Morganha – Rebellion (2013)

Ne ho parlato già molte volte, nelle mie recensioni: il metallaro medio italiano è purtroppo esterofilo all’estremo ed attaccato spesso solo ai grossi nomi, per un atteggiamento complessivo che tende ad essere, a mio avviso, assolutamente deleterio. Facciamo un semplice esempio:  se nel 2013 Rebellion, l’album di cui parliamo in questa recensione, fosse uscito a nome Machine Head e distribuito da Nuclear Blast Records, critica e fan ne starebbero parlando ancor oggi come l’album migliore forse addirittura dai tempi di Burn My Eyes, nonché uno delle uscite più clamorose negli ultimi tempi. Siccome però quest’album è stato tirato fuori dai Morganha, gruppo di Gubbio sotto l’egida della nostrana Revalve Records, è rimasto pressoché sconosciuto, lodato solo da alcuni palati fini e snobbato, quando non disprezzato, dalla maggior parte dei metallari italiani, il che come vedremo è un vero peccato. In ogni caso, la band nasce ufficialmente nel 2008 per esordire tre anni dopo con After Dark, in cui si mette in mostra con un heavy metal moderno dalle tendenze alternative e piuttosto cupo. Due anni dopo,  viene adottata una svolta prepotente: Rebellion è infatti molto più estremo del suo predecessore, contando sette canzoni (più un intro) orientate ad un groove metal che oltre ai già citati Machine Head è influenzato soprattutto da Lamb of God, The Haunteded anche At the Gates, visto che sia a livello vocale che di trame strumentali sono presenti forti influssi melodeath ed in parte anche metalcore. Il tutto beneficia inoltre di uno stuolo di particolari ben riusciti, come ad esempio un songwriting che seppur omogeneo riesce a coinvolgere a meraviglia ed  a risultare dannatamente efficace; lodevole è anche la scelta di non far durare il disco più di mezz’ora, scelta che ha impedito il possibile annacquamento delle idee presenti. Chiude il quadro una produzione chirurgica e tagliente, impostata dalla band con l’aiuto di Francesco Riganelli degli Zombie Scars e dell’esperto Simone Mularoni (già chitarrista dei DGM ed al lavoro con tantissime band, tra cui Necrodeath, Gory Blister ed Eldritch) che esalta alla perfezione l’energia fuori dal comune presente in questi solchi.

L’intro di rito Third from the Black Closet è in realtà piuttosto spiazzante, presentando inizialmente lievi suoni e beat elettronici per poi aumentare di intensità con l’apparizione di suoni orchestrali e di una forte teatralità, che sul momento fa pensare al prossimo esordio di un disco symphonic o power metal. Tale premessa viene spazzata via quando Old Deception fa la sua mastodontica entrata in scena, presentandosi già da subito come il perfetto manifesto del sound del gruppo: si mette infatti in mostra subito il riffing pesantissimo ed a metà tra groove e melodeath scandito all’unisono da Dani e Mylves (rispettivamente chitarra e basso della formazione umbra) sostenuto dalla batteria debordante di Naked, il tutto completato dal growl basso e cavernoso del singer Brian che gli da una marcia in più. La struttura alterna inoltre strofe con lunghe frazioni più cadenzate e brevi fughe nervose, il cui unico punto fisso è una potenza spiccata, e ritornelli lenti ma pure più apocalittici, grazie allo scream estremo di Brian e a trame di chitarra oblique ed arcigne; ottima anche la sezione centrale, vorticosa seppur forse un po’ breve, ma che comunque riesce a dare un ulteriore quid ad una opener di qualità assoluta. Con Raining Fire si svolta prepotentemente su una velocità e su un dinamismo più alto, in cui a farla da padrona sono le ritmiche della chitarra di Dani che passano dal riffage principale, esplosivo ed aperto, a strofe più cupe e complesse, nonostante la loro discreta potenza; queste ultime giungono a bridge che rallentano come a prendere la rincorsa per poi diventare sempre più serrati e feroci, preludio a ritornelli che riprendono la falsariga principale rendendola più potente anche grazie all’alto cantato harsh di Brian, una vera garanzia. Più o meno il brano è tutto qui, ma nonostante ciò ogni suo istante incide meravigliosamente, tant’è che nel complesso è da annoverare sicuramente tra gli episodi migliori del disco. La seguente The Breed è stata eletta dalla band ideale singolo di Rebellion (ne è stato infatti girato il videoclip) e non per caso: il suo riff principale, che entra subito nel vivo, è meno aggressivo che in precedenza, grazie al fortissimo ascendente melodeath sia musicale che di mood, riuscendo il pezzo infatti ad essere anche intenso sentimentalmente; tale passaggio ci conduce poi a strofe spezzettate e di retrogusto metalcore, strane e dissonanti, puramente d’attesa, che dopo bridge convulsi ed ansiosi ci portano ai ritornelli, i quali di nuovo ripetono il tema di apertura, anche se con più aggressività. Da citare è anche la parte centrale, varia e piena dei giri arzigogolati della chitarra di Dani, sia in fase ritmica che in quella solista, ma che non solo non sembra troppo vorticosa o tecnica, ma riesce ad arricchire ulteriormente la canzone, che alla fine risulta qualitativamente inferiore solo alla precedente ed alla successiva.
Desecrated si avvia con lentezza, alternando una prima frazione groove oriented, diretta e che già da subito coinvolge a meraviglia, ad una interludio cadenzato che introduce un momento che presenta ancora un forte gusto melodeath, compreso il pathos conseguente. La canzone vera e propria si avvia a questo punto, estremamente ritmata e d’impatto, con una norma travolgente come un panzer e stacchi anche più convulsi, in cui l’eccellente Naked dimostra ancor meglio che altrove la sua tecnica spaventosa con brevi ma spettacolari passaggi. Gli unici momenti distesi sono invece i chorus, che recuperano i temi death e presentano anche una forte tensione sentimentale, convincente e che crea un piacevolissimo contrasto con la potenza delle ritmiche; fantastica è anche la parte centrale, ancora una volta piuttosto varia ma puntata tutta alla potenza, prima che il riff iniziale torni a concludere un vero e proprio gioiello, che insieme a Raining Fire si pone come il capolavoro del disco. Giunge ora Shame, che esordisce subito diretta con una norma tempestosa e dalle ritmiche scomposte, anche se è solo il preludio: la canzone vera e propria si divide invece tra momenti groovy e potenti ma anche di attesa, che soffrono un po’ di staticità, e momenti di fuga più heavy, che riescono invece a fare la differenza. Tra queste parti fanno capolino inoltre brevi aperture lente e piene di melodia, e tratti invece più serrati e potenti, che riprendono la parte centrale, come ad esempio quella che precede il buon assolo di Dani. Se questi ultimi funzionano, le parti più lente della canzone non convincono: è così che abbiamo l’unica traccia e del lotto convenzionale, piacevole ma non di qualità eccelsa come il resto di Rebellion. Torniamo su alti livelli con Messiah, song introdotta da un preambolo dall’appeal quasi metal melodico, che può spiazzare; è questo tuttavia solo un momento prima che il sound macinante tipico della band torni a fare il suo corso, presentando un riffage potente e piuttosto crepuscolare, che regge con poche variazioni l’intero pezzo, passando da momenti più potenti e deflagranti a strofe piuttosto cupe e d’attesa a ritornelli più lenti e che contrappongono la melodia della chitarra e della voce di Brian, che nonostante l’asprezza riesce a comunicare anche un certo pathos, ad una sezione ritmica movimentata, in un dualismo che funziona piuttosto bene. Si segnalano inoltre alcune variazioni all’interno del brano, come la comparsa a tratti di un bridge leggermente più animato rispetto a ciò che lo precede, oppure di una breve e dritta parte centrale, momenti dal songwriting comunque estremamente competente che riescono a rendere anche più di valore un episodio che brilla giusto un pelo al di sotto dei migliori dell’album. Un breve preambolo cadenzato e statico, poi la conclusiva Era parte in una fuga a perdifiato, la velocità media del brano è veramente elevata, sia nei momenti strumentali, davvero vorticosi e martellanti, sia nelle strofe, più contenute ma egualmente energiche e di forte dinamismo. L’unica parte che abbandona questa norma è l’accoppiata bridge/ritornelli, coi primi per metà ancora piuttosto veloci, per il resto lenti e distesi, che poi confluiscono in refrain strani, dissonanti e particolari, ma ad ogni modo estremamente efficaci. Ottima risulta anche la parte finale, tutta strumentale e dotata di velocità e di energia estreme; notabile anche il mood serioso e vagamente oscuro che avvolge il tutto, un altro punto di forza di una traccia che chiude il disco come meglio non si potrebbe.
Arrivati a questo punto, lo avrete capito, quest’album è un vero e proprio capolavoro, che può competere assolutamente ad armi pari con le uscite internazionali nel suo genere, ed il bello è che la band sembra possedere ancora margini di miglioramento (nella speranza che continui anche in futuro su queste coordinate stilistiche, senza cambiare di nuovo). Inutile aggiungere altro: se siete fan delle sonorità più moderne del metal, adorerete i Morganha. Fiondatevi perciò su Rebellion senza ulteriori indugi e fatelo vostro!

Voto: 93/100 

Mattia
Tracklist:
  1. Third from the Black Closet – 01:43
  2. Old Deception – 03:32
  3. Raining Fire – 04:07
  4. The Breed – 04:28
  5. Desecrated – 04:21
  6. Shame – 03:40
  7. Messiah – 03:24
  8. Era – 04:57
Durata totale: 30:12
Lineup:
  • Brian – voce
  • Dani – chitarre
  • Mylves – basso
  • Naked – batteria
Genere: groove/death metal
Sottogenere: melodic death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Morganha

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