Vexovoid – Heralds of the Stars (2014)

I sottogeneri che appartengono alla branca “technical” del metal sono a mio avviso i più difficili in assoluto da interpretare e non solo per la capacità strumentale fuori dal comune che ogni musicista deve possedere nell’affrontarli, ma anche e soprattutto perché ci vuole un’abilità estrema per rendere la propria musica appetibile non solo alla ristrettissima cerchia dei fanatici ma anche a chi certi generi li affronta partendo dalle incarnazioni più classiche del metal.  A mio avviso, in questo compito i senesi Vexovoid, gruppo di cui parliamo oggi, riescono a metà: il songwriting da essi dimostrato nell’esordio assoluto, l’EP Heralds of the Stars (2014), è infatti ancora poco focalizzato, con canzoni in cui ci si perde un pochino a causa dell’alta caratura tecnica, nonostante qualche spunto di classe sia comunque presente. Il loro sound, un techno thrash esuberante e vorticoso, influenzato da nomi come Coroner e Annihilator, con in più un occhio all’incarnazione moderna del genere rappresentata ad esempio dai Vektor (dai quali tra l’altro riprendono anche le suggestioni fantascientifiche dei testi), in fin dei conti non è poi così malaccio, grazie non solo  all’eccellente preparazione di tutti i membri, impressionante anche vista la giovane età, ma anche a strutture difficili da seguire  che però si rivelano in fondo non troppo complicate, non tralasciando per questo del tutto l’impatto. Il risultato complessivo è un mini album con dei problemi ma per niente disprezzabile, che anzi mette in evidenza un discreto talento.

Introdotto da un cupo arpeggio, che ricorda quasi gli intro dei primi Testament, di Sector 05, lungo preludio dell’album, diventa presto protagonista in solitaria un campionamento preso da qualche film di fantascienza, in cui esseri umani lottano con delle creature aliene. La chitarra pulita torna poi ad unirsi al resto, segnale che annuncia l’esplosione del primo brano vero e propria. Questo, dal titolo The Great Slumberer, mette subito in evidenza il thrash metal estremamente tempestoso e cangiante della band, con una prima frazione dalla velocità media altissima che nonostante tutti i vari cambi di tempo riesce comunque a rivelarsi di discreta efficacia, e procede con urgenza estrema, con un’evoluzione che non si ferma un secondo, ma ci conduce attraverso le strofe, più pestate e serrate, e quelli che possono essere visti come l’accoppiata bridge/ritornelli, coi primi anche più movimentati e i secondi esplosivi e retti dal riff iniziale su cui il cantante Danny Brunelli (anche al basso) urla a pieni polmoni. Al centro di tutto ciò trova spazio anche un buon assolo agitato quanto tutto il resto, che correda bene una canzone che seppur appaia un po’ eccessiva incide abbastanza bene. La seguente Prophet of the Void è aperta da un lungo preludio che si basa su accelerazioni estreme e rallentamenti poderosi a corredare un’atmosfera piuttosto crepuscolare; quest’ultima  si fa anche più espansiva quando il corpo della traccia entra in scena. La progressione è in questo frangente più complessa che nella opener, nonostante alcuni temi ritornino costantemente a farsi sentire: se certi tratti, specialmente quelli strumentali o quelle parti con abbastanza pathos da essere considerabili chorus, riescono a coinvolgere abbastanza, il tutto appare però un po’ scollato e stavolta davvero troppo esasperato a livello di svolazzi, risultando alla fine piacevole ma inconcludente, in ultima analisi il pezzo meno bello dell’EP.  Al contrario delle altre due, che partivano subito sparate, la title-track Heralds of the Stars è introdotta da un ulteriore preludio parlato, dal sapore quasi epico, prima che il brano vero e proprio entri in scena con lo skank beat di Salvatore Morreale, sviluppandosi ancora piuttosto arzigogolato e vorticoso, ma stavolta ben impostato anche dal punto di vista del feeling generale, che è aggressivo ma in qualche modo intenso, rendendolo l’episodio più vicino al progressive dell’intero EP. Se infatti le strofe sono d’impatto, i refrain sono caratterizzati dai bei lead di Leonardo Bellavista e da un alto carico di melodia, riuscendo ad emozionare nonostante la tipica aggressività thrash rimanga comunque sempre in bella mostra. La canzone beneficia inoltre di una scrittura più attenta che in passato, con tutti i riff ed i cambi di tempo che stavolta si incastrano alla perfezione tra loro, senza sembrare nemmeno per un attimo uno sterile sfoggio di bravura: la conseguenza sono oltre cinque minuti (è tra parentesi questa la song che dura di più del disco) che nonostante la densità grandiosa di particolari musicali incidono comunque molto bene per praticamente tutta la propria durata.

I Vexovoid hanno insomma ancora le armi da affilare se vogliono emergere all’interno del genere technical thrash metal, ma comunque Heralds of the Stars mette in mostra ottimi mezzi tecnici ed anche una capacità nel songwriting che se verrà coltivato in futuro potrà dare risultati anche di molto migliore di quello sentito qui. In ogni caso, se siete amanti del metallo più tecnico e arzigogolato, un ascolto a questo EP vi è consigliato: vi troverete sicuramente pane per i vostri denti!

Voto: 70/100 (voto massimo per gli EP: 80)

Mattia

Tracklist:

  1. Sector 05 – 01:55
  2. The Great Slumberer – 03:18
  3. Prophet of the Void – 04:34
  4. Heralds of the Stars – 05:14
Durata totale: 15:01
Lineup:
  • Danny Brunelli – voce e basso
  • Leonardo Bellavista – chitarra
  • Salvatore Morreale – batteria
Genere: thrash metal
Sottogenere: technical thrash metal

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