Frustration – Humanity Through the Madness (2014)

Nel nuovo millennio, è divenuto veramente arduo trovare musica del tutto innovativa: la percezione comune è che ormai tutto sia già stato espresso, e che inventare qualcosa di radicalmente nuovo sia divenuto impossibile. Nonostante ciò, però, c’è ancora chi, magari prendendo elementi da generi diversi, riesce comunque ad essere almeno originale: è questo a mio avviso il caso dei Frustration, per esempio. La band nasce quasi per scherzo nel 2008 a Campobasso, da una costola dei blackster Sakahiter, e dopo un periodo di pausa torna in attività nel 2013 per produrre, l’anno successivo, il suo primo full lenght, intitolato Humanity Through the Madness, quasi un concept album sulla mente umana. Il genere espresso in esso è molto vario, incrociando una base di thrash fortemente influenzato dal punk, in special modo l’hardcore più estremo, con un forte ascendente black primigenio, riscontrabile sia in molte melodie che nello scream rozzo del cantante Hirpus, il tutto sormontato da un fortissimo influsso “roll” a rendere lo stile del gruppo anche più personale. Il risultato è ben descrivibile come il figlio di un’unione ideale tra i Motörhead ed i primissimi Bathory, con in più un bel tocco dai Black Sabbath originari, un genere insomma piuttosto inedito ed anche affascinante. Nonostante ciò, però, l’album ha anche molte pecche, come per esempio un songwriting ancora molto acerbo e da migliorare, per colpa del quale i brani sono a volte troppo simili tra loro e un po’ inconcludenti; anche gli arrangiamenti sembrano un po’ lasciati andare, e più in generale se tutti i particolari fossero curati maggiormente, la band riuscirebbe ad esprimere più convincentemente il proprio potenziale, che appare peraltro piuttosto alto. Una maggior cura avrebbe certamente reso migliore anche il sound generale dell’album, che è approssimativo e a volte pecca nel mixaggio (per esempio la voce che a tratti si sente pochissimo); nonostante ciò, però, è questo un difetto veniale, visto che una produzione così grezza e basilare sembra in fondo più che adatta alla proposta del gruppo.

Un breve intro sussurrato e con lievi effetti, poi il basso di Milkman segna l’entrata in scena della opener Doom of Life, brano sin da subito avvolgente  e dotato di discreta potenza, che alterna frazioni strumentali più contenute e dal retrogusto heavy’n’roll, e momenti invece più  rapidi ed incalzanti, caratterizzati anche dal cantato di Hirpus, che a tratti riescono pure ad incidere molto bene, grazie a passaggi sinistri e punkeggianti. Degna di nota anche la parte centrale, lenta e dal retrogusto quasi doom, probabilmente il momento migliore di una canzone che si rivela però in toto di qualità più che discreta, svolgendo bene il compito di aprire le danze. Dopo un altro preludio, stavolta possente e con dei colpi di pistola, la successiva Endorphin Madness si avvia subito veloce e serrata, con il rapido skank beat di Happy Luis su cui si posa il riff possente e vorticoso della coppia di asce Hirpus/Flarvula, per un momento assolutamente scatenato; la struttura della canzone alterna varie volte a questa parte dei momenti meno veloci ed a tratti anche meno coinvolgenti, seppur in altri frangenti riescano invece ad essere anche efficaci. Esempio di ciò è quando, al centro, questa parte prende il sopravvento: spuntano allora influssi più melodici nelle ritmiche, che risultano potenti al punto giusto; non c’è praticamente altro in questa canzone di meno di tre minuti, che trascorre brevissima ma lascia una sensazione più che discreta. The Worst Is Yet to Come si rivela sin dall’esordio un brano più punk-oriented degli altri, contando su riffage principale indicativo a tal proposito, anche se in seguito la canzone si fa più lugubre, con le influenze black che appaiono prepotenti e generano un’atmosfera avvolgente e molto oscura. Una durata estremamente contenuta (poco più di due minuti) non rovinano per il resto il pezzo, che riesce ad graffiare benissimo e si pone appena al di sotto degli episodi migliori della tracklist. Una strana introduzione, che riprende l’hard rock anni ’70 meno solare e più Sabbath-oriented, poi Healthy Inner Violence si indirizza su una norma molto più rapida e thrash/black-oriented, che va al punto molto rapidamente, alternando momenti più arcigni e strofe che presentano una certa seriosità ed anche un vago pathos, nonostante la loro aggressività non da sottovalutare. Nel corso della canzone tornano inoltre a tratti le influenze hard, specie nella lunga sezione centrale, che presenta anche un assolo carino, per quanto nel complesso la parte appaia un po’ statica; è questo il momento peggiore di una composizione che per il resto si rivela comunque più che godibile. Giunge ora My Demons, traccia che presenta ancora qualche ascendente doom nel catacombale preludio pieno di effetti sonori (che poi tornerà anche a concludere la canzone),  prima di abbracciare una norma dal riffing rumoroso e quasi confusionario, che a tratti riesce anche a coinvolgere bene, seppur non sia supportato molto dalla struttura. Questa è infatti piuttosto mutevole, e se la maggior parte delle parti è buona (come per esempio la frazione considerabile come il ritornello, tagliente e rapida, ma che può contare anche su una buona tensione emotiva), la loro fusione sembra un po’ scollata e disorganica, ed il complesso risulta perciò piacevole, ma nulla di più. E’ giunto il turno di Useless Tears, il primo di due pezzi sulla stessa falsariga: si tratta di un interludio che sullo sfondo di un arpeggio oscuro di chitarra dalla qualità di registrazione poverissima, probabilmente in maniera voluta, incolonna una serie di campionamenti anch’essi grezzi, tutti rumori di persone che piangono. Probabilmente il pezzo ha un suo significato profondo nel concept, che però a me sinceramente sfugge: lo trovo invece un interludio piuttosto dispensabile, anche se non da fastidio più di tanto, tutto sommato.

Si torna a qualcosa di più metallico con The Big Eyes, canzone che dopo un inquietante effetto di cuore che batte si avvia ancora a metà tra punk e thrash/black metal, con il d-beat di Happy Luis sotto a ritmiche taglienti e circolari, energiche e che riescono a svolgere bene il proprio compito. E’ più o meno tutto qui, visto che abbiamo un pezzo davvero lineare, con pochissime variazioni, peraltro abbastanza nascoste ad un ascolto disattento; nonostante ciò, ed a dispetto della vaga sensazione di già sentito, la canzone non è però certo da buttare, riuscendo anzi a risultare molto divertente. Dopo una risata sinistra parte Ace of Wands, un pezzo al contrario più scanzonato ed aperto, seppur ancora piuttosto violento, in cui la componente punk la fa da padrone, sia nelle strofe che nei ritornelli, che svoltano leggermente dalla norma essendo più oscuri e black-oriented, anche se non di molto. L’unico momento a non convincere è di nuovo quello centrale, che a buone ritmiche accoppia però cambi di tempo pressoché casuali ed effetti minacciosi che funzionano poco; per il resto però la canzone incide parecchio, ed alla fine dei giochi risulta decisamente valida. L’apertura di Wolf ‘n’ Roll, che segue, è spiazzante, con il suo stoner doom metal praticamente puro, sembra quasi di ascoltare un’altra band, anche se comunque l’effetto è del tutto convincente; tale norma si alterna con momenti leggermente più convulsi e di trademark Frustration, che però sono uniti a dovere al resto. Questi ultimi prendono presto il sopravvento, con una norma che, in principio ancora contenuta e di retrogusto doom, si fa presto tempestosa e rapida, nonché assolutamente travolgente, nonostante la sua semplicità, partendo in una fuga lunga e fomentante interrotta solo per qualche breve stacco. La parte iniziale torna quindi fuori per un attimo prima di spegnersi, ma la canzone ancora non è finita: la vera conclusione, dopo un breve sfogo della sezione ritmica, è di nuovo potente e veloce, mostrando ancora una volta il lato più energico di una canzone che coinvolge a meraviglia, risultando insieme alla seguente il meglio dell’album. Un riffage su cui presto appare il blast beat di Happy Luis è il breve preludio di Straitjacket, canzone e che può contare subito su un riffage da urlo, a metà tra thrash, black e punk, il quale è protagonista dell’intera song, accompagnando a dovere  i vocalizzi di Hirpus, qui particolarmente malvagi, anche quando il lungo rallentamento posto al centro, di nuovo con qualche influsso doom. A dominare il tutto è ad ogni modo un’energia devastante ed aggredente anche nei tratti meno movimentati, punto di forza di un brano che conclude questo uno-due da KO. E’ quindi la volta di Cemetery of Souls, canzone più distesa e melodica, che presenta un’inedita influenza melodeath nel riffage ed anche nell’atmosfera, che è meno feroce e più votata al pathos, specie nelle strofe. La sezione di centro è invece più hardcore e pestata, anche se comunque il senso della melodia che pervade tutta la canzone non viene mai meno, nemmeno in quei momenti della parte conclusiva che accelerano prepotentemente in skank beat: il risultato è un’altra traccia ancora molto buona, appena al di sotto delle precedenti. Siamo ormai in dirittura d’arrivo: con Reflections abbiamo un lungo outro che riprende alcuni elementi di Useless Tears, tipo il sibilo da vinile rovinato, e lo arricchisce di altre caratteristiche: ad esempio al posto della chitarra è presente un lungo solo di pianoforte, malinconico, quasi un notturno, che accompagna campionamenti stavolta più ampi, comprendenti cori da chiesa, urla disperate ed i singhiozzi già citati dal brano predecessore. Se  le trame del piano non sono male, il tutto è però spalmato su oltre sette minuti e mezza di durata, coi campionamenti che si ripetono e praticamente nessuna variazione: il risultato è un outro un po’ noiosetto e che per quanto simbolico ancora una volta non risulta granché comprensibile, chiudendo in maniera assolutamente inadeguata una seconda metà del disco che fino ad ora tirava su abbastanza la media generale dell’album.

Humanity through the Madness è insomma la prima prova di un ensemble dotato di uno stile fresco e personale, nonché di un’energia lodevole, ma che ancora deve maturare molto e riuscire a sfruttare appieno le proprie potenzialità, ancora inespresse per la maggior parte. Personalmente, ad ogni modo, non vedo l’ora di ascoltare il prossimo album dei Frustration: sono proprio curioso di sentire in che direzione si evolveranno e se riusciranno a raggiungere quegli alti livelli che sembrano per loro a portata di mano.

Voto: 68/100

Mattia

Tracklist:

  1. Doom of Life (round 1) – 04:13
  2. Endorphin Madness (round 2) – 02:43
  3. The Worst Is Yet to Come (round 3) – 02:05
  4. Healthy Inner Violence (round 4) – 04:46
  5. My Demons (round 5) – 04:32
  6. Useless Tears (intermezzo) – 02:42
  7. The Big Eyes (round 6) – 03:21
  8. Ace of Wands (round 7) – 03:46
  9. Wolf ‘n’ Roll (round 8) – 05:02
  10. Straitjacket (round 9) – 03:39
  11. Cemetery of Souls (round 10) – 05:33
  12. Reflections (outro) – 07:40
Durata totale: 50:02
Lineup:
  • Hirpus – voce e chitarra
  • Flarvula – chitara
  • MilkMan – basso
  • Happy Luis – batteria
Genere: thrash/black metal
Sottogenere: punk black metal/thrash ‘n’ roll

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