Cellulite Star – Out of the Cage (2014)

Spesso, il metallaro medio tende a vedere la presenza femminile nell’hard rock e nel metal più come una bizzarria che con uno sguardo serio. E’ questo un atteggiamento che in certi casi si può anche giustificare: alcune band infatti puntano più sulla curiosità mossa dalla presenza in lineup di una o più donne che su vere e proprie qualità musicali. Come sempre, però, è ingiusto fare di tutta l’erba un fascio: ci sono anche molti gruppi con qualche membro (o addirittura tutti) di sesso femminile che comunque sono musicalmente di valore assoluto, come ad esempio la band di cui parliamo oggi, che risponde al nome splendidamente autoironico di Cellulite Star. All-female band nata a Padova nel 2004 e con all’attivo già un full lenght, Explicit Attitude del 2008, lo scorso anno l’ensemble taglia il traguardo del secondo album con il solidissimo Out of the Cage, uscito sotto Valery Records. Il genere espresso in esso dal quartetto è un hard rock di chiara influenza ottantiana ma senza troppa nostalgia, che vive dell’unione tra melodie catturanti ed estremamente commerciali, di chiara origine pop metal, e un’energia intensissima di stampo sleaze, che porta il genere della band spesso e volentieri ad avere forti punti di contatto col punk, oltre che con il rock moderno e con l’heavy metal classico in certi momenti. Già musicalmente questo stile è peculiare, ma a livello vocale la band crea un vero e proprio trademark: merito di ciò è per gran parte della singer Isabella “Izzy” Tuni, molto versatile e che sa graffiare seppur sia in possesso di una voce molto acuta, quasi da ragazzina; sono degni di nota anche i cori con cui la frontwoman duetta spesso e volentieri, molto incisivi e che danno un tocco di potenza in più alla musica delle Cellulite Star. Pur non inventando nulla (il che comunque è la normalità nell’ambito l’hard ‘n’heavy), il gruppo dimostra in ogni caso una buona dose di personalità, con uno stile immediatamente riconoscibile; ciò in qualche caso lungo il disco può anche essere visto come un difetto, vista l’omogeneità delle soluzioni adottate dal gruppo che a volte si assomigliano un po’ tra loro, anche se a mio avviso l’effetto non è fastidioso: merito soprattutto della passione e della carica che, come vedremo tra poco, queste ragazze posseggono in quantità industriali!

La opener Alpha Woman si apre piuttosto rapida, con un riff rockeggiante e divertente che già dalle prime note coinvolge a meraviglia l’ascoltatore, coadiuvato benissimo dalla Tuni che dimostra sin da subito quanto la sua voce sia un valore aggiunto per la band. Ad ogni modo, come da norma hard rock la struttura è abbastanza semplice, passando da strofe piuttosto variegate a bridge d’attesa fino ad arrivare a ritornelli corali e pieni di energia, col loro retrogusto punk che si compenetra con una forte attenzione per la melodia; buona anche la parte centrale, la più lenta della canzone, con godibilissimi assoli che completano una opener sin da subito di ottima fattura. Dopo un breve attacco solo con la chitarra della leader Claudia “Kla” Gamba e la voce della Tuni, parte quindi Old Inside, brano che va subito al punto, avvicendando strofe divertenti e ancora molto rock-oriented, bridge più vorticosi e strani passaggi più lenti dal vago ascendente addirittura funk rock, ma che non stonano all’interno del complesso. Sembra che la canzone debba muoversi tutta su questa alternanza, ma dopo un paio di ripetizioni fanno la loro comparsa anche i ritornelli, la parte in assoluto migliore dell’episodio rivelandosi estremamente catchy e presentando anche un discreto pathos. Molto valida anche la parte centrale, più aggressiva e in cui si può apprezzare tutto l’ascendente punk delle Cellulite Star, seguita da un buon momento solistico che poi ci riporta verso la parte principale, a sigillo di un brano che si pone da subito come uno dei migliori del disco. La seguente Out of the Cage è un’altra song senza fronzoli: dopo un breve sfogo ritmico, la traccia si avvia con strofe dritte e immaginifiche, intervallate giusto ogni tanto da qualche breve rallentamento. Il senso d’attesa che si prova in esse trova scioglimento solo nei potentissimi refrain, ancora una volta catturanti grazie ai cori veramente pervadenti, che insieme alle ritmiche punk-oriented della Gamba conferiscono un’energia intensissima e che riesce a far scuotere molto bene. C’è poco altro nel pezzo, a parte una sezione solistica di qualità preceduto da un breve momento intenso e più cadenzato; proprio questa semplicità, che ha reso il pezzo la scelta più logica come singolo (la band ne ha infatti girato il videoclip), è un altro punto di forza assoluto di questo episodio, che insieme al precedente forma un uno-due da K.O. Aperta dai vocalizzi di Giuditta “Giudi” Cestari, ex batterista del gruppo che qui presta la sua voce, vicina a quella di Doro Pesch, come cantante ospite, New Melody presto si incanala su uno scambio tra strofe crepuscolari e dalle melodie quasi malinconiche e ritornelli che al contrario sono più animati e scanzonati. Questa struttura si mantiene per quasi tutta la canzone, con pochissime variazioni, il che è anche logico, vista la durata comunque abbastanza contenuta (meno di tre minuti); nel complesso abbiamo un breve frammento molto piacevole per energia rock, che riesce a non sfigurare troppo dopo il duo che la precede. Giunge quindi The Maze That I Am, brano che sin dall’attacco si presenta abbastanza potente ma anche, per l’ennesima volta, catturante. Il pezzo incolonna ad ogni modo strofe più contenute e melodiche, brevi bridge rallentati e che creano una tensione che poi si scioglie in maniera esplosiva nei refrain corali, molto intensi sia nel feeling che dal punto di vista musicale. Ancora una volta abbiamo inoltre la tipica forma-canzone con l’unico punto di variazione nella bella fase solistica qui presente; nonostante ciò, e se qualche melodia sa leggermente di già sentito, abbiamo comunque di nuovo un episodio estremamente coinvolgente, che si lascia ascoltare con vero piacere. Un riff a metà tra punk e il rock più selvaggio a là AC/DC, accompagnato da un ritmo di mani che battono e che le danno anche più energia: è questo l’esordio di Feel No Shame, song già da subito di impatto assoluto, anche se la potenza cresce ancor di più nei bridge, ancora molto punk-oriented, e quindi nei ritornelli, la parte più varia della canzone. Essi infatti cominciano veloci e potenti per farsi poi più lenti e mainstream-oriented, prima di tornare ad accelerare; l’incastro tra le varie parti però funziona molto bene, i chorus sono difatti il punto di forza maggiore del pezzo, che risulta però in toto molto coinvolgente e si pone giusto di un pelo al di sotto dei migliori di Out of the Cage.

Ritmiche più arzigogolato ed heavy-oriented che in passato, associate al ritorno della Cestari che la fanno sembrare quasi un pezzo perduto degli Warlock o della Doro solista, è la colonna vertebrale di Hooking Up With the Wrong Guy, canzone che procede per lunghi tratti su questa falsariga ma senza annoiare, complice la presenza di diverse variazioni che la rendono sempre interessante. L’unico momento in cui la norma decade è per i chorus, in cui la Tuni torna a duettare con l’ospite su un ritmo velocissimo e scatenato, per un effetto di notevole frenesia. Ancora una volta, inoltre, la band punta sulla semplicità, il che rende forse la canzone meno appetibile di quelle che ha attorno, ma lo stesso di caratura elevata. Sin dall’inizio, con i toni soffusi e melodici che la aprono, la seguente Cruel si presenta come una song in cui l’energia che ha dominato l’album fin’ora viene meno, in favore di un qualcosa che pur non potendosi definire ballata, vista la presenza pervadente di chitarre distorte anche abbastanza taglienti, si mostra comunque più rilassata e ariosa. Le strofe sono così dominate da sonorità lievi, mentre i bridge sono più potenti ma comunque abbastanza placidi; la parte migliore sono però i chorus, fortemente nostalgici e che riescono a impattare nonostante la zuccherosità estrema delle melodie. Degna di nota anche l’incursione nella parte centrale della voce di Davide “Damna” Moras degli Elvenking (anche produttore di Out of the Cage), una nota di colore in più per una canzone particolare, ma che comunque ancora una volta si  rivela di caratura assoluta. Torniamo nuovamente su alti livelli di adrenalina con Motherscene, canzone che presenta strofe molto pesanti ma su tempo medio che preludono a bridge invece veloci e frenetici; tale dualismo si ripresenta anche nei refrain, caratterizzati nuovamente dall’alternanza Tuni-cori e con la granitica Elisa Montin alla batteria che conduce la band a vari cambi di ritmo, tutti però ben riusciti e che si sposano bene con quello che viene intessuto al di sopra. Ogni melodia inoltre incide alla perfezione, stampandosi come tante altre immediatamente nella testa dell’ascoltatore: ne consegue un altro brano che se è inferiore agli episodi migliori del platter, lo è di giusto un gradino. E’ quindi il turno di F.A.N.S., composizione dal riffage ancora una volta potente e scanzonato come da norma anni ottanta, che fa bella mostra di sé sia in solitaria, mostrandosi più fragoroso e impreziosito dall’ottimo lavoro della bassista Erika Pagin (qui ben udibile a differenza di parte del disco in cui è un po’ in ombra, unica “sbavatura” di un sound altrimenti grezzo e potente, perfetto per lo stile delle Cellulite Star), sia al di sotto delle strofe. Ancora una volta, la parte più d’impatto sono tuttavia i ritornelli, caratterizzati da ritmiche a tratti anche piuttosto dissonanti e quasi minacciose (almeno relativamente al genere) che si adagiano su un ritmo “stop and go” e dal dualismo tra i vocalizzi quasi docili della Tuni e riottosi cori, di efficacia assoluta. Questi ultimi sono i protagonisti, su una base retta dall’accoppiata Pagin e Montin, anche della prima metà della frazione centrale, anthemica e possente prima che un breve solo ci riconduca alla falsariga principale. When the Dancefloor Is Dead, che arriva ora, sembra quasi un seguito di Hooking Up…, visto il riffage più heavy-oriented e la terza e ultima comparsa della Cestari, anche se rispetto a essa si presenta molto più lenta e riflessiva, puntando di più all’evocazione di un mood nostalgico e intenso emotivamente, almeno nelle strofe. I chorus sono invece più rapidi, anche se senza l’energia precedente, risultando anch’essi molto più orientati all’atmosfera, cosa che peraltro riesce inaspettatamente bene al quartetto veneto. Per il resto, abbiamo di nuovo un pezzo decisamente lineare ma in ogni caso molto incisivo, ennesimo episodio di valore assoluto dell’album. Quest’ultimo è arrivato a questo punto alle sue battute finali: la conclusiva Vivo Perché Sogno è dominata sin dal principio dai lead della Gamba, dall’appeal commerciale ma anche incisivi, che sottraggono al tutto un po’ di energia facendole guadagnare però in compenso molto in fatto di feeling, la caratteristica più evidente del pezzo insieme al cantato in italiano. In ogni caso, la traccia alterna in rapida serie strofe piuttosto spezzettate dal punto di vista ritmico e in cui si mette in evidenza il basso saltellante della Pagin, e chorus invece più diretti e potenti, che per l’ultima volta dimostrano il talento del gruppo nel trovare melodie vocali e di chitarra estremamente catchy e intensi. C’è spazio anche per una piccola deviazione al centro, ossessiva e che prepara bene il pezzo  alla ripresa della norma principale, la quale poi giunge a concludere l’album nel migliore dei modi.

Out of the Cage non è un lavoro perfetto, e qualche difetto probabilmente lo ha: tuttavia, ho deciso di premiarlo lo stesso con un voto altissimo, per la fortissima energia e per il divertimento che sprizzano da ogni singolo istante di queste dodici tracce. E’ ovvio poi che se siete a caccia dell’originalità in un genere come l’hard rock di stampo pop o sleaze che si rifà agli eighties, non lo troverete non solo qui, ma proprio in generale nei gruppi del revival hard ‘n’ heavy dell’ultimo periodo: se però quello che cercate è adrenalina e melodie facili, che sappiano farvi scatenare, quello delle Cellulite Star è un nome che dovete segnarvi da qualche parte, sapranno sicuramente fare al caso vostro!

Voto: 91/100


Mattia
Tracklist:
  1. Alpha Woman – 03:24
  2. Old Inside – 03:36
  3. Out of the Cage – 03:31
  4. New Melody – 02:59
  5. The Maze that I Am – 03:34
  6. Feel No Shame – 03:19
  7. Hooking Up with the Wrong Guy – 03:08
  8. Cruel – 04:30
  9. Motherscene – 03:14
  10. F.A.N.S. – 03:33
  11. When the Dancefloor Is Dead – 03:26
  12. Vivo Perché Sogno – 03:12
Durata totale: 44:56

Lineup:
  • Isabella “Izzy” Tuni – voce
  • Claudia “Kla” Gamba – chitarra
  • Erika Pagin – basso
  • Elisa Montin – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: sleaze/pop metal

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