Bland Vargar – Perpetual Return (2014)

Una delle cose che amo di più del black metal è la varietà di emozioni che si possono trovare al suo interno: se difatti inizialmente il genere, nella sua accezione classica fondata dai Bathory e portata avanti dalla scena norvegese, era semplicemente oscuro, freddo e malvagio, col tempo esso si è evoluto in moltissime direzioni, con gruppi che tendevano a trasmettere sensazioni desolate, altri una teatralità disperata, altri ancora una forte epicità, pur rimanendo sempre la cupezza un punto fisso. E’ proprio questo caleidoscopio nero che, tra le altre cose, rende grande la musica dei Bland Vargar, quartetto bolognese dedito ad un black d’atmosfera debitore di Wolves in the Throne Room, primi Agalloch e soprattutto Ulver (dai quali prendono l’immaginario ed anche le aperture folk acustico): il loro stile riesce infatti ad essere sempre molto espressivo, passando da momenti dannatamente epici ad altri più intimisti e tranquilli, fino ad arrivare a parti di intensa disperazione con persino un vago retrogusto gothic, un sound insomma piuttosto sfaccettato ma che la band riesce a far funzionare a meraviglia, possedendo buona personalità. In ogni caso, l’ensemble si forma nel 2010, e dopo l’EP di rito intitolato Notturno II (2012) arriva l’anno scorso all’esordio sulla lunga distanza con Perpetual Return, un album breve e dalla tracklist esigua, ma in cui gli emiliani si esprimono già su ottimi livelli, come vedremo tra poco.  Prima di entrare nel vivo della recensione, però, qualche parola la meritano anche alcuni elementi di contorno, come per esempio il packaging curato dall’etichetta Razed Soul Production: è piuttosto minimale ma molto curato, merito anche dell’artwork semplice ma molto valido realizzato dall’artista romeno Costin Chioreanu (divenuto famoso negli ultimi anni per aver lavorato con gente del calibro di Mayhem, Falkenbach, Grave, Thyrfing, Primordial e tanti altri). Molto professionale è anche il suono impostato dal gruppo col produttore Zven Doretti: la produzione è infatti densa ed accurata , ma anche sufficientemente grezza da costituire un punto di forza per questo lavoro.

Si comincia da Epilogue, lunga introduzione dominata inizialmente da suoni atmosferici di vento e di versi di animali (in special modo corvi), a cui poi si sovrappone un arpeggio malinconico di una chitarra acustica che prosegue a lungo, raddoppiata presto dal suono di un’altra sei corde. E’ questa la calma prima della tempesta che arriva con Bruma (Of Wolf and the Hunt), la quale dopo un brevissimo preludio del drummer Varg L si avvia come un oscuro brano di black metal molto vorticoso e cupo, seppur sin da subito dotato di un’atmosfera avvolgente a metà tra epicità ed infelicità, oltre che di un’energia molto forte. La prima frazione è piuttosto feroce e retta per gran parte da un blast beat e dallo scream alto ed estremo di Varg D, che ricorda il Quorthon dei tempi migliori, nonostante spesso le chitarre del duo Varg A/Varg C disegnino trame che hanno anche un alto coefficiente di melodia; quest’ultima diviene poi pervasiva negli stacchi in cui la frenesia si fa da parte, in favore dell’evocazione di un mood malinconico e caldo, sottolineato a tratti anche da vocalizzi bassi e puliti che danno al tutto un tocco di classe in più. La struttura tende inoltre ad evolversi, con variazioni anche piuttosto radicali ma che non sembrano mai casuali: esempio calzante di ciò è la sezione che trova posto a tre quarti, in cui gli elementi metallici vengono meno in favore di un lieve interludio folk che vede il ritorno delle sole due chitarre del preludio. Questo tratto infelice ma placido viene però spazzato via presto dal prepotente ritorno degli elementi metal, con una nuova fuga in blast che però si fa anche più malinconica che prima. Degno di menzione anche lo stacco che si apre poco prima della fine, freddo e ferale, il momento più classicamente black metal di una canzone che poi termina divenendo sempre più soffusa, risultando nel complesso una piccola gemma nonché una grande apertura per l’album. Anche la successiva The Altar of Delusion è introdotta da una chitarra lieve, ricercata, che va avanti per un po’; ci si aspetterebbe l’arrivo presto di un altro pezzo tirato, ma man mano che il tempo passa si capisce che siamo di fronte ad una ballata folk, dominata da ritmiche di chitarra pulita e dalle clean vocals molto espressive di Varg D. La struttura è stavolta piuttosto semplice, ed alterna strofe piuttosto lineari ma potenti emotivamente, anche grazie alla voce che a tratti diviene più urlata, a ritornelli ondeggianti e miti, in cui la nostalgia che avvolge tutto il brano viene fuori in maniera ancor più forte. Molto bello anche il finale, che dopo l’unico momento in cui la chitarra distorta fa il suo ingresso in scena per un assolo intimista e dal flavour progressive, consta in un bel tratto in cui protagonista è ancora una volta una chitarra acustica, la quale procede fino a concludere la traccia quasi in solitaria, ciliegina sulla torta di una ballad davvero sentita e di ottima qualità.

Notturno II (Of Death and Rebirth) è introdotta da un lento preludio pure più tranquillo e d’atmosfera di ciò che lo precede, grazie anche alle tastiere vintage dell’ospite Varg Pasteur; esso va avanti a lungo, divenendo pian piano più denso, con l’apparizione in scena di percussioni lontane ed echeggiate. Quando tutto sembra ormai spegnersi il metal improvvisamente deflagra, corredando i temi precedenti con l’apparizione di chitarre distorte dal retrogusto quasi doom e dello scream di Varg D: l’effetto è cupo ed infelice, per merito anche dei synth che contribuiscono al mood generale. Nonostante siano ormai passati oltre cinque minuti, però, siamo ancora in quello che può essere descritto come il prologo: tale norma lascia spazio infine a qualcosa di leggermente più cadenzato e movimentato, che dopo un interludio del basso di Varg D parte con il vero e proprio cuore della canzone. In esso si alternano frazioni più contenute e circolari, ancora misteriose e d’attesa nonostante sia già percepibile una certa tensione, a momenti invece potentissimi e da urlo, grazie soprattutto ai lenti lead di chitarra e dalla fortissima atmosfera epica che si crea, di eccezionale intensità. La progressione della traccia non si arresta però qui: presto il tutto si apre infatti in senso melodico, proponendo una  frazione quasi psichedelica e piena di suoni sintetici in sottofondo che sostituiscono una linea ritmica quasi inesistente, un attimo strano prima che la parte centrale faccia il suo ingresso, più ordinata e dominata inizialmente da un’accoppiata tra una base metal melodico e chitarre acustiche, che lasciano presto spazio ad una  più dritta ma sempre egualmente lenta, distesa ed eterea, dal mood quasi solare, seppur una certa nostalgia di sottofondo non venga mai meno, nel complesso una parte del tutto strumentale di alta qualità che pur con la sua diversità rispetto al resto arricchisce di molto la composizione. Lo sguaiato scream di Varg D spezza quindi questa magia, segnando un nuovo mutamento: il brano si indirizza infatti su una falsariga ancora lenta ma molto più oscura e catacombale, un momento che squarcia la luminosità del resto col suo buio e riporta la band su atmosfere più black, per quanto sia ancora un’oscurità piuttosto intima ed avvolgente. Questa sezione si fa sempre più oscura ed angosciosa, immaginifica come una lenta discesa verso gli inferi, accompagnata dai terribili scream di Varg D; toccato il culmine della malvagità, la canzone però torna sulla sua norma principale, che diviene pure più intensa che in precedenza e giunge a concludere un episodio che pur essendo lungo oltre sedici minuti non annoia praticamente mai, risultando anzi dannatamente coinvolgente in ogni suo momento.  Siamo ormai agli sgoccioli di questi quaranta minuti: la chiusura è affidata a Requiem, lungo outro che presenta analogie con Epilogue, visti gli effetti di pioggia che la introducono per poi rimanere per un po’ sullo sfondo dell’arpeggio principale, che prosegue quindi in solitaria, lento e dall’appeal folk. Esso è la colonna portante di un pezzo che pur con qualche variazione, come l’arrivo in scena di qualche percussione o qualche spunto dell’altra chitarra che fa capolino qua e là, si mantiene omogeneo per tutta la sua durata, una coda finale di pura atmosfera che non potrebbe concludere meglio un album del genere.

Alla fine dei giochi, forse l’unico vero difetto di quest’album è la sua relativa brevità: tre soli brani “effettivi” in una durata così esigua sono comunque pochi per un album che punta sull’atmosfera, il quale avrebbe forse beneficiato di qualche pezzo in più. E’ questo il solo motivo per cui Perpetual Return non è a mio avviso un capolavoro, ma comunque un disco maturo e di alto valore sotto ogni altro punto di vista. Se siete perciò amanti del black metal più etereo, i Bland Vargar sono un nome che dovete tenere assolutamente d’occhio: il consiglio è quindi di dar loro una chance, vedrete che non ve ne pentirete!

Voto: 86/100

Mattia

Tracklist:

  1. Epilogue – 02:30
  2. Bruma (Of Wolf and the Hunt) – 09:38
  3. The Altar of Delusion – 07:21
  4. Notturno II (Of Death and Rebirth) – 16:13
  5. Requiem – 04:29

Durata totale: 40:11

Lineup:

  • Varg D – voce, chitarra acustica e basso
  • Varg A – chitarre
  • Varg C – chitarre
  • Varg L – batteria

Genere: black metal
Sottogenere: atmospheric black metal

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