Poisonblack – A Dead Heavy Day (2008)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEA Dead Heavy Day (2008) è il terzo album dei Poisonblack, band di Ville Laihiala dopo lo split dei Sentenced.
GENEREUn gothic metal variegato e con molte influenze. 
PUNTI DI FORZAUn songwriting competente, uno stile originale rispetto alla media del genere. 
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIBear the Cross (ascolta), A Dead Heavy Day (ascolta), Lowlife (ascolta)
CONCLUSIONIA Dead Heavy Day è un album molto buono, consigliato con calore ai fan del gothic metal.
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube | Spotify | Soundcloud
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon  |Ebay 
SCOPRI IL GRUPPO SU:Sito ufficiale | FacebookYoutube | Spotify | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
81
COPERTINA
Clicca per aprire

Tra i gruppi “malvisti” (in fondo non pochi all’interno del macrogenere metal) esistono quelli che sono tali perché la loro musica non va a genio al fan medio del loro genere di appartenenza, e poi vi sono quelli che sono disprezzati per faccende che con la musica da essi prodotta ha poco o nulla ha a che fare. Tra questi ultimi figurano sicuramente i Poisonblack: la band è infatti fortemente osteggiata dai suoi detrattori, che criticano la loro notevole lontananza dai fasti del gruppo precedente del mastermind Ville Laihiala, quei Sentenced che nonostante lo scioglimento del 2005 sono rimasti nel cuore di tantissimi fan. Come spesso accade in questo casi, ciò è un vero e proprio peccato: i finlandesi si distinguono infatti dal mare di gruppi del genere per non essere semplicemente emuli degli Him o dei The Rasmus in versione leggermente più metal come tanti connazionali, ponendo attenzione non solo sul fascino del cantante ma anche sul valore della musica. Il risultato è stato l’uscita di album buoni e ben sopra alla media della branca del gothic a cui l’ensemble appartiene, come è per esempio il lavoro che questa recensione prende in esame, A Dead Heavy Day del 2008. Come vedremo tra poco, infatti, è questo un album che nonostante si protenda molto verso il mainstream, come del resto da norma del suo particolare sottogenere, si rivela comunque convincente anche se preso come lavoro metal, riuscendo con la propria varietà e la competenza del songwriting a coinvolgere anche chi, come me del resto, preferisce ascoltare bei riff e melodie maschie che armonie ruffiane e catturanti ma vuote e senz’anima.

Apre le danze Introuder, un tranquillo ed espanso preludio fatto di lievi suoni dal retrogusto più che blues, qualche secondo che ci introduce quindi alla opener vera e propria, Diane. Quest’ultima si rivela sin da subito un pezzo abbastanza atipico, per il disco e per la band: abbiamo infatti un potente brano di metal moderno dall’appeal vagamente blues che lo rende accostabile quasi al southern, più che al gothic metal. In ogni caso, la struttura è semplice, e ci conduce da momenti in cui il riffage portante esplode con tutta la sua energia alle strofe, più cadenzate e dominate spesso dallo sferragliante basso di Antti Remes, fino a giungere all’accoppiata bridge-ritornelli, coi primi anche più movimentati mentre i secondi sono maggiormente riflessivi, risultando anche il momento più gothic-oriented della canzone col loro discreto carico di pathos. Buono anche il breve assolo centrale, come di qualità sono i vari arrangiamenti qui presenti: il risultato è una canzone magari non memorabile ma comunque estremamente godibile. Con la successiva Left Behind giungono finalmente sonorità più classicamente gothic, come dimostrano immediatamente il riff principale, accompagnato da lead oscillanti, e le strofe aperte, a tratti rallentate e caratterizzate da un lieve quanto drammatico pianoforte, oltre che da un mood caldo e infelice. I ritornelli sono invece più movimentati, anche se, grazie a una melodia che graffia poco, risultano paradossalmente la parte meno efficace della canzone, pur rivelandosi discreti. Decisamente ottima è invece la parte centrale, più oscura del resto e che presenta anche un bell’assolo delle tastiere di Marco Sneck, arricchendo in tal modo una canzone che risulta ancora ben piacevole. Giunge quindi Bear the Cross, un’altra traccia tipica per il genere dei Poisonblack, con strofe seriose e d’attesa che si scambiano con ritornelli invece esplosivi ed estremamente catchy, in una struttura ancor più semplice che in passato, corredata da un’atmosfera intensa e romanticamente decadente. Nonostante la sua linearità ed anche il suo pieno rientrare all’interno di determinati canoni, la canzone non appare affatto stucchevole, incidendo anzi a meraviglia e risultando non solo il singolo perfetto ma anche uno dei pezzi che spiccano di più del lotto. E’ ora la volta di A Dead Heavy Day, traccia sin da subito molto più lenta ed intimista, grazie al ritmo lento del drummer Tarmo Kanerva su cui si adagia inizialmente un riff potente ma molto espressivo, sostituito nelle strofe dal pianoforte che accompagna le chitarre, finite in sottofondo, per poi tornare, più rapido e possente, nei solenni bridge; il momento migliore di questa progressione sono però probabilmente i refrain, emotivamente ancora molto forti e disperati, una delle parti più d’effetto dell’intero disco. Molto valida è anche la seconda frazione del tutto strumentale, in cui Sneck si mette ancor di più in mostra rispetto al resto della canzone, sigillo perfetto per un altro degli episodi migliori del disco di cui è title-track. Torniamo a qualcosa di più aperto ed esuberante con Me, Myself & I, episodio a tinte moderne e che ancora una volta sfrutta tutti i cliché del gothic, pur senza essere troppo banale: al dualismo tra riff pesante e tastiera movimentata vengono alternate perciò strofe con quasi un botta e risposta tra la chitarra ritmica di Janne Markus e voce di Laihiala, per poi andare verso bridge quasi sussurrati e quindi ritornelli liberatori, dominati dalle keys ed ancora una volta molto orecchiabili, che si stampano facilmente nella mente dell’ascoltatore senza poi riuscire ad uscire. Buono, anche se forse stavolta meno che in precedenza, è anche il solito assolo di Sneck e Laihiala, indicativo di un pezzo che pur non brillando troppo riesce a svolgere egregiamente il suo compito.

La ballad di rito, intitolata semplicemente X, vede il ritorno delle influenze blues rock già sentite all’inizio del platter: il ritmo che regge le strofe, come in maniera vaga anche l’arpeggio della chitarra acustica, ricordano infatti da vicino questo genere, ed anche Laihiala cerca di imitarne il cantato tipico. I chorus virano invece prepotentemente su qualcosa di più vicino al gothic della band, con la loro carica di depressione ed anche una reminescenza alternative, che li rende molto catchy e ruffiani, seppur l’intensità sentimentale, apparentemente genuina, non manchi. Degna di nota anche la parte centrale, che dopo un primo sfogo metallico torna ancora una volta al blues, con un bell’assolo del band leader che è probabilmente tra le cose migliori di quest’ottima ballata, molto coinvolgente e piacevole. Si torna a qualcosa di più teso con Human-Compost, song rapida (almeno per i canoni del genere) e diretta al punto, che alterna strofe già piuttosto animate, seppur anche spezzettate, e refrain pure più movimentati ed energici, seppur riescano anche ad evocare di nuovo un buon feeling nostalgico. Quest’accoppiata funziona discretamente, pur non essendo tra le più riuscite del disco, anche perché sa un pochino di già sentito; la sezione migliore è difatti quella breve posta la centro, più vorticosa ed aggressiva, che tira su leggermente una canzone non imprescindibile, anche se piacevole. La frenesia decade ancora con The Days Between, episodio già dalle prime battute disteso su un tempo medio basso dalle ritmiche che si alternano tra momenti pure abbastanza granitici e forti aperture dominate dagli effetti di Sneck e dalla voce di Laihiala, sul tappeto indistinto creato di chitarra e della sezione ritmica; tra i primi, spiccano i ritornelli, dominati da una melodia vocale di nuovo molto catchy, che riesce ad incidere molto bene, mentre tra i secondi da citare assolutamente è la prima metà della sezione centrale, che prelude a un secondo tratto piuttosto cupo e pestato, in un accoppiata che risulta la parte migliore di una song comunque in toto ben godibile, per l’atmosfera sorniona ma infelice che l’avvolge tutta. Si riparte nuovamente con Hatelove, pezzo dominato da una certa urgenza che ci conduce velocemente dalle strofe, quasi rockeggianti ed in cui Laihiala quasi duetta con se stesso grazie all’alternanza tra cantato pulito ed effettato, ed i chorus, circolari e fortemente drammatici, oltre che molto cadenzati, riuscendo in questo modo ad essere molto incisivi nel mood. Il tutto si esplica inoltre su meno di quattro minuti di durata, presentando una struttura lineare che si discosta dalla più classica delle forme-canzone solo per la breve sezione soffusa posta al centro, precedente l’assolo, ma nonostante ciò comunque funziona a dovere, risultando un gran bel pezzo. La seguente Lowlife è un episodio che fa del dinamismo la sua forza assoluta, constando sin da subito di un up-tempo che riesce a coinvolgere a meraviglia, passando in breve da strofe d’attesa e dritte a ritornelli orecchiabili ma anche di pura e cristallina energia, che riescono facilmente a scatenare l’ascoltatore. Anche la sezione solistica è in linea col resto della canzone, anche per qualità, valorizzando pure di più uno dei brani che anche per questo è uno dei più validi dell’intero album. Siamo ormai agli sgoccioli: il disco si chiude con Only You Can Tear Me Apart. Classico pezzo lungo conclusivo, essa si apre con una lunga introduzione soffusa e dominata da toni acustici, che fa pensare ad un nuovo, espanso lento. Quando meno lo si attende, però, la canzone esplode con potenza elettrica, seppur ancora su alti livelli melodici; pian piano, però, la progressione la conduce in territori più heavy e duri, seppur ancora a tratti caratterizzati da squarci più soffici come quello centrale, in cui Laihiala mette in mostra di nuovo la sua passione per il blues. Nonostante la lunghezza, inoltre, la canzone ha una struttura ancora piuttosto lineare, arricchita però stavolta da un songwriting più attento, che pur con la tendenza a ripetere le stesse melodie inserisce piccole variazioni per tenere alta la tensione, migliorando questa lunga traccia di chiusura, che seppur (leggermente) al di sotto delle precedenti, chiude più che degnamente quest’album.

A Dead Heavy Day è insomma un album molto buono, quasi un masterpiece poi se paragonato alle uscite tutte uguali e per gran parte scadenti nel gothic alla finlandese degli ultimi anni. Se siete nella ristretta cerchia dei fruitori di questo genere, quest’album vi è perciò caldamente consigliato, ad una condizione però: cancellate dalla vostra mente, almeno mentre l’ascoltate, il nome dei Sentenced, e vedrete che senza lo scomodo paragone vi potrete godere meglio i Poisonblack!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Introuder00:31
2Diane03:57
3Left Behind04:45
4Bear the Cross03:52
5A Ded Heavy Day05:07
6Me Myself & I04:31
7X06:10
8Human-Compost05:24
9The Days Between06:20
10Hatelove03:58
11Lowlife04:28
12Only You Can Tear Me Apart07:46
Durata totale: 56:49
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Ville Laihialavoce e chitarra solista
Janne Markuschitarra
Marco Snecktastiere
Antti Remesbasso
Tarmo Kanervabatteria
OSPITI
Antti Haapsamovoce addizionale (traccia 8)
ETICHETTA/E:Century Media Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento