamente anche per parte delle strofe. Purtroppo, nessuna delle melodie presenti nella canzone è minimamente efficace, se si eccettua qualche trama della chitarra solista di Aguilar che riesce  graffiare: abbiamo quindi un episodio piuttosto anonimo, che passa senza lasciare una grande impressione. A questo punto il disco ha già perso in dinamicità, ma gli Will the Thrill dimostrano incompetenza assoluta piazzando Someday, traccia anche più lenta e melodica della precedente che se non fosse per i ritornelli, morbidi ma comunque con un songwriting decente che li fa spiccare molto nel deserto di banalità che li circonda, avrebbe un effetto soporifero istantaneo migliore del cloroformio. Non c’è molto altro da dire in un pezzo che ricorda da vicino una versione persino più scialba dei mosci Def Leppard del dopo-Hysteria, e che pur presentando qualche momento più cathcy, come i citati refrain o il solito assolo di qualità, non riesce assolutamente a sollevarsi dall’insufficienza. Torniamo su livelli leggermente più alti di pesantezza con Say Goodbye, che pure ha un alto coefficiente di melodia sia nelle strofe, piuttosto contenute nonostante ritmiche piuttosto energiche, sia nei ritornelli, anche discretamente incisivi con le loro melodie, cathcy al punto giusto, ed un Aguilar che per una volta che non strafa al microfono, risultando qui per nulla sgradevole. Completa il quadro una parte solistica un po’ ridondante ma non fuori luogo, per una canzone che ovviamente non è su livelli altissimi, ma comunque risulta per lo meno piacevole. 

Con This Feeling  arriviamo addirittura su livelli di armoniosità degni dell’AOR, visto l’intro di tastiere che lascia spazio a colpi in solitaria del batterista Tony Pepper e quindi della chitarra di Aguilar, prima che la song torni a qualcosa di più potente, pur presentandosi sempre lenta e caratterizzata da un mood romantico. E’ però questo un sentimento scontato e molto acerbo, infatti il brano oltre a presentare dei cliché non riesce assolutamente a coinvolgere, nonostante ci provi con convinzione: esemplare da questo punto di vista sono i chorus, che forse riuscirebbero anche ad incidere se non fosse per la voce sguaiata ed assolutamente fuori luogo di Aguilar, che rovina tutto e contribuisce all’ennesima canzone insignificante del lotto. Se l’idolo trash di Youtube Richard Benson ascoltasse quest’album, arrivato a Now It’s Broken si produrrebbe uno dei suoi celebri “basta” urlati a squarciagola: siamo infatti in presenza alla quarta ballad della serie (cinque includendo anche, con buona ragione, Say Goodbye), nonché traccia assolutamente noiosa, che dopo un lungo intro dominato da un arpeggio parte più elettrica e potente per i refrain, presentando un riff con sopra un lead che sarebbero anche incisivi, se nel frattempo l’attenzione non fosse scesa già in maniera impressionante (tant’è che presumo che il titolo si riferisca  proprio all’ascoltatore, che ormai si è proprio “rotto”). In ogni caso, se quest’ultima parte della composizione si salva qualitativamente, il resto è ad ogni modo troppo scontato ed insignificante perché il complesso possa esser giudicato in una maniera decente: abbiamo perciò l’ennesima canzone carente, anche se c’è da dire che siamo comunque sopra la media del disco (!). Dopo tutto questo tempo passato su lidi di mosciume cosmico, all’improvviso con Your Worst Nightmare torniamo a livelli di potenza puramente heavy metal, dato che la traccia parte subito come una fuga potente ed anche coinvolgente. La progressione infatti inanella strofe che incidono, seppur siano un chiarissimo plagio di Exciter dei Judas Priest, e ritornelli leggermente più melodici, ma comunque piuttosto energici, nonostante non esplodano particolarmente. Buono anche il rapido assolo posto verso il centro, ciliegina di una torta di un brano più che discreto, che preso a se risulta forse il migliore insieme a She’s an Animal, seppur dall’altra parte stoni abbastanza con il resto del disco. Giunge quindi Thirst for Your Blood, la quale prosegue sulle coordinate del pezzo precedente, anche se con meno convinzione: abbiamo infatti strofe serie e dirette ma anche insipide che confluiscono in ritornelli che nonostante le venature maideniane e le vaghe influenze punk non riescono assolutamente a fare la differenza, rimanendo per tutta la durata della composizione una pura incognita. Chissà perché, invece, l’assolo è sempre una garanzia, e riesce a tirare su di poco una canzone che comunque ha veramente poco da offrire. Se a questo punto l’ascoltatore ne ha già abbastanza, purtroppo per lui il peggio deve ancora venire: con Sociopath infatti le coordinate musicali cambiano ancora, e non in meglio. Abbiamo infatti un pezzo pop punk con solo pochi influssi rimanenti dall’hard ‘n’ heavy precedente, che farebbe probabilmente una buona impressione su un disco dei Blink 182 o dei Green Day (o forse neppure lì, vista comunque quanto è inconsistente e scontata, specie nella parte dei ritornelli), ma che su un disco di questo genere si trova come i cavoli a merenda.  Sinceramente, non riesco proprio a capire per quale motivo questa traccia sia stata inserita qui, fatto sta che se la media dell’album fin’ora era già bassa, con questo episodio precipita al suolo. Si continua su questa linea con la conclusiva Sorry to Disappoint Ya, che ricorda lo stile dei The Offspring anche se in questo caso reso più metallico, qualcosa che a tratti non è nemmeno così sgradevole, per quanto altri momenti siano veramente fastidiosi. L’unica cosa degna di apprezzamento, oltre al fatto che la band col titolo del pezzo (che da il nome all’album, probabilmente non per caso) si scusi per la delusione che sta quasi per arrivare al termine, è il ritornello, piuttosto energico e catchy: forse è proprio per questo che viene ripetuto una sola volta, lasciando invece spazio a frazioni per nulla incisive, che alla fine giungono a chiudere “degnamente” questi cinquantuno minuti che richiedono vera fatica per essere affrontati fino in fondo.

Arrivati a questo punto, che dire? Seppur non sia il peggior album che io abbia mai sentito, è pur vero che ho ascoltato anche molto, molto di meglio: abbiamo infatti una mezza ciofeca che lascia più di un dubbio sulle capacità della band, specie essendo il secondo lavoro sulla lunga distanza (e non un primo demo che in fondo potrebbe essere giustificato dall’inesperienza). In ogni caso, se siete tra quelle persone con un disturbo masochistico della personalità che le porta a ricercare il dolore come gratificazione, allora fiondatevi su Sorry to Disappoint Ya senza indugio; per tutti gli altri, invece, è consigliabile stargli alla larga come la peste.

Voto: 44/100

Mattia

Tracklist:

  1. I Don’t Answer to You – 04:55
  2. She’s an Animal- 03:54
  3. Better Off Dead – 03:15
  4. Little Miss Treater – 03:34
  5. In Your Wildest Dreams – 04:02
  6. Someday – 05:10
  7. Say Goodbye – 04:58
  8. This Feeling – 05:13
  9. Now It’s Broken – 03:46
  10. Your Worst Nightmare – 03:59
  11. Thirst for Your Blood – 03:35
  12. Sociopath – 02:27
  13. Sorry to Disappoint Ya – 02:40

Durata totale: 51:28

Lineup:

  •  Will “The Thrill” Aguilar – voce e chitarra
  • Mojoe Murphy – basso
  • Tony Pepper – batteria e tastiere

Genere: hard rock/heavy metal
Sottogenere: pop metal

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