Riti Occulti – Riti Occulti (2015)

Per chi ha fretta:
I romani Riti Occulti sono un gruppo molto originale, come dimostra il loro primo omonimo album. Non hanno neanche una chitarra in formazione, sostituita dal basso iper-distorto di Niccolo Tricarico, ma la differenza si nota poco: il loro genere è comunque definibile doom metal. Anche altri particolari vanno verso l’originalità: per esempio, le tastiere al limite dell’ambient, che danno un bel tocco atmosferico e psichedelico, oppure il dualismo tra la voce pulita di Elisabetta Marchetti e lo scream di Serena Mastracco. Non c’è solo l’originalità, ma anche la qualità: lo dimostrano pezzi come Revelation, I Am Nobody e Desert of Soul. Seppur un po’ immaturo, insomma, Riti Occulti è un buon esordio, adatto per chi ama le propaggini più atmosferiche e psichedeliche del doom metal.

La recensione completa:
Si può fare metal anche senza uno o più dei suoi strumenti tipici? Molti puristi probabilmente risponderebbero di no, ma in realtà alcuni gruppi del genere, almeno secondo il mio giudizio, sono effettivamente considerabili come appartenenti al nostro genere preferito. Se un ensemble ha infatti ha un sound che sembra metal, non vedo perché non considerarlo tale, specie poi se parliamo di act tanto vicini al genere da poter essere scambiati per metallici. Un esempio di questo possono essere i Riti Occulti: seppur non vi sia alcuna chitarra in formazione, sostituita solo dal possente basso ritmico di Niccolò Tricarico (che peraltro, se non ci si fa caso, può quasi sembrare una rarefatta sei corde), hanno comunque un sound lento e molto distorto, che nonostante la sua bizzarria per sonorità è considerabile doom a tutti gli effetti. In ogni caso, la band nasce a Roma nel 2012 per esordire, due anni dopo, con un album omonimo in tiratura limitatissima, seguito l’anno successivo dal secondo Secta; è invece di pochi mesi fa la nuova stampa, ad opera dell’etichetta portoghese Nordavind Records, del primo album con un artwork modificato e un sound ripulito e rimasterizzato (edizione su cui si basa anche questa recensione). Lo stile che la band intraprende in Riti Occulti è come già detto molto particolare: oltre alla totale assenza di chitarre, l’altra caratteristica che spicca maggiormente è la presenza di tastiere eteree e al limite dell’ambient, che riescono a rendere uno stile altrimenti scarno molto più pieno e interessante, grazie soprattutto alla psichedelia che si viene a creare. Completa il quadro un altro elemento di spicco, la presenza di ben due cantanti di sesso femminile, che interpretano due parti radicalmente diverse: se il cantato di Elisabetta Marchetti è pulito e assomiglia abbastanza a quello più folleggiante di Dunja Radetić nei primi Ashes You Leave, quello onnipresente di Serena Mastracco è infatti l’unico elemento che avvicina la band al black metal, visto il suo scream alto e che da lontano ricorda quello di Cadaveria. E’ insomma un genere interessante, quello dei Riti Occulti, seppur ancora un po’ acerbo, ma niente paura: come vedremo tra pochissimo, siamo infatti in presenza di un buonissimo album, che non punta solo sull’originalità ma anche sulla qualità.

L’attacco della opener It’s All Grey è affidato proprio al basso di Tricarico, che introduce la canzone prima che la batteria di Ivano Mandola e i synth di Luciano Lamanna facciano il loro ingresso, insieme alla voce della Mastracco: si crea allora (lo toglierei) già da subito un contrasto tra le ritmiche placide e che ricordano molto lo stoner doom e gli effetti apocalittici delle tastiere che si compenetrano benissimo con lo scream, il quale seppur si perda un po’ nel marasma degli altri strumenti è comunque un elemento importante per l’atmosfera.  Questa norma procede per un paio di minuti, prima che il tutto svolti su una falsariga più crepuscolare e occulta, la quale si presenta meno densa ma in compenso anche più oscura, complice l’assenza di synth, sostituiti da strani echi artificiali. I temi iniziali tornano poi a fare la loro comparsa, seppur con un’evoluzione che porta qualche modifica e velocità leggermente più sostenute, lasciando spazio di nuovo, ogni tanto, a qualche momento più strano e particolare, che però non spezza l’atmosfera onirica e apocalittica che la traccia evoca con varie sfumature sin dal primo momento. Il tutto nel complesso, pur soffrendo la presenza di qualche momento morto e di una lunghezza forse eccessiva, si pone come una opener buona, che si lascia ascoltare con discreto piacere. Già da subito oscura e lugubre, grazie a un inizio dominato dal basso e da effetti da dark ambient, la successiva Revelation si avvia come un pezzo leggermente più rapido del precedente, grazie a una sezione ritmica piuttosto animata, specialmente per merito di Mandola alla batteria, che contrasta molto con la tastiera di Lamanna, molto minimale e monocorde, per un effetto però non fastidioso, ma anzi dal feeling particolare, indescrivibile a parole. Il brano vive di lunghe strofe piuttosto ossessive e su cui la Mastracco salmodia in scream, e di momenti più variegati e rapidi, del tutto strumentali e che rompono la norma, variandola piacevolmente. Nel mezzo trova spazio anche una frazione in cui la musica si spegne quasi del tutto, lasciando in scena solo una confusione creata dal basso e da effetti espansi: è il preludio alla ripartenza della song, che si fa anche più oscura che in passato, grazie alle urla della Marchetti e alla maggior varietà di soluzione di Lamanna.  La processione funebre riprende così, ancora lenta e inesorabile, riempiendosi sempre più di particolari musicali che la rendono pure più tetra e psichedelica, fino ad arrivare al gran finale, in cui il ritmo si spezza e l’episodio finisce quasi come un brutto sogno, risultando un ottimo esempio del genere dei Riti Occulti. L’inconfondibile voce di Charles Manson, presa senza alcun dubbio da qualche sua intervista, è l’introduzione a I Am Nobody, traccia che poi entra nel vivo molto lentamente,  prima con il basso dilatato e la batteria a dare il tempo, per poi vivere l’entrata in scena della tastiera spaziale di Lamanna e di strane grida lontane. Questa parte prosegue a lungo, sempre più inquieta, prima che la sezione centrale faccia la sua apparizione: abbiamo così una composizione dominata inizialmente dalla voce pulita della Marchetti (anche se la Mastracco torna spesso a fare incursione, specie nella seconda parte), calma e docile, che si adagia su della musica anch’essa piuttosto placida e anche caotica, tanto che è difficile distinguere basso e keys. Anche questa sezione viene però meno alla fine, e dopo un breve passaggio movimentato dal punto di vista ritmico (almeno relativamente alla media del disco), giunge a fare il proprio corso la lunga frazione conclusiva, che presenta un riff quasi positivo e che già da solo evoca un’immensa psichedelia, accompagnato dagli scream e quindi dai vocalizzi della Marchetti, quasi operistici, che accompagnano i momenti più contenuti di questa parte e aiutano a renderla ancor più strana e particolare. Nel complesso, abbiamo un pezzo pieno di sfumature, stavolta incastrate tra loro a meraviglia: il risultato è uno degli episodi più validi del platter.

Alcyone si rivela sin dal principio piuttosto vorticosa e rapida, almeno per gli standard dei Riti Occulti: si sviluppa infatti su un mid tempo sottolineato inizialmente dai tom di Mandola e che poi si sviluppa in maniera più lineare, ma sempre di velocità più alta. Purtroppo, questa prima frazione è un po’ piatta, a causa di un riff delle quattro corde di Tricarico monotono e che non incide; per fortuna il brano si riprende con momenti più heavy dalle melodie minacciose, molto oscure e il duetto tra le due cantanti, per un effetto intensamente inquietante. L’alternanza si ripete poi altre volte, con l’aggiunta però delle tastiere, prima stranamente assenti, che le danno una mano per quanto riguarda efficacia; la musica però decade verso metà song, col basso che diviene meno distorto e fragoroso e il resto degli strumenti che lo seguono, in una frazione soft e quasi intimista, seppur il feeling sia anche denso e nerissimo. Ciò prelude alla ripresa della canzone, che si fa man mano più pesante e piena di effetti, per un finale in crescendo che chiude un brano discreto, piacevole ma ben al di sotto dei migliori dell’album. Il nuovo intro lentissimo del placido basso di Tricarico sembra preludere a una nuova traccia sulle coordinate tipiche di inizio disco; i Riti Occulti a questo punto ci stupiscono però con l’entrata in scena del bouzouki dello stesso Tricarico, che dopo un esordio “timido” comincia a scandire con esuberanza sempre crescente temi dal forte appeal mediorientale, presto accompagnato in questo anche dalla sezione ritmica movimentata e che dona ancor più fascino al tutto; contribuisce a questo effetto anche l’assolo di flauto dell’ospite Stefano Todarello, il quale va anche a concludere questa lunga prima metà di Desert of Soul. Dopo quasi cinque minuti, infatti, il tutto si spegne, lasciando spazio a qualcosa di più in linea con il sound tipico dei Riti Occulti: abbiamo infatti un tratto in cui l’oscurità precedente torna con la già sentita accoppiata basso oscuro-tastiere acute e l’alternanza tra le due voci, un breve sfogo che sembra quasi più una coda che la seconda parte della traccia, ma che nonostante la sua radicale diversità con la metà iniziale risulta lo stesso e buona e non rovina per nulla un pezzo che con Revelation è il migliore dell’album. Ancora il flauto di Todarello fa mostra di se nell’intro della seguente Bitter Awakening, stavolta non in maniera folk ma per rendere ancor meglio la sensazione di desolazione che l’intero preludio, dal vaghissimo sentore blues, vuole evocare. La traccia si avvia poi però in maniera leggermente diversa: il tempo presto si fa di nuovo medio e le ritmiche di Tricarico divengono piuttosto aggressive e arcigne, arricchite come sono dagli scream della Mastracco, mai così rabbiosi. La ferocia si mitiga però man mano che la canzone va avanti, merito sia dell’ingresso della tastiera, che seppur apocalittica è nuovamente eterea, sia delle trame di basso, che deviano pian piano verso melodie dal sapore ancora una volta pseudo-stoner. Questa evoluzione ci conduce alla seconda parte del brano, retto tutta da un ritmo in qualche modo ansioso di Mandola su cui pian piano la norma, dalla sofficità verso cui era piombata, si fa sempre più intensa e potente, con tastiere sempre più intense e soprattutto coi vocalizzi puliti e estremamente effettati della Marchetti, un finale pesantissimo per una canzone che seppur inferiore agli episodi migliori di Riti Occulti è comunque di ottima fattura, grazie anche a una durata contenuta che esclude qualsiasi tempo morto. Siamo giunti ormai alle battute finali dell’album: la conclusiva Never a Joy può contare su un nuovo lento intro di basso che però stavolta non è un falso preludio, dando infatti il via a una song ancor più onirica, oscura e malata delle precedente grazie ai fraseggi dissonanti del solito Lamanna, al ritmo catacombale e al il blasfemo duetto tra le due cantanti. E’ l’inizio di un bad trip che diviene poi anche più oscuro quando il ritmo sale e le sonorità si fanno più distorte e confuse, per un effetto potente e cupissimo, quasi da brividi per impatto. Questa frazione presto progredisca ancora, con il feeling che si apre leggermente, pur essendo la musica ancora convulsa e tempestosa: è questo passaggio che ci riconduce alla norma principale, la quale torna a farsi strada con la sua cupa tranquillità prima che l’episodio si concluda, risultando giusto un pelo al di sotto dei più validi del platter.

Riti Occulti è insomma un album buono e con qualche picco di valore assoluto, seppur vi sia anche qualche particolare meno riuscito. Soprattutto, è innegabile che sia un album molto originale, caratteristica estremamente difficile da trovare al giorno d’oggi in ambito rock e metal. E’ per questo che è mia ferma convinzione che se riusciranno a maturare e a lavorare con costanza, i Riti Occulti potrebbero arrivare molto lontano:  solo il tempo ci saprà dire se così sarà, ma io da par mio auguro loro che ciò succeda davvero!

Voto: 78/100

Mattia

Tracklist:
  1. It’s All Grey – 07:52  
  2. Revelation – 06:56  
  3. I Am Nobody – 07:55  
  4. Alcyone – 06:27  
  5. Desert of Soul – 07:34  
  6. Bitter Awakening – 05:42  
  7. Never a Joy – 06:16
Durata totale: 48:42
Lineup:
  • Elisabetta Marchetti – voce pulita
  • Serena Mastracco – voce harsh
  • Luciano Lamanna – tastiere ed effetti
  • Niccolò Tricarico – basso e bouzouki
  • Ivano Mandola – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: atmospheric/psychedelic doom metal
Per scoprire il gruppo:il sito ufficiale dei Riti Occulti 

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