L’Impero delle Ombre – I Compagni di Baal (2011)

E’ cosa risaputa che il “metallaro medio italiano” sia malato cronicamente di esterofilia, il che è davvero un peccato: nonostante siano spesso molto sminuite o addirittura disprezzate in patria, il nostro paese può vantare comunque delle eccellenze assolute, nell’ambito del metallo pesante. Una tra le più ingiustamente sottovalutate tra queste è la corrente del doom all’italiana: nonostante proprio in generale questo stile sia appannaggio nel paese dei proverbiali quattro gatti, la nostra scena si distingue lo stesso sia per qualità assoluta che per la personalità di buona parte dei suoi interpreti, che affronta il genere con un approccio diverso rispetto a quelli degli altri paesi, comprendente tastiere pervadenti e forti influenze dal progressive rock altrettanto ricco della penisola. Tra i gruppi che nel nuovo millennio si sono distinti nell’interpretare questo stile c’è sicuramente L’Impero delle Ombre dei fratelli Cardellino: nonostante i soli due full lenght pubblicati in oltre un decennio di attività, il gruppo è divenuto comunque ampiamente noto tra gli appassionati, e non per un mero caso. Basta, per capirlo, ascoltare I Compagni di Baal, il loro secondo album: nonostante una formula che in fondo non innova nulla, la band è riuscita non solo a trovare una forte personalità nella voce sguaiata ma potente di Giovanni “John Goldfinch” Cardellino e nella particolare chitarra dal retrogusto heavy classico di suo fratello Andrea, ma anche a risultare fresca e piena di idee, per un disco che come vedremo tra poco è una vera e propria perla occulta. A contribuire alla sua buona riuscita è anche il concept su cui la band lo ha modellato, ispirato all’omonima miniserie francese di culto del 1968, una scelta piuttosto particolare ma che sa donare il giusto fascino oscuro al tutto; partecipa alla resa anche un sound generale pulito su cui c’è ben poco da dire se non che è professionale e perfetto per le sonorità del gruppo, un altro dei punti di forza assoluti di quest’album.

La storia comincia da Compagni di Baal (Overture), un preludio basato tutto sulle tastiere dell’ospite d’eccezione Oleg Smirnoff, il quale tra suoni elettronici che creano un’atmosfera  psichedelica ed oscura scandisce anche il tema principale della sigla d’apertura della serie televisiva, introducendo brevemente il disco. Un breve campionamento, proveniente sempre dalla stessa fonte, poi parte la vera e propria opener Diogene, la quale presenta un riffage subito d’impatto puramente doom, nonostante l’impostazione ritmica si attesti durante le strofe d’attesa su un tempo disparo in 13/8, peraltro abilmente nascosto. La parte più incisiva oltre ai ritornelli, semplici e catturanti, che si lasciano cantare a meraviglia, è quella posta al centro, in cui le chitarre ritmiche e la voce scompaiono, lasciando spazio a delicate trame di Andrea Cardellino ed alla tastiera spazia le di Smirnoff, un momento quasi celestiale prima che la canzone torni a deflagrare rendendo la norma principale anche più intensa, un breve sfogo prima del gran finale. Nel complesso, abbiamo una opener lineare ma di fattura più che ottima, che espleta insomma nella maniera migliore il compito di aprire le danze. Un interludio costituito ancora da uno spezzone della serie accompagnato da effetti di chitarra e da sussurri inquietanti, poi arriva il turno di Divoratori della Notte, che si apre ancora con un momento di passaggio, una crepuscolare frazione che presenta la chitarra acustica in solitaria. Dopo poco, il tutto lascia spazio al brano vero e proprio: ecco che deflagra quindi un riffage arcigno e minaccioso, reso anche più lugubre dalle frequenti incursioni della tastiera, qui in versione simil-organo, e dalla voce salmodiante e bassa di John Goldfinch, un affresco di oscurità che ha il suo apice nei brevi ritornelli cantati in francese, anche più darkeggianti del resto col loro carico portentoso di feeling sulfureo, che avvolge l’ascoltatore calandolo quasi in un’atmosfera da incubo. La song si mantiene per metà su queste coordinate, per poi svoltare su una norma sempre piuttosto lugubre ma più veloce, che ha ritmiche dal retrogusto heavy tradizionale (sensazione acuita anche dal bellissimo assolo del Cardellino chitarrista, molto classic-oriented) e si fa sempre più potente e tempestosa, fino all’esplosione di un convulso sfogo seguito da una lunga e psichedelica coda, coronazione di una composizione praticamente perfetta in ogni suo particolare, che si attesta come uno dei pezzi più validi dell’intero album. La successiva Ballata per Liliana è, come il nome stesso indica, un lento caratterizzato per gran parte da un arpeggio triste e semplice di chitarra; dopo qualche singhiozzo iniziale della voce femminile già sentita nella opener, ad opera di Giusy Cardellino (che interpreta proprio il ruolo di Liliana, una dei personaggi più singolari della serie televisiva), partono le strofe, ancora rette solo dalla chitarra acustica su cui il Cardellino vocalist si esprime in una prestazione inaspettatamente colma di pathos e convincente; il refrain invece beneficia dell’ingresso in scena della tastiera e della sezione ritmica, seppur siano anch’essi ben poco energici e più rivolti alla creazione di un forte mood infelice, cosa che riesce peraltro molto bene. Il pezzo si fa man mano più denso, con basso e batteria, oltre al pianoforte, che rimangono in scena e l’arpeggio base che si fa più vario, lasciando pure spazio a tre quarti ad un grandioso assolo di chitarra distorta  dal vago appeal blues, e quindi a ritmiche heavy ma comunque sempre estremamente melodiche; nonostante ciò, la formula di base rimane sempre la stessa, forse anche troppo a lungo, rendendo il complesso un po’ ripetitivo. E’ proprio quest’ultimo forse l’unico veniale difetto di una ballad che nonostante ciò è di qualità ottima, e non annoia quasi mai nonostante i sette minuti di durata.

Si torna ad un doom più spinto e possente con L’Oscura Persecuzione, traccia che grazie a partiture molto anni settanta si avvia apparentemente solenne e quasi allegra, seppur una certa cupezza di sottofondo non manchi mai. La struttura è inoltre inizialmente molto lineare, senza nemmeno dei veri e propri refrain, ma può contare su ritmiche sempre molto efficaci ed anche su un buon numero di variazioni; la seconda metà invece svolta su una norma anche più sabbathiana, visto il riff sulfureo e blasfemo che potrebbe essere uscito  tranquillamente dalla penna di Tony Iommi, unito a suoni di organo che ricordano invece i Deep Purple, preludio ad una frazione decisamente incalzante, che alterna strofe immaginifiche e gli assoli fantascientifici di Oleg Smirnoff,i quali seppur eterogenei col resto riescono ad amalgamarvisi bene, concludendo in bellezza una canzone appena sotto le migliori del disco. Giunge ora Cosmochronos, che ha tutta l’aria di essere un divertissement (ipotesi confermata anche dal suo dedicarsi all’omonima setta, che nella serie è uno dei pochi, se non l’unico, elemento più o meno comico), che su un ritmo tribale ed ondeggiante impostato in maniera eccellente dall’ottimo guest drummer Dario Petrelli presenta un ritmo serrato con anche passaggi assolutamente frenetici . Buono comunque risulta il songwriting lungo tutti i quattro minuti e mezzo della traccia che passano rapidi e lasciano una buona impressione, nonostante la diversità del brano rispetto a ciò che ha intorno. Il corso precedente del disco riprende con Sogni di Dominio, traccia che dopo un preoccupato preludio di tastiera parte anche più inquieta e cupa, presentando al tempo stesso un mood malinconico, dato principalmente dai vocalizzi sguaiati ma assolutamente all’altezza della situazione di Cardellino, che abbelliscono le strofe; tutto ciò confluisce poi nei ritornelli, lenti e piuttosto semplici, ma in qualche modo anche liberatori e possenti, tra i momenti migliori della canzone. Ottimo in ogni caso il lavoro di Smirnoff, che seppur spesso in sottofondo riesce a rendere più incisivo ogni singolo passaggio; notabile anche l’ennesimo assolo di qualità del Cardellino chitarrista, e di qualità è anche il finale, molto cupo a causa degli organi e del riffage veramente lugubre, per una song ancora piuttosto elementare ma che condivide con Divoratori della Notte la palma di miglior episodio del lotto. Siamo ormai quasi in dirittura d’arrivo: La Caduta del Conte di St. Germain parte subito diretta e possente, con ritmiche semplici ma piuttosto inquietanti su cui un Cardellino volutamente monocorde e teatrale canta una nenia ripetitiva, conferendo ancor più fascino nero ad una traccia che di per sé ne ha già da vendere. Ancor più strana è la parte finale, in cui il parlato del singer è posto in reverse su un tappeto reso estremamente oscuro da obliqui effetti sintetici e da un labirintico assolo di chitarra, ripetitivo ma che non potrebbe essere meglio di così per rendere l’atmosfera più densamente cupa, degno finale di un brano breve ma efficacissimo, che chiude a dovere questo eccelso concept album. La conclusione vera e propria è affidata tuttavia a Tutti i Colori del Buio, breve coda che presenta dei lievi cori ad accompagnare gli arpeggi di una semplice chitarra acustica, due minuti in fondo non indispensabili, ma che comunque riescono ad esprimere al meglio le sensazioni del lieto fine della stessa serie televisiva (di cui ancora, per l’ultima volta, dei campionamenti fanno capolino). Il disco termina qui, ma come bonus track è presente nella mia versione una reinterpretazione di Snowblind, pezzo dei Black Sabbath che certamente non necessita presentazioni. L’Impero delle Ombre ne fa una rilettura estremamente fedele all’originale, con John Goldfinch qui particolarmente sguaiato a perfetta imitazione di Ozzy, ritmiche potenti e l’arricchimento delle tastiere vintage di Smirnoff nel finale, per una cover ben riuscita e che si lascia ascoltare con gran piacere.

Nonostante I Compagni di Baal non sia esente da qualche difetto (su tutti, a tratti una lieve ridondanza di fondo), riesce comunque ad entrare nella sezione “capolavori” di Heavy Metal Heaven, di sicuro con pieno merito. Se amate il doom metal ed in special modo la sua incarnazione “all’italiana”, questo disco riuscirà insomma a fare la vostra felicità: dimostratevi veri intenditori e fatelo vostro!

Voto: 90/100

Mattia

Tracklist:

  1. Compagni di Baal (Overture) – 01:41
  2. Diogene – 07:08
  3. Divoratori della Notte – 06:39
  4. Ballata per Liliana -07:05
  5. L’Oscura Persecuzione – 07:36
  6. Cosmochronos – 04:29
  7. Sogni di Dominio – 06:17
  8. La Caduta del Contre di St. Germain – 04:04
  9. Tutti i Colori del Buio (Final) – 02:45
  10. Snowblind (bonust track) – 05:20

 Durata totale: 53:04

Lineup:

  • Giovanni “John Goldfinch” Cardellino – voce e percussioni
  • Andrea Cardellino – chitarre
  • Oleg Smirnoff – organo e tastiere (guest)
  • Fabian Oliver – basso (guest)
  • Dario Petrelli – batteria (guest)

 Genere: doom metal

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