Falloch – Where Distant Spirits Remain (2011)

Se in musica l’originalità risulta nella stragrande maggioranza dei casi assolutamente lodevole, non è però una caratteristica strettamente necessaria, per la buona riuscita di un’opera. Un esempio tutto sommato calzante di questo fatto può essere il duo scozzese Falloch: seppur il loro nome non sia un tributo ma venga dalle cascate di Falloch, situate nel sud del loro paese d’origine, è comunque palese che il loro genere si ispiri, oltre che agli Alcest, soprattutto agli Agalloch più evoluti, dei quali rappresentano in pratica una versione leggermente più melodica (grazie per esempio alla quasi assenza di scream da parte del cantante Andy Marshall) ma meno ispirata e coinvolgente, nonché meno possente per quanto riguarda le atmosfere.  Ciò nonostante, come vedremo tra pochissimo il loro esordio Where Distant Spirits Remain non è un album da buttare, anzi: pur essendo derivativo ed ogni tanto anche un po’ noioso, abbiamo comunque un buon lavoro, che beneficia di qualche sparuto spunto folk in più rispetto alla band di Portland ed in generale di un talento discreto nel songwriting, nulla di trascendentale ma nemmeno di scadente.

Un arpeggio malinconico ed echeggiato, poi si avvia la opener We Are Gathering Dust, presentando da subito un riffage di retrogusto fortemente estremo, post-black metal a tutti gli effetti, che lascia presto spazio però ad una norma folk rock, su cui si presenta la voce eterea e del tutto pulita di Marshall. Questo tipo di strofa si alterna quindi con ritornelli più potenti, anche se gli elementi metallici sono ancora pochi, ed a dominare sono le sei corde acustiche, per un effetto malinconico e vagamente infelice, che riesce ad avvolgere bene. La seconda metà della canzone si presenta quindi con un’apertura molto soffusa, con la sola chitarra folk accompagnata da lievi effetti ambientali e sintetici in sottofondo, un momento piacevole anche se forse troppo statico e minimale, che riesce ad incidere solo quando si avvia una progressione più seriosa e diretta, in cui la musica si fa sempre più densa di strumenti ed energica fino al ritorno prepotente del metal,  con addirittura il blast beat di Scott McLean che esce fuori, un momento di pura potenza che conclude infine una canzone di qualità più che discreta, seppur soffra dei difetti già elencati per il disco. La successiva Beyond Embers and the Earth si avvia subito con un riffage ancora piuttosto black-oriented, il quale presenta però una fortissima iniezione di melodia, accompagnato al meglio dai vocalizzi e generante sin da subito una forte tensione emotiva,  che raggiunge l’apice col semplice ma meraviglioso assolo di flauto di Marshall. Dopodiché, il brano svolta in senso soffice, con una norma più folk ed armoniosa, un breve momento di calma prima che il tutto torni su lidi di chiara derivazione black. Questo tipo di struttura si ripete variando però di parecchio la formula, con strofe metalliche simili alla precedente ma anche più placide e distese, momenti dominati da bei lead di chitarra, divagazioni più lunghe ed espanse, e così via; degna di nota inoltre la “sciamanica” seconda parte della traccia, che su un arpeggio di chitarra piazza un bello stuolo di percussioni, che le danno più corpo, preludio ad una falsariga più elettrica ma sempre piuttosto lieve che poi si fa ancor più soft, sancendo in questo modo il finale di una canzone ottima, sicuramente tra i momenti migliori di Where Distant Spirits Remain. I giochi si fanno ancor più atmosferici con Horizons, lungo interludio dominato totalmente dal flauto su un tappeto di suoni indefiniti, come di lievi violini ed un coro celestiale, per un effetto di pace e tranquillità. Non c’è molto altro, nella traccia, a parte l’entrata in scena in sottofondo di percussioni e della chitarra acustica a metà della durata, che rende la norma leggermente più sfaccettata; nonostante la sua uniformità, abbiamo comunque un pezzo piacevole.

Un intro appena udibile di effetti viene interrotto in maniera lieve da un arpeggio di chitarra ancora una volta echeggiata e lontana; subito dopo, la Where We Believe vera e propria deflagra, con la relativa potenza delle ritmiche metalliche molto rafforzata dalla potenza del feeling sprigionato, sin da subito intenso. Momenti più heavy si alternano quindi con strofe più intimiste e leggere, in cui a dominare sono per l’ennesima volta toni di nostalgico folk; tutto ciò ci conduce all’apoteosi che sono i ritornelli, molto lenti e pieni di pathos, che riescono a dare al tutto una marcia in più. La struttura è inoltre piuttosto semplice, prima di variare per la seconda metà, del tutto strumentale, in cui inizialmente residui metal si uniscono ad elementi folk ed alle tastiere per creare una parte disimpegnata e sognante, quasi un momento di tranquillità in mezzo all’infelicità del resto; tale sensazione si conferma anche nella seconda parte della sezione, che cresce sempre più in potenza fino a raggiungere livelli altissimi, con il blast beat ed un riff circolare ma melodico, coadiuvato da una tastiera atmosferica di sottofondo che rende il tutto trionfale e glorioso. Tale parte va avanti abbastanza a lungo prima di concludersi con un momento anche più trascendentale, retto prima dalla chitarra e poi dalla sola voce dell’ospite Carine Tinney sopra le tastiere; nonostante il tutto si svolga su una durata di oltre dieci minuti, però, non annoia, anzi coinvolge molto bene, il miglior episodio dell’album insieme a Beyond Embers and the Earth.

The Carrying Light esordisce a metà tra post rock e folk, per poi proseguire su questa strada anche sotto alle strofe, evocando un mood lirico ed ancora una volta infelice e potente, grazie anche alle puntate, di tanto in tanto, degli strumenti folk; anche le ritmiche distorte e pesanti fanno la loro comparsa solo a tratti, senza peraltro incidere, visto il loro scopo puramente atmosferico. La faccenda si fa pure più soft al centro, in cui la musica si apre del tutto prima che il post rock rientri di nuovo in scena anche con discreta pesantezza, seppur di elementi metal ancora ve ne siano pochi. Essi hanno infatti spazio solo, dopo un altro momento etereo, nella parte solistica che conclude il brano, piuttosto arzigogolato ed anche discretamente graffiante con la sua carica di pathos, unico momento vagamente esplosivo in una canzone altrimenti considerabile a tutti gli effetti come una ballad e di valore non disprezzabile. Un altro preludio molto folk-oriented, con percussioni, flauto e chitarra acustica lascia presto spazio all’esplosione di To Walk Amongst the Dead, traccia abbastanza particolare, potente ed in cui sotto al bel riffage si mette in mostra soprattutto il basso di Marshall, sferragliante e di gusto post-metal: tutta la frazione è in effetti avvolta dal flavour di quest’ultimo sottogenere, prima che la canzone cominci ad alternare, come da trademark Falloch, momenti più soffusi e retti dalla chitarra acustica, piacevoli anche se in questo caso un pelino troppo statici per i miei gusti. I momenti più heavy funzionano invece a meraviglia, risultando emozionanti e molto efficaci; purtroppo, però, la struttura non li aiuta, incolonnando sempre le stesse due norme per oltre metà dei dieci minuti della song. Il tutto si fa difatti più interessante quando cambia coordinate, che divengono più movimentate per un po’ pur rimanendo nel folk, prima di decadere totalmente in maniera più soffusa che in precedenza, per un tratto d’attesa che ci conduce, con un crescendo rapido, verso la parte conclusiva. Questa presenta una norma più metallica, ancora di versante post, già molto intensa ed infelice, aiutata pure da tastiere sinfoniche che rendono l’effetto anche più potente, una chiusura convulsa e vorticosa che contribuisce molto alla riuscita di un episodio che alla fine dei giochi è se non altro di caratura discreta, per quanto discontinuo. A questo punto l’album è finito, ma c’è spazio ancora per un outro dal titolo Solace, che dopo qualche rumore iniziale vede l’entrata in scena di un pianoforte soave e delicato, che lentamente ci conduce alla fine, facendosi giusto leggermente più forte in conclusione; il risultato è un finale di pura atmosfera, adatto per un lavoro di questo genere.

Nonostante non sia un granché amato dai fan del loro genere, a mio avviso Where Distant Spirits Remain è un buon album, con spunti ottimi ed una qualità media non disprezzabile. Se insomma siete amanti di Agalloch ed Alcest potrete trovare nei Falloch un gruppo interessante, a patto però di non ricercare a tutti i costi l’originalità; in quest’ultimo caso, infatti, gli scozzesi non fanno proprio per voi, a quel punto meglio tornare ad ascoltare gli originali.

Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:

  1. We Are Gathering Dust – 08:49
  2. Beyond Embers and the Earth – 08:13
  3. Horizons – 03:48
  4. Where We Believe – 10:23
  5. The Carrying Light – 06:08
  6. To Walk Amongst the Dead – 10:32
  7. Solace – 03:27
Durata totale: 51:20

Lineup:
  • Andy Marshall – voce, chitarra, flauto, basso
  • Soctt McLean – tastiera, pianoforte, batteria
Genere: folk metal
Sottogenere: atmospheric folk/neofolk/post-black metal

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