Stream of Passion – A War of Our Own (2015)

Sono tornati sulla scena gli Stream of Passion! La notizia non passerà certo inosservata per gli amanti del prog/symphonic, dal momento che la band olandese col passare degli anni si sta a grandi passi ritagliando uno spazio tutto suo nella scena a livello  internazionale. La quarta fatica in studio della band porta il nome di A War Of Our Own, e fin dai primi secondi si presenta molto, molto interessante. Se siete curiosi di scoprire il perché, non vi resta che leggere questa recensione tutta d’un fiato.

Si parte con Monster,  il primo pezzo dell’album di cui uscirà un videoclip a breve. È il pezzo adatto che fa da introduzione all’ascolto di questo platter, e si apre con una coraggiosa ed apprezzabile intro che mischia saggiamente il symphonic e il prog, tratti caratteristici della band fin dalla nascita della stessa. Il pezzo è indubbiamente il più adatto perché è perfettamente in grado, con i suoi 5 minuti abbondanti, di catapultarci in un attimo nell’avvolgente atmosfera che il gruppo ha saputo costruire in questo nuovo lavoro. Il ritornello è di quelli che ti restano nella mente per giorni e magari ti ritrovi a canticchiare un po’ dappertutto, perché risulta essere parecchio orecchiabile e si fonde abbastanza bene con tutta la composizione. Al secondo posto nella scaletta troviamo A War Of Our Own, title-track di questo album. Il mantra che il pezzo segue è più o meno lo stesso, ma con una leggera differenza. In questo secondo pezzo infatti iniziano ad uscire fuori anche le influenze gothic che il gruppo ha saputo saggiamente raccogliere in questo decennio di carriera. Il palm mute della chitarra che si mischia con l’ingresso in scena degli archi è una caratteristica che accomuna un po’ tutti i pezzi dell’album, ma la cosa non sembra comunque incidere eccessivamente sulla qualità innegabile del prodotto in questione. Con The Curse, il gruppo ci fa presente che ci stiamo addentrando nel cuore dell’album, e preme leggermente il piede sull’acceleratore. Intro sensibilmente più ritmata ed enfatizzata delle prime due songs del disco, che dà il via ad un pezzo buono ma non troppo, che però ci fa già pregustare qualche ottimo momento che analizzeremo in seguito. Al quarto posto troviamo Autophobia. Il pezzo in questione è l’emblema della maturità compositiva raggiunta in pochi anni dalla formazione olandese, e, sebbene sia ancora abbastanza legato allo stile proposto dalla band fin ora, risulta essere uno dei momenti migliori dell’album e si staglia indubbiamente uno o due gradini più in alto di quanto sentito fin ora. Da premiare. Il suo finale pieno di emozione ci porta dritti alla prossima canzone, che va sotto il titolo di Burning Star. La band adesso ci presenta quello che è il cuore dell’album, e lo fa continuando ad accelerare sempre di più. Burning Star è costruita su un andamento decisamente altalenante che alterna tempi incalzanti a brusche frenate, per poi passare ad una seconda parte dalle sonorità prog che erano state un po’ messe da parte nei pezzi precedenti.  Infine, però, sembra passare senza lasciare nulla di particolarmente esaltante e scivola via come una filler posta più o meno a metà del nuovo album degli Stream of Passion. Alla metà esatta del disco la band piazza For You, che per sonorità, durata e carica emotiva può essere definita come la “gothic ballad” dell’album. Il pezzo spacca esattamente in due il platter: se nella prima metà la band olandese aveva proposto una serie di pezzi che, più che a stupire con grandi giochi di tecnica e scrittura, puntavano più a farci immergere nella sognante atmosfera del disco, da Exile in poi il disco cambia direzione. L’intro di questa settima canzone porta un messaggio chiarissimo: il pedale dell’acceleratore è schiacciato quasi al massimo e il gruppo dà una chiara scossa all’album.  Ancora una sana scarica di progressive che nel grande calderone olandese viene mischiata ad un arrangiamento orchestrale di stile prettamente “cinematografico”. Non mancano i rallentamenti e l’immancabile vena melodica del gruppo, ma il disco è profondamente cambiato  e questo è innegabile. Ottavo pezzo sulla lista è la particolare Delirio. Il gruppo continua a dare scosse di novità all’album e tira fuori un pezzo cantato interamente in spagnolo, presumibilmente con dei tratti messicani, dal momento che la cantante, Marcela Bovio, ha chiare origini sudamericane. Parte lentamente, e si assesta su ritmi e sonorità leggermente “sudamericaneggianti”, per poi sfociare nel genere tanto caro ai Nostri, che sfornano un altro pezzo degno di nota. Alla nona posizione sul disco, è piazzata la variegata Earthquake. Altro esempio lampante della maturità compositiva della band, che ci presenta un altro pezzo non proprio un pezzo semplicissimo, per cui vanno sicuramente premiati ancora una volta per il loro coraggio e la loro voglia di fare, che nella musica non guastano mai. Con Secrets, veniamo trasportati in un’ ambientazione dark, circondati da suoni avvolgenti e mai monotoni. Di questo pezzo si può soprattutto apprezzare la buona ritmica delle chitarre ed un corto assolo più o meno a tre quarti di canzone. Nei sei minuti della successiva Don’t Let Go possiamo invece notare un rapido ritorno allo stile iniziale dell’album, ma il pezzo è comunque farcito delle peculiarità che caratterizzano la seconda parte del disco e per questo resta ascrivibile a quei pezzi che risaltano maggiormente da questo A War of Our Own. Circa a metà, la cantante recita in un parlato messicano pieno di pathos, che precede un deciso assolo alle sei corde che ci trascina verso l’ultima, coinvolgente, parte della song in questione. Il disco si chiude infine con Out of the Darkness, che ancora una volta rimarca il fatto che questo gruppo merita parecchio e si sta guadagnando con fatica il suo posto nella scena mondiale per quanto riguarda il progressive sinfonico. L’ottima performance vocale della Bovio chiude un disco diviso in due, che nella prima parte spiazza per la sua forte carica emotiva mista ad un prog leggermente succube del sinfonico, che nella prima parte trova la sua giusta misura e riesce a mischiarsi in modo ottimo ad esso. In conclusione, questo disco è la prova che in un genere perennemente alla ricerca di atmosfera ed emozione, gli Stream of Passion hanno trovato la loro dimensione e si stanno prepotentemente facendo sentire.

Voto: 80/100

Francesco
Tracklist:
  1. Monster – 05:53
  2. A War of Our Own – 04:10
  3. The Curse – 04:24
  4. Autophobia – 03:48
  5. Burning Star – 03:44
  6. For You – 03:01
  7. Exile – 05:10
  8. Delirio – 05:02
  9. Earthquake – 04:27
  10. Secrets – 04:39
  11. Don’t Let Go – 06:00
  12. Out of the Darkness – 04:43
Durata totale: 55:01
Lineup:
  • Marcela Bovio – voce, violino
  • Eric Hazebroek – chitarra
  • Stephan Schultz – chitarra
  • Jeffrey Revet – tastiere
  • Johan Van Stratum – basso
  • Martijn Peters – batteria
Genere: symphonic progressive/gothic metal

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