Madhour – Ghost Town (2014)

Nonostante la maggior parte dei gruppi thrash metal usciti nell’ultimo periodo si accodi alla grande corrente del revival che imita fedelmente i grandi nomi del genere, spesso in maniera estremamente derivativa e poco originale, esistono anche ensemble che invece si distinguono dalla norma rendendo personale il proprio sound. I Madhour, band lombarda nata nel 2009 per iniziativa del bassista ex Longobardeath Ul Teo, sono sicuramente annoverabili in quest’ultima categoria: il loro Ghost Town, esordio sulla lunga distanza dello scorso anno che giunge dopo il canonico EP The Beginning of Disaster (2012), mette infatti in evidenza uno stile ben descrivibile come una rilettura in chiave più spinta verso il thrash del suono che ha reso grandi gli Iron Maiden, con in più l’aggiunta della voce femminile di Lau, graffiante e sgraziata ma assolutamente adatta al genere dell’ensemble (certo più di una qualsiasi Tarja Turunen o Simone Simons, che di sicuro non si troverebbero a proprio agio qui), donandogli un tocco di personalità in più; nel complesso risulta uno stile mai troppo aggressivo ma comunque movimentato e coinvolgente. Se ciò è estremamente positivo, il disco non è però esente da pecche: su tutti, il fatto che la maggior parte delle canzoni presentino la stessa semplice struttura e risultino un po’ ripetitive, presentando inoltre qualche ingenuità di tanto in tanto, il che non preclude troppo la rendita del disco ma ne abbassa un po’ la qualità. Prima di cominciare la solita disamina, qualche parola la merita anche la produzione: è decisamente grezza e scarna, a volte anche troppo, seppur in fondo vada bene così, rivelandosi in ogni caso abbastanza incisiva e di qualità, specie per un esordio totalmente autoprodotto.

Un brevissimo intro con il suono delle lancette di un orologio inseguito da Lau, poi la opener Killing Season parte a razzo con strofe nervose e che coinvolgono subito molto bene, grazie anche ad un riffage thrashy che risulta tagliente al punto giusto. Dopo bridge quasi rilassati, i ritornelli sono invece leggermente più distesi ed heavy-oriented, anche se una certa tensione è sempre presente, per merito del cantato più urlato di Lau, irriverente e molto a suo agio nel contesto. A completare il quadro vi è inoltre una parte solistica variabile ed in ogni caso ben scritta, anche se forse un po’ troppo breve, coronamento di un pezzo che apre il disco già con buonissima carica. La seguente I Am Violence si presenta da subito con le sue ritmiche bellicose del duo chitarristico formato da Paul e Sarah, e che pur essendo semplice risulta di impatto assoluto, accompagnando praticamente tutte le strofe pure nei vari cambiamenti di tempo che esse attraversano; l’evoluzione ci conduce quindi attraverso tratti dalle ritmiche che accelerano prepotentemente e si fanno macinanti, preludio a ritornelli cantabili e piuttosto calmi, forse troppo: sono infatti essi i momenti di minor valore del pezzo. Poco male, ad ogni modo: nel complesso il brano non è affatto male, risultando invece piacevole e divertente lungo tutti i suoi quattro minuti e mezzo. E’ quindi il turno di Beginning of Disaster, che si presenta inizialmente più animata delle tracce precedenti, per poi svoltare però su strofe più contenute e statiche, che generano un forte mood d’attesa; quest’ultimo si sfoga tutto nei ritornelli, assolutamente incalzanti ed avvolgenti, grazie all’efficace botta e risposta tra Lau ed il controcoro. Degna di nota anche l’assolo di Paul posto al centro, semplice ma efficace, sigillo di una canzone con qualche momento morto, ma comunque tutt’altro che da buttare. Wrong Reality, che sopraggiunge ora, lascia da parte la frenesia dei pezzi precedenti per abbracciare un ritmo inizialmente anche piuttosto lento, con al di sopra un riff quasi epic metal, per poi indirizzarsi su un solenne mid-tempo che riesce ad intrigare, pur nella sua semplicità; tale sezione confluisce poi nei bridge, più maideniani e circolari, per approdare infine ai chorus, momento più movimentato dell’intero pezzo impreziosito dai piccoli ma importanti lead di Paul. Tale progressione si ripete più volte attraverso tutto il pezzo, con poche variazioni (su tutti è da segnalare l’assolo di chitarra in mezzo, ancora una volta di qualità elevata), ma vista la durata tutto sommato contenuta del brano (quattro minuti e mezzo) e la validità delle soluzioni musicali adottate non annoia, riuscendo anzi a spiccare all’interno di Ghost Town. E’ la volta poi del pezzo che (in parte) da il nome alla band, Hour of the Mad, la quale pare essere anche una delle sue prime composizioni, e si sente, visto che esso rappresenta stilisticamente una mosca bianca all’interno di quest’album: abbiamo un brano infatti molto più rapido e thrash-oriented che altrove, il quale presenta momenti serratissimi e che cercano l’aggressività a tutti i costi a scapito della melodia, purtroppo senza riuscire un granché ad incidere; i momenti migliori della canzone sono infatti le strofe, più aperte e con una loro musicalità obliqua, oltre all’immancabile assolo di Paul. Il risultato è un brano che raggiunge a malapena la sufficienza e rappresenta  l’unico vero riempitivo di quest’album.

Si ritorna a qualcosa più in linea con la prima metà del disco (anche qualitativamente) con Innsmouth Rebirth, canzone maideniana fino al midollo, a partire dal riffage principale che accompagna le strofe, d’attesa ma già piuttosto solenni, per poi farsi da parte per qualcosa di più semplice e thrashy per i bridge. Niente paura però, perché esso fa la sua prepotente nei ritornelli, ancora cadenzati ed evocativi nel loro incedere, che riportano alla mente con prepotenza i tempi di Piece of Mind e Powerslave. Ottima anche la lenta parte centrale, resa vagamente oscura da Lau; proprio lei, con la sua interpretazione teatrale e graffiante, è uno dei punti di forza di un brano che nonostante i sei minuti abbondanti di lunghezza scarseggia alquanto di momenti morti, ponendosi appena un soffio sotto ai pezzi migliori del platter. Con Dead Man Eyes, i Madhour ci riportano quindi di nuovo su territori più veloci ed energici, alternando strofe fatte di accelerazioni potenti e di momenti leggermente più placidi, il tutto senza mai rinunciare alla melodia; quest’ultima diviene anzi pervasiva per i brevi bridge, che ci conducono a chorus ancora piuttosto veloci, ma anche divertenti e rockeggianti, certo il momento migliore del brano. La song si muove inoltre sulla classica forma canzone, con la canonica variazione rappresentata dal buon assolo vorticoso al centro; nonostante ciò, abbiamo comunque un altro brano di fattura più che discreta. Già dal riff principale di River of Blood, che segue, si intuisce che avremo una canzone più orientata sull’heavy classico, cosa che difatti avviene: nonostante qualche influenza thrash sia ancora presente, abbiamo un pezzo più disteso della media del disco, specialmente nei ritornelli, in cui la batteria di Mike (che qui sembra più a suo agio che con Sidhe e Tethra) ed il basso di Ul Teo creano un pattern complesso e lento, sul cui si posa un riff quasi epico che incide a meraviglia, aiutato in questo dai vocalizzi di Lau, all’altezza della situazione. Le strofe sono invece più animate e quasi ansiose, ed insieme ai bridge, anche più d’attesa, creano una bella premessa per l’esplosione dei refrain; dall’altra parte, la canzone pecca leggermente di ridondanza e di ripetitività, anche se ciò non è troppo fastidioso in fin dei conti, col complesso che si rivela ad ogni modo ancora piacevole. L’introduzione di Soul in the Dark, che arriva ora,  è affidato al distorto basso psichedelico del mastermind Ul Teo, prima che si avvii qualcosa di piuttosto diretto al punto e che presenta anche inedite influenze power metal, soprattutto nella progressione da bridge potenti a refrain corali e di una solennità puramente power-oriented; dall’altra parte, gli altri momenti della canzone sono di estrazione più heavy, ed il tutto è ricoperto inoltre dal velo thrash che è il trademark dei Madhour. Questa mescolanza di elementi è in ogni caso molto ben impostato, il songwriting qui raggiunge probabilmente il top per il disco, anche visti tutti i fraseggi ed i passaggi di qualità che si alternano lungo il corso della song: abbiamo infatti senza dubbio l’episodio migliore del disco insieme alla opener. Siamo ormai arrivati alla fine: la conclusiva Straight Through the Eyes si rivela presto più esuberante ed esplosiva delle precedenti, basando tutto sull’immediatezza. Strofe ondeggianti e coinvolgenti confluiscono infatti rapidamente in brevi bridge e quindi in ritornelli catchy e serrati, che si stampano immediatamente nella mente dell’ascoltatore. La traccia passa in un lampo, presentando inoltre la classica forma canzone che anche stavolta beneficia del solito assolo di qualità, per un risultato finale di qualità appena sotto alla precedente, che chiude in maniera assolutamente appropriata quest’album.

I Madhour sono insomma in possesso di ottime armi, visto il sound decisamente personale ed anche efficace a cui sono riusciti a dare vita, ma lo devono ancora affilare, maturando maggiormente e rendendo la propria proposta più incisiva e potente. Nell’attesa di sapere se ci riusciranno o meno, però, il consiglio è di dare almeno una chance a Ghost Town: non sarà un capolavoro, ma è comunque un disco onesto e piacevolissimo, che farà al caso vostro se quel che volete è intrattenimento potente e di facile fruizione.

Voto: 75/100

Mattia

Tracklist:

  1. Killing Season  – 03:52
  2. I Am Violence  – 04:26
  3. Beginning of Disaster -03:20
  4. Wrong Reality  – 04:24
  5. Hour of the Mad -02:56
  6. Innsmouth Rebirth -06:19
  7. Dead Men Eyes – 03:23
  8. River of Blood  – 05:18
  9. Soul in the Dark – 04:29
  10. Straight Through the Eyes – 03:14
Durata totale: 41:41
Lineup:
  • Lau – voce
  • Paul – chitarra solista
  • Sarah – chitarra ritmica
  • Ul Teo – basso
  • Mike – batteria
Genere: heavy/thrash metal

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