Bretus – The Shadow Over Innsmouth (2015)

Per chi ha fretta:
Pur non essendo un album originale, The Shadow Over Innsmouth (2015), secondo album dei catanzaresi Bretus, sa come intrattenere. Il suo stile è molto classico, ispirato soprattutto ai Pentagram (oltre che a Witchfinder General, Saint Vitus e Reverend Bizarre), ma non suona troppo derivativo. Dall’altro lato, l’album pecca un po’ dal punto di vista del songwriting e della registrazione: entrambi oscillano tra picchi di eccellenza e momenti meno appetibili, specie nella prima parte. La seconda invece è molto meglio: lo dimostrano pezzi come The Oath of Dagon, Gilman House e The Horrible Hunt, il meglio che l’album abbia da dare. Per questo, The Shadow Over Innsmouth è un album non eccezionale ma divertente, consigliato a chi si accontenta di un lavoro doom onesto e ben suonato.

La recensione completa:
Pur essendo molto d’aiuto, l’originalità non è un fattore determinante per scrivere della buona musica: possono esistere infatti anche gruppi che pur rimanendo all’interno di certi stereotipi, riescono comunque ad intrattenere molto bene. Esempio di ciò è il caso che analizziamo oggi, quello di The Shadow Over Innsmouth, secondo studio album dei catanzaresi Bretus: lo stile impostato dalla band è difatti un doom metal di vaga tendenza stoner piuttosto canonico, che si rifà molto al sound di Witchfinder General, Saint Vitus, Reverend Bizarre e soprattutto Pentagram, i quali sono richiamati alla lontana anche dalla voce sguaiatissima e roca del cantante Zagarus, ma a dispetto di ciò il risultato non è niente male. Merito di ciò è anche del concept che (non) si nasconde dietro all’album, ispirato ovviamente all’omonimo romanzo di Howard Philip Lovecraft, che è reso piuttosto bene attraverso toni spesso lugubri e che fanno sforare più di una volta il disco nell’horror metal. Dall’altro lato, l’album non è esente da difetti: il principale è un songwriting oscillante tra picchi di assoluta eccellenza e frangenti invece meno appetibili, con in particolare qualche canzone che risulta generica e poco efficace. La stessa cosa vale più o meno anche per la produzione: a tratti infatti il sound generale del disco incide a meraviglia, ma in altri momenti sembra un po’ troppo leggero, secco e poco graffiante, un particolare che in futuro dovrà essere rivisto, anche se ad ogni modo non danneggia più di tanto il disco.

Il preludio di rito, intitolato semplicemente Intro, è costituito inizialmente da suoni ambientali e di esplosioni, prima che il distorto basso di Azog cominci a scandire una melodia lieve ma piuttosto oscura. Quando anch’esso si spegne la opener vera e propria, The Curse of Innsmouth, entra in scena piuttosto placida e dal riffage vagamente stoner doom, che accompagna  tutta la traccia pur con diverse variazioni: ecco quindi che la parte strumentale si alterna con strofe piuttosto semplici ed anche meno heavy del resto (a volte forse pure troppo) e poi con ritornelli che invece incidono bene, essendo minacciosi e striscianti; il tutto è intervallato inoltre da aperture a tratti d’attesa (come quella che vede la sola batteria di Striges sotto a qualche effetto), in altri momenti più pesanti ed oscuri, come la bella frazione che trova spazio al centro, lenta e lugubre. Ottima anche la buia coda finale, il momento più orrorifico di una canzone che tutto sommato si lascia ascoltare piacevolmente. Un’altra introduzione di suoni e di effetti, poi Captain Obed Marsh parte subito col suo riff principale, movimentato e che riesce ad incidere a meraviglia, sia in solitaria che quando regge le strofe, valorizzate anche dalla voce bassa e all’altezza della situazione di Zagarus. Meno validi sono i ritornelli, in cui oltre allo stesso cantante, che tende un po’ a strafare, abbiamo un rallentamento che spezza la dinamicità del resto, nonostante l’atmosfera blasfema presente compensi questa perdita almeno in parte. Poco male, in ogni caso, perché il resto della traccia è invece ben composto: prova di ciò è anche la sezione centrale, inizialmente più armoniosa e d’atmosfera del resto, poi più movimentata e possente, con ritmiche su cui si posa anche un bell’assolo obliquo della chitarra di Ghenes, prima che la norma principale torni a fare il proprio corso fino a concludere un episodio che seppur con qualche difetto risulta piuttosto godibile. Un lungo preludio che vive del dualismo tra un arpeggio di chitarra pulita e lievi lead, poi Zadok Allen si avvia lenta ed inesorabile, con ritmiche cadenzate ed arcigne, che proseguono a lungo coinvolgendo bene ed aprendosi in senso melodico solo per quelli che sono considerabili come i chorus, i quali comunque suppliscono con una velocità ed un energia più sostenute. Il ritmo già piuttosto basso si fa inoltre anche più lento nella parte centrale, puramente doom anche se le melodie delle chitarre soliste comunque rendono il clima meno denso ed oscuro, e più aperto, una parte tutta strumentale tutto sommato di qualità, prima del ritorno in scena della norma precedente; l’unione di tutto ciò è un altro pezzo non esaltante  ma comunque di buona fattura. Un’altra lunga sezione retta da chitarre pulite, più ricercate e dolci che in precedenza, è l’introduzione a The Oath of Dagon, song che presenta un riff particolare, obliquo e molto melodico, quasi intimista, calmo e malinconico nel mood che riesce ad evocare. Quando però entrano in gioco le strofe, il tutto cambia: se esse sono soffuse, infatti, il cantante Zagarus riesce comunque a renderle piuttosto sinistre, sensazione che cresce sempre più fino all’arrivo dei ritornelli, intensi ed a metà tra l’infelicità precedente ed un feeling blasfemo e terribile, che li rende assolutamente coinvolgenti. Ottima anche la seconda metà del pezzo, nuovamente oscuro e che a tratti beneficia anche di possenti e cadenzati cori, che le danno ancor più forza nera del resto; degno di nota anche il tratto che segue tale frazione, che invece recupera per qualche istante una tranquillità placida ma in qualche modo anche funesta per poi riprendere la corsa con una parte ancor più strana, dissonante e che vede anche la presenza di bizzarri synth, degna conclusione del brano migliore del disco.
E’ il turno ora di Gilman House, la quale va subito al punto con il suo riffage possente, aspro ed arzigogolato, che la accompagna praticamente tutta, pur con lievi variazioni, e risulta sempre decisamente efficace, anche nella propria peculiarità; fanno eccezione a questa norma solo i refrain, più diretti e semplici, ma che comunque inizialmente sfoggiano anch’essi un’energia ammirevole, per poi confluire in brevi frazioni più d’atmosfera ed in cui appaiono a volte anche eterei effetti di tastiere. La seconda parte del pezzo è invece meno cupo e più rapido, presentando anche un lievissimo retrogusto heavy metal classico e dividendosi tra una prima parte relativamente più tranquilla e solare e la seguente fuga preoccupata su velocità alte (almeno relativamente al genere del gruppo), corredate da ritmiche circolari che incidono più che ottimamente coi loro diversi cambiamenti, denotando una scrittura di qualità che nel complesso fa risaltare questo brano come il più bello del disco insieme al precedente. Un nuovo intro estremamente delicato e melodico, che fa pensare ad un’altra composizione pesante ma lentae monolitica, viene presto spazzato via da The Horrible Hunt, up tempo con influenze heavy e vagamente anche punk, a causa del rifferama movimentato che nelle strofe si divide tra momenti di puro impatto macinante ed aperture dissonanti.  Quelli che sono considerabili come i refrain sono invece più tradizionali, con il loro riff sabbathiano dal retrogusto stoner che pur su alte velocità riescono a rendere bene ed a graffiare. La parte centrale è invece di trademark più classicamente Bretus, viste le lente ritmiche puramente doom e l’atmosfera decisamente orrorifica data dalla voce echeggiata di Zagarus e dal bislacco assolo di Ghenes, un bel momento di oscurità prima che la canzone torni a correre, concludendosi in bellezza; nel complesso, abbiamo un pezzo ben tagliente che si pone per qualità solo al di sotto dell’uno-due che la precede. Siamo agli sgoccioli ormai: è infatti il turno di A Final Journey, la traccia più cupa ed orrorifica dell’intero album, che si apre con un preludio pieno di echi, tranquillo ma cimiteriale, prima che il tutto deflagri al masimo della sua potenza, pur mantenendosi sempre su una velocità molto bassa. Da qui si avvia una progressione che alterna strofe ancora misurate e soffuse ma nere come la notte, dominate come sono da cupe armonizzazioni di chitarra, e chorus invece potenti e quasi evocativi nella loro estrema oscurità; il tutto può beneficiare inoltre di un Zagarus particolarmente teatrale, che da alla composizione una marcia in più. La traccia prosegue su questa falsariga per poi svoltare, verso metà, su qualcosa di più serrato, che si fa man mano sempre più convulso pur mantenendo una certa oscurità di fondo; toccato l’apice, la song torna alla propria norma precedente, contenuta ma intensamente lugubre. E’ questo però solo una falsa ripartenza, perché subito dopo giunge infatti un altro breve interludio tutto d’effetti, che rende l’episodio più inquietante ed  introduce la coda finale, in cui viene ripreso il riff principale, il quale torna poi a farsi sempre più serrato finché la canzone non esala l’ultimo respiro, sancendo in maniera più che buona il termine del disco (anche se la vera conclusione è rappresentata da un breve outro, costituito da suoni di risacca).
Grazie anche ad una seconda metà di ottima qualità, che tira su la media, alla fine dei conti The Shadow Over Innsmouth si rivela un buon album, che pur non impressionando risulta intrattenente al punto giusto. Certo, se siete fanatici della novità a tutti i costi e snobbate ogni cliché, questo non è proprio l’album per voi; se però vi accontentate anche di un album doom onesto, diretto e ben suonato, allora i Bretus sapranno sicuramente fare al caso vostro!.
Voto: 74/100

Mattia

Tracklist:

  1. Intro – 01:17
  2. The Curse of Innsmouth – 06:06
  3. Captain Obed Marsh – 06:14
  4. Zadok Allen – 07:08
  5. The Oath of Dagon – 07:38
  6. Gilman House – 05:11
  7. The Horrible Hunt – 05:28
  8. A Final Journey – 07:48
Durata totale: 46:50
Lineup:
  • Zagarus – voce
  • Ghenes – chitarre ed effetti
  • Azog – basso
  • Striges – batteria
Genere: doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook ufficiale dei Bretus

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