Hornwood Fell – Hornwood Fell (2014)

Se nella maggioranza dei casi la preparazione di una recensione è un lavoro che fila più o meno liscio, mi succede a volte che qualche disco sia invece davvero problematico da recensire, per un motivo o per un altro. E’ questo per esempio il caso degli Hornwood Fell, il gruppo di cui parliamo oggi: il loro esordio omonimo, datato 2014, è infatti un lavoro che mi ha messo parecchio in difficoltà, nonostante le centinaia di ascolti a cui lo ho sottoposto. Il genere che questo trio laziale intraprende è infatti un black metal estremamente labirintico e avvolgente, influenzato da nomi come Darkthrone, primi Immortal e Mayhem, ma soprattutto dagli Ulver originali, da cui mutuano anche gli stacchi acustici che costellano il disco. Questa impenetrabilità che caratterizza in maniera forte Hornwood Fell è a tratti un pregio e in altri momenti un difetto:  alcuni brani infatti riescono con il loro impatto caotico a coinvolgere molto bene l’ascoltatore, portandolo nella dimensione oscura in cui ogni buon disco black metal dovrebbe condurlo. Dall’altra parte, la stessa caratteristica rende il disco a volte troppo omogeneo, coi brani che a tratti sembrano un po’ troppo simili tra loro e peccano di mancanza di una personalità propria; è questo probabilmente l’unico importante problema di un album che altrimenti è valido su molti altri fronti, come ad esempio il livello tecnico, dove la band sembra una spanna sopra alla media del suo genere. Un altro esempio nello stesso senso è anche la produzione: il sound di Hornwood Fell è a mio avviso quello che ogni disco black dovrebbe avere, nitido e con tutti gli strumenti ben ascoltabili (anche il basso, caso più unico che raro in questo genere), ma che comunque risulta anche sufficientemente grezzo e caotico da rendere pienamente giustizia allo stile selvaggio del gruppo.

L’attacco dell’iniziale Cerqua è assolutamente frontale, con un ritmo già rapido e un riff molto oscuro e avvolgente che poi divengono ancor più pervadenti quando la parte principale della canzone fa il suo ingresso in scena col blast di Andrea Basili e lo scream di Marco Basili, urlatissimo e a metà tra Nocturno Culto e il Varg Vikernes dei tempi d’oro. Cominciano a questo punto ad alternarsi parti più feroci ed altre caratterizzate da melodie oscillanti e oblique, che smorzano un po’ la ferocia in favore di qualcosa di più sottile, ma comunque sempre molto cupo; il tutto tende inoltre a evolversi abbastanza, con le melodie che variano leggermente e qualche rallentamento che fa capolino a tratti, seppur le coordinate mai si discostino troppo da quelle precedenti. La parte migliore della traccia è in ogni caso la seconda, che dopo un nuovo rallentamento riparte in un crescendo abbastanza potente che si fa sempre più vorticoso, fino a concludere di un pezzo già di ottima efficacia. La successiva Tempesta riparte dove la precedente l’aveva lasciata, con un attacco frontale al cento percento black metal, movimentatissimo e che fa subito fede al nome del brano, grazie soprattutto al riffage principale, nero come la notte e ferale in ognuna delle sue poche variazioni, la struttura è infatti lineare, almeno per la prima metà del brano. La musica svolta però a circa metà, con una parte leggermente più melodica che prelude ad un momento in cui il ritmo forsennato del Basili batterista tira un momento il fiato, per una parte ondeggiante e lenta, più d’atmosfera che d’impatto; la canzone però riparte presto con la propria norma principale, un breve sfogo che si conclude dopo appena tre minuti C’è solo spazio per un lungo outro di effetti ambientali su cui si posa un distorto arpeggio della chitarra di Marco Basili, giusto un momento di pace che termina una delle canzoni più valide dell’album. La frenesia torna quindi sovrana con Meca, pezzo che già da subito fugge in blast beat con un riff che ricorda gli Immortal e che già sa un po’ di già sentito, ma almeno ha il merito di riuscire ancora ad avvolgere l’ascoltatore molto bene. Stavolta inoltre non ha luogo nemmeno un cambio di ritmo, con la traccia che prosegue con pochissime variazioni per oltre due minuti, per un effetto un po’ statico, anche se non troppo fastidioso: quando il tutto sembra dover proseguire su queste coordinate, però, gli Hornwood Fell ci stupiscono con un breve stacco alla Ulver, in cui tutto viene meno e resta in scena solo una malinconica chitarra folk. E’questo giusto un attimo prima che la canzone torni a correre a velocità estreme, anche se stavolta il riffage è meno piatto e ha più inflessioni, evocando in particolare un mood intenso e vagamente epico; inoltre, la composizione tende ora a variare di più, con l’apparizione di momenti più intimisti ed in cui ai riff si accoppia una forte vena melodica. Proprio quest’ultima, con il lead del Basili chitarrista, quasi placido seppur estremo, prende infine il sopravvento, concludendo la canzone in solitaria con il basso di Andrea Vacca, per un finale lungo che perde tutta l’aggressività precedente per divenire sempre più effettato, ma risulta comunque ottimo per atmosfera, chiudendo bene un pezzo con qualche momento morto ma comunque non disprezzabile.

L’Ira è un pezzo dal riffage che nonostante sia analogo a quelli già sentiti in precedenza si presenta ancor più dissonante che in passato, con melodie oblique che la attraversano tutta e a tratti si fanno pervadenti, specie nei momenti in cui il ritmo scema, e la traccia, per quanto oscura, riesce a evocare anche un’atmosfera calda, con un inaspettato pathos. Rallentamenti e nuove fughe si alternano più volte nel corso della canzone, con le relative modifiche di sfumature emotive, in un incastro tutto sommato ben fatto, il songwriting seppur non eccelso è qui comunque all’altezza della situazione; l’unica parte che personalmente trovo non riuscita è difatti il breve outro finale, ancora una volta acustico, un po’ insensato anche se non riesce comunque a rovinare una canzone abbastanza buona. La seguente Mutavento è aperta da un nuovo attacco rapidissimo, forse addirittura più che in precedenza, che da origine ad un riffage inizialmente molto ossessivo che però presto comincia a trasformarsi divenendo più arzigogolato e immaginifico, evocando alla mente una corsa a perdifiato nell’oscurità; la prima convulsa parte si gioca tutta sull’alternanza tra questi due tipi di momenti, incolonnati in rapidissima serie prima che la canzone svolti. Dopo una parte con un tempo medio-alto dal riffage graffiante ma comunque non troppo aggressivo, almeno relativamente a ciò che l’ha preceduta, la canzone si apre anche di più, per un momento vuoto seguito dalla ripresa di ritmiche black metal e dello scream di Basili, anche se siamo ancora su tempi più contenuti che in passato e il tutto punti più sul proprio mood desolato ed infelice che sull’impatto.  Gli stessi temi vengono mantenuti per un po’ prima che la canzone riparta per la propria evoluzione in blast, cominciando ad alternare da qui momenti ancora lenti e melodici e brevi sfuriate in blast, potenti ma che non aggrediscono, preferendo invece l’evocazione di un’atmosfera sempre lugubre ma comunque in qualche modo tiepida, avvolgente. Nonostante la complessità più spinta che in passato, stavolta l’incastro tra le varie parti è ottimo e ogni momento funziona molto bene (compresa anche l’ormai solita coda folk, stavolta tranquilla ma piacevole): il risultato è il pezzo più riconoscibile dell’intero disco, nonché il migliore insieme a Tempesta. Siamo quasi agli sgoccioli: Vinterfresa parte 1 si avvia più cadenzata e lenta delle canzoni precedenti, fatto questo che proseguirà anche in seguito: anche il blast del Basili drummer, quando fa il suo ingresso, è infatti meno esasperato delle canzoni che l’hanno preceduta. In ogni caso, il riffage è piuttosto mutevole e si adagia perfettamente ai vari cambi di tempo presenti, ma nella prima parte rimane sui medesimi toni di densa oscurità; quando però la canzone progredisce, dopo una breve frazione in cui le quattro corde di Vacca che escono in primo piano, i giochi si fanno leggermente più intensi, seppur la cupezza la faccia sempre da padrone. La falsariga precedente e questi nuovi influssi cominciano ad avvicendarsi, a tratti pure compenetrandosi, con la melodia che si fa però sempre più intensa fino a prendere il sopravvento: la canzone allora si apre con la scomparsa della sezione ritmica, per un breve tratto crepuscolare e alienante. Quando tornano, le sonorità black metal riprendono i temi di quest’ultima parte, per una lunga frazione piuttosto lenta ma che comunque evoca un’intensità e una ferocia intense, grazie anche alla chitarra dissonante che fa di nuovo capolino e infine arriva a chiudere la prima parte. Vinterfresa parte 2 si avvia quindi a ruota, constando di niente di più che della solita chitarra acustica dal sapore folk, che prosegue stavolta a lungo (quasi tre minuti la durata di questo pezzo), ma stavolta senza sembrare forzata, anzi riuscendo ad evocare una vaga e soffusa malinconia, la calma dopo la tempesta che è stato l’album ormai giunto alla sua conclusione.

Al termine di questi quarantadue minuti, tra le mani rimane un buon album, che si lascia ascoltare con piacere e che mette in mostra un gruppo con delle ottime potenzialità. Certo, la strada per gli Hornwood Fell è ancora lunga: dovranno smarcarsi dal pervadente influsso degli Ulver, trovando maggior personalità, e soprattutto maturare il proprio songwriting, rendendo le canzoni più varie e riconoscibili. E’ una strada che richiederà tempo e impegno, ma che potrebbe portare molto lontano questi tre ragazzi, visto il talento dimostrato qui: è proprio per questo che, personalmente, non vedo l’ora di ascoltare il loro prossimo album!

Voto: 78/100

Mattia

Tracklist:

  1. Cerqua – 05:37
  2. Tempesta – 04:46
  3. Meca – 09:03
  4. L’Ira – 05:24
  5. Mutavento – 07:27
  6. Vinterfresa parte 1 – 07:01
  7. Vinterfresa parte 2 – 02:46
Durata totale: 42:04
Lineup:
  • Marco Basili – voce e chitarra
  • Andrea Vacca – basso
  • Andrea Basili – batteria
Genere: black metal

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