Deicide – The Stench of Redemption (2006)

2004: la lunga parabola dei Deicide, che li ha portati ad essere annoverati tra i “big five” del death metal statunitense, sembra al capolinea. I rapporti interni alla band si sono ormai deteriorati, e di sicuro l’uscita proprio quell’anno di Scars of the Crucifix, album migliore del brutto In Torment in Hell (2001) ma comunque lo stesso non molto amato dai fan, certo non aiutò al clima generale. Più tardi nello stesso anno, la situazione precipitò totalmente: i fratelli e fondatori Brian ed Eric Hoffman decisero di abbandonare la band, privandola di entrambe le sei corde. Nonostante anche alcuni tra gli amanti del gruppo a quel punto chiedessero a gran voce lo scioglimento, Glen Benton e Steve Asheim decisero invece di andare avanti, perseverando col nome Deicide: assoldati due chitarristi d’eccezione come Ralph Santolla e Jack Owen, il gruppo tornò a rinchiudersi in studio. Frutto di quella sessione fu l’uscita, nel 2006, di The Stench of Redemption, album che rilanciò il nome dei floridiani, grazie ad un sound rinfrescato (pur presentando tutti i trademark del gruppo) e che, come non succedeva da un po’ di tempo fino ad allora, riesce di nuovo ad incidere a dovere. Seppur  il lavoro non sia esente da qualche difetto (come l’essere a tratti un po’ di mestiere, oppure gli assoli che a volte si assomigliano un po’ troppo tra loro), come vedremo tra poco si rivela difatti un’ottima prova, potente e che seppur si ponga ad un livello inferiore ai dischi storici degli americani, accanto ad essi riesce comunque nel difficile compito di non sfigurare.

Dopo un breve intro già piuttosto tempestoso ma su tempo medio, il disco si apre con la titletrack The Stench of Redemption, pezzo che avvicenda momenti  ancora contenuti ritmicamente, che riprendono i temi del preludio, e frazioni invece devastanti in blast beat, possenti ed estremamente vorticose, che si alternano rapidamente, senza dare all’ascoltatore un momento di fiato, coadiuvati benissimo dai vari scambi scream-growl di Benton. A questa norma fa eccezione solo la lunga parte centrale, da pura estasi metallica e che seppur sia anch’essa per gran parte serrata e piena di cambi di tempo ha comunque una serie di assoli rapidissimi ma anche discretamente melodici, il momento più d’apertura di una canzone che per il resto dimostra già bene quale sarà l’impatto sprigionato da questo disco. Death to Jesus, che segue, è se possibile ancor più compatta e diretta della precedente, con il suo riffage iniziale mastodontico con un vaghissimo retrogusto addirittura black che crea immediatamente un muro sonoro impenetrabile e potente. Si prosegue, tra vari cambi, fino al cuore della song, che consta di momenti ancora contenuti e lugubri a punteggiare una struttura altrimenti rapidissima e feroce, che incide a meraviglia per gran parte della sua durata. Nonostante, come da norma death metal, la canzone sia molto varia e cambi ritmo rapidissimamente, riesce lo stesso ad avere una personalità ben distinta, la scrittura è di altissimo livello qui; buonissimo anche l’assolo centrale, più melodico che nella opener, ma senza che ciò stoni col resto, rendendo anzi pure più oscura una traccia che si pone certo tra le hit assolute del disco. Dopo uno schiacciasassi del genere, la band decide di piazzare ora una composizione più contenuta, Desecration, che non esagera quasi mai con la velocità, alternando infatti strofe pesantissima ma solenni, ritornelli leggermente più pestati  e ritmati ed anche momenti più lenti, che puntano maggiormente sull’oscurità che sull’energia. Nella sua semplicità, il tutto funziona abbastanza bene, ad eccezione della sezione solistica messa al centro, che parte in blast beat e ricalca moltissimo la parte analoga della title-track, unico momento sottotono di un episodio in generale molto buono. Si ritorna su livelli eccezionali di frenesia con Crucified for the Innocence, canzone che riesce ad incidere grazie non solo a ritmiche pesanti come schiacciasassi, ma inaspettatamente anche ad una vena melodica inedita, che nella struttura non troppo intricata del brano viene fuori solo a tratti nelle strofe, esplicandosi però compiutamente nei chorus, quasi a livelli melodeath per le loro armonie chitarristiche, seppur il tutto sia reso più movimentato e potente dal blast beat di Steve Asheim. Incidono a dovere anche i momenti di pura pesantezza che punteggiano la song (di solito dopo i ritornelli), ed anche il breve assolo posto al centro fa il suo: il risultato è una canzone che riesce a graffiare molto bene.

Walk with the Devil in Dreams You Behold si avvia sin da subito con il suo rifferama portante, incalzante, in qualche modo evocativo e dall’influenza quasi classic metal, che dominerà buona parte della traccia, seppur alternandosi con momenti invece più tipicamente Deicide, retti come sono dal blast beat e dal solito riffage “a motosega”, che però non rompono il mood particolare della traccia, incalzante e fortissimo. Quest’ultimo, insieme all’eccellente prestazione di Benton, è il vero punto di forza della song, che anche per questo risulta non solo tra i pezzi che spiccano di più, ma anche appena al di sotto agli episodi migliori del disco. Come la precedente, anche Homage for Satan brilla per l’energia devastante del suo riffage, qui movimentato e che si adatta bene allo skank beat di Asheim, per un effetto di assoluta potenza, che si fa anche più intenso e feroce coi chorus, convulsi e vorticosi, quasi cacofonici pur nella loro efficacia estrema. Condisce il tutto una parte centrale ancora una volta caratterizzata dai duelli al fulmicotone tra Santolla ed Owen, che nonostante sappia di già sentito stavolta graffia a meraviglia, ciliegina sulla torta di uno degli episodi più efficaci dell’intero disco. In Not of This Earth è di nuovo la velocità a dominare, anche i momenti più “tranquilli” sono infatti di tempo abbastanza alto, il che accoppiato ad una struttura sempre in movimento e che va al punto molto rapida, genera un affresco apparentemente caotico, ma che riesce lo stesso ad incidere molto bene. La parte solistica stavolta graffia discretamente, ma è anche la frazione inferiore di un pezzo che comunque è di buona qualità, seppur non all’altezza della canzone che la precede. Il riffage principale di Never to Be Seen Again  è leggermente meno incisivo che altrove, ed anche se le strofe sono molto ben possenti, la song comunque ha un che di incompleto, che a tratti la fa sembrare troppo statica, nonostante la velocità media molto alta. La parte migliore di questa norma sono i refrain, piuttosto tenebrosi e d’impatto; la solita parte centrale solistica stavolta non impressiona né convince, ed è perfettamente indicativa di un pezzo che seppur decente, chiude l’uno-due di brani con meno personalità e qualità di The Stench of Redemption. Quest’ultimo si ritira però su nel finale con The Lord’s Sedition, pezzo che su un tappeto di suoni sordi, cavernosi e di lead presenta un cupo arpeggio di chitarra acustica, generante l’atmosfera oscura che il deflagrare del corpo della canzone, ancora piuttosto lento e crepuscolare, conferma in pieno. In questo preludio, che va avanti piuttosto a lungo, si mettono ancora brevemente in mostra i due chitarristi, con trame che sfiorano a tratti il neoclassico; il tutto crea un’aspettativa che poi ad un certo punto si conferma, quando la composizione accelera prepotentemente e comincia una fuga in blast beat che ha del travolgente, grazie al riffage estremamente tempestoso e circolare, puramente death, ed ai vocalizzi di Benton, che rendono il tutto anche più feroce e rabbioso, oltre che alle accelerazioni che la rendono pure più convulsa. Degna di nota anche la parte centrale, più lenta ma che genera un mood estremamente lugubre, arricchendo la canzone ancor di più, prima che la norma principale torni in scena anche più compatta che in passato, e vada quindi a concludere, dopo quasi sei minuti, il pezzo che insieme a Homage for Satan e Death to Jesus è il migliore del disco.

I meno di quaranta minuti di The Stench of Redemption non sono solo il segno della resurrezione dei Deicide, ma più in generale un buonissimo lavoro nel proprio genere, coinvolgente al punto giusto e che saprà fare la vostra felicità se amate questo genere di sonorità. Certo, se poi siete alla caccia solo e soltanto dei capolavori del death metal, allora forse dovreste più concentrarvi sui primi dischi dei floridiani; io credo tuttavia che sottovalutare quest’album sia un errore, ed il mio consiglio è di recuperarlo assolutamente!

Voto: 84/100

Mattia
Tracklist:
  1. The Stench of Redemption – 04:09
  2. Death to Jesus – 03:53
  3. Desecration – 04:31
  4. Crucified for the Innocence – 04:35
  5. Walk with the Devil in Dreams You Behold – 04:58
  6. Homage for Satan – 03:59
  7. Not of This Earth – 03:19
  8. Never to Be Seen Again – 03:24
  9. The Lord Sedition – 05:47
Durata totale: 38:35
Lineup:
  • Glen Benton – voce e basso
  • Jack Owen – chitarra
  • Ralph Santolla – chitarra
  • Steve Asheim – batteria
Genere: death metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento