Exodus – Bonded by Blood (1985)

Per chi ha fretta:
Bonded by Blood (1985), full-length d’esordio degli Exodus, è un album così rifulgente da mettere in ombra il resto della carriera dei californiani – che pure è notevole. Parliamo di un album storico e irripetibile, tra i lavori migliori mai partoriti dal thrash metal americano, e nel tempo ha influenzato migliaia di gruppi – e continua a farlo. Ma non è solo influente, c’è anche una qualità altissima: la malefica And then There Were None, la frenetica A Lesson in Violence, l’oscura Metal Command, l’arcigna Deliver Us to Evil e la convulsa Strike of the Beast sono solo i brani più in vista di una scaletta perfetta, senza alcun momento morto o pezzo meno bello. E così, alla fine Bonded by Blood si rivela un album perfetto e immortale, nonché una delle più belle testimonianze del thrash metal originario in tutti i suoi crismi!

La recensione completa:
La via per il successo non è la stessa per tutti. Nel mondo metal, i singoli act hanno infatti spesso preso strade molto diverse in tal senso, con chi per esempio ha coltivato pian piano una carriera in ascesa fino a raggiungere la grandezza, e chi invece ha esordito subito col botto; è successo anche, in quest’ultimo caso, che quel primo album fosse così imponente che la band non riuscirà poi a ripetersi, con una carriera in alcuni casi addirittura offuscata dal suo primo bagliore. La situazione degli Exodus per fortuna non è stata così estrema, ma una cosa è certa: nonostante una storia costellata di dischi a volte memorabili, è innegabile che il loro primo vagito discografico, quello splendido album che risponde al nome di Bonded by Blood, è comunque su un livello totalmente diverso. Il lavoro in questione non è infatti solo un disco che ha influenzato poi migliaia di gruppi successivamente (basta ascoltare qualsiasi band del revival thrash odierno per rendersene conto), ma anche una gemma pura e brillantissima nel suo genere, di cui a mio avviso risulta uno dei lavori più belli di sempre, alla pari giusto con una manciata di nomi (per i miei gusti, citerei soltanto Reign in Blood, Kill’Em All, The New Order e Rust in Peace – inutile anche elencare i gruppi che hanno prodotto questi album, giusto?) per guardare invece tutti gli altri dall’alto. Di fatto, l’unico vero peccato di quest’album è… il suo titolo! La band lo aveva infatti concepito come A Lesson in Violence, un nome che sarebbe stato anche più suggestivo e potente di quello poi diventato definitivo; ovviamente, in ogni caso questo è comunque niente più che una curiosità, che di sicuro non toglie nulla all’album (“Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo.” direbbe William Shakespeare in questo caso).

Un breve intro rumoroso, quasi come di un aereo che si schianta, poi la opener Bonded by Blood deflagra già da subito con forte aggressività ed energia, illustrando al meglio lo stile primigenio della band: una base ritmica potente e tesa su cui si posa il riffage estremamente pesante e pervadente della coppia Gary Holt/Rick Hunolt, il tutto completato dagli sguaiati vocalizzi di Paul Baloff, stonatissimi ma comunque dotati di uno strano fascino che paradossalmente è un altro dei punti di forza del disco. La song riesce a coinvolgere a meraviglia anche se il ritmo non è poi così estremo e scende pure nei ritornelli, i quali sono tuttavia addirittura la parte più d’impatto dell’intera canzone, semplici ma travolgenti. Correda il tutto una rapida e ottima serie di assoli posta al centro ed un testo violentissimo e thrash al cento percento,  ciliegina sulla torta del primo classico di una lunga serie. La successiva Exodus si presenta come una traccia meno esuberante ma che oltre a ritmiche ancora di pesantezza estrema conta anche su un mood oscuro e malato, che la avvolge tutta e si fa anche più acuto nei chorus, caratterizzati dagli empi vocalizzi di Baloff e da cori dalla grandissima forza, che li rendono nuovamente incisivi a meraviglia. Ancora una volta, il punto di forza maggiore è la prestazione delle due chitarre gemelle, sia a livello solistico ma soprattutto a livello ritmico, qui ogni riff è perfetto e si incastra bene in un quadro semplice ma nuovamente d’impatto assoluto. Se il duo d’apertura è già meraviglioso, il bello deve però ancora arrivare, in verità! I ritmi sostenuti cedono infatti ora il passo in And Then There Were None, malefico mid tempo che  procede lento ma inesorabile partendo da strofe dirette e quasi lugubri per poi attraversare sgraziati bridge corali giungendo infine a ritornelli leggermente più rapidi e dalle melodie strane, oblique e sinistre, ma comunque totalmente devastanti. La canzone inoltre in questo frangente non si ferma alla semplicità apprezzata in passato: dopo un breve tratto strumentale ed il suono di un esplosione, la seconda metà del pezzo si fa più animata e thrash-oriented, in una veloce progressione che alterna vari passaggi, tutti estremamente esplosivi, raggiungenti a tratti livelli di rapidità e di frenesia estremi, un finale vorticoso per un episodio che riesce a spiccare pure in un disco del genere. Al contrario della precedente, la “ex title-track” A Lesson in Violence si avvia subito in velocità, mostrando immediatamente il suo vorticoso riff,  a mio avviso non solo uno dei più iconici dell’intero thrash metal ma anche uno dei più belli del genere, da totale estasi metallica. Non c’è però solo la prestazione delle due “H” alle sei corde, qui tutto è assolutamente perfetto, dagli assoli alla prestazione urlata e violenta di Baloff, un pugno in faccia, fino ad arrivare alla sezione ritmica, che da al tutto consistenza e tiro in più; corona il tutto una struttura lineare ma estremamente funzionale, che va dritta al punto e aiuta ancor di più la distruttività di un pezzo il quale onora come meglio non si poteva il proprio titolo. Dopo un uno-due da K.O. del genere di solito in un disco ha luogo una flessione almeno leggera, ma gli Exodus non hanno alcuna pietà dell’ascoltatore: a questo punto piazzano infatti Metal Command, inno metallico leggermente più lento ma ancora di impatto assoluto, grazie ad influenze speed e punk che fanno risultare le ritmiche più aperte che in passato; queste ultime si compenetrano però con un feeling oscuro e incalzante, generato da un incedere guerrafondaio e da un incastro ritmico stavolta più variegato ma che una volta di più funziona a meraviglia. Il tutto progredisce quindi dal suo eccezionale riff principale a strofe più cupe e quindi, passati i bridge in cui si segnala uno sguaiatissimo Baloff, giunge a ritornelli esaltanti, da urlare con il pugno verso il cielo. Splendida è anche la parte solista al centro, con melodie complesse ma sempre rozze e maschie, a coronamento di un altro pezzo perfetto in tutto e per tutto.

Sesta canzone e sesto classico della tracklist, Piranha è anche uno degli episodi più aggressivi del lotto, con il suo attacco supersonico e movimentato che lascia spazio ad una norma leggermente più “placida” e “melodica”, pur riuscendo ad incidere a meraviglia anche così, grazie anche ad un riff estremamente arcigno. Da qui il pezzo riparte in un crescendo, culminante nei botta e risposta dei potenti refrain, blasfemi e coinvolgenti ai massimi termini nonostante la velocità sia ancora contenuta. La song torna a correre solo nella seconda metà, per una frazione solistica non troppo lunga ma ancora una volta da urlo, seguita dalla ripresa del riff principale con potenza, che infine va a chiudere una traccia che a mio avviso impressiona meno delle altre, ma che in un qualsiasi disco di thrash metal uscito oggi sarebbe il capolavoro assoluto del lotto. L’esordio della seguente No Love, con un dolce arpeggio di chitarra acustica, è un po’ spiazzante, ma niente paura: presto il brano riparte con piena pesantezza thrash, anche se stavolta la velocità è piuttosto contenuta, siamo su tempi medi. Abbiamo infatti un brano a tinte fosche, che più che sull’impatto punta sulla cupezza, grazie anche a passaggi che ad oggi ci ricordano addirittura il death metal (seppur all’epoca ancora tale stile non esistesse affatto). In ogni caso, la norma del pezzo vive dell’alternanza tra le dritte e movimentate strofe, dall’appeal inquietante, e i ritornelli, anche più oscuri e malvagi del resto; la parte più esplosiva è però quella al centro, piena di intrecci, di cambi di tempo e di alternanze tra chitarre ritmiche e soliste, in un affresco strumentale che può competere per complessità con lo US power dell’epoca, ma che risulta anche devastante quanto solo il miglior thrash metal sa essere. Nel complesso, abbiamo una canzone sottovalutata e spesso vista come l’episodio riempitivo di Bonded by Blood, ma che a mio avviso non ha niente da invidiare agli altri episodi di quest’album e riesce a coinvolgere alla perfezione. Un altro ritmo medio impostato solidamente da Tom Hunting su cui si posa un nuovo devastante e malvagio riffage, meravigliosamente efficace: è questa la struttura base di Deliver Us to Evil, brano che si mantiene su queste coordinate per gran parte della sua durata, senza però stancare, ma anzi coinvolgendo mirabilmente; l’unico momento in cui la musica vira prepotentemente è per i ritornelli, che invece sono rapidissimi e devastanti, brevi schegge che travolgono tutto appena si avviano. Quest’alternanza si mantiene praticamente la stessa per tutto il pezzo, senza grandi scossoni, ma la vera forza qui la fanno le piccole variazioni che lo punteggiano e lo rendono anche più imponente; degna di nota anche l’unica eccezione a questa norma, la parte solistica posta al centro, quasi dall’appeal metal classico nonostante l’elevata velocità, giusta quadratura dell’ennesima traccia stupefacente. Un disco eccezionale come Bonded by Blood non poteva che avere una chiusura altrettanto eccelsa: Strike of the Beast è proprio questo. Abbiamo un episodio caratterizzato da un riffage vorticoso e fomentante, una tempesta di note trainata dalla prestazione eccezionale Rob McKillop al basso e Hunting alla batteria che travolge tutto e va subito al punto, con un alternanza quasi impercettibile tra le rabbiose strofe e i ritornelli leggermente più esplosivi e retti da un altro coro sguaiato. Dopo appena qualche minuto il tutto  sembra quasi esaurirsi, ma è un falso finale: il brano riparte infatti ancor più oscuro e malvagio, con una frazione d’impatto assoluto caratterizzata anche dai soliti assoli al fulmicotone di Holt e Hunolt, che dimostrano tutta la velocità di cui sono dotati. Il risultato finale delle parti è un pezzo che forse brilla meno degli altri, ma niente panico: come nel caso delle canzoni d’apertura o di Piranha, siamo comunque al cospetto di una closer-track stupenda, non si poteva chiedere di meglio come chiusura per questi quarantuno minuti di devastazione totale.

A questo punto (anche se lo faccio lo stesso) è inutile ripetere che Bonded by Blood è un album perfetto da tutti i suoi punti di vista, e che nelle sue varie sfumature comunque non presenta nemmeno un pezzo veramente debole, men che meno un riempitivo. Certo, forse non avrà una moderna produzione chirurgica né musicisti dalla tecnica sopraffina, ma tutto questo in fondo ha un importanza relativa: prova di ciò è che gli Exodus semplicemente con genuinità, passione e cattiveria sono riusciti a creare qualcosa di immortale, il cui fascino e la cui perfezione nessun gruppo del revival moderno, per quanto valido, è mai riuscito a riprodurre e probabilmente mai riuscirà. Metal takes its place… Bonded by Blood!

Voto: 100/100

Il venticinque aprile del 1985, dopo varie peripezie Bonded by Blood degli Exodus vedeva finalmente la luce, rivelandosi immediatamente un classico e uno dei dischi più belli dell’allora nascente thrash metal. Questa recensione vuole modestamente commemorarne, con due giorni di ritardo, il trentesimo anniversario.
Mattia

Tracklist:

  1. Bonded by Blood – 03:47
  2. Exodus – 04:08
  3. And Then There Were None – 04:44
  4. A Lesson in Violence – 03:53
  5. Metal Command – 04:16
  6. Piranha – 03:49
  7. No Love – 05:10
  8. Deliver Us to Evil – 07:10
  9. Strike of the Beast – 03:58
Durata totale: 40:55
Lineup:
  • Paul Baloff – voce
  • Gary Holt – chitarra
  • Rick Hunolt – chitarra
  • Rob McKillop – basso
  • Tom Hunting – batteria
Genere: thrash metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Exodus

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