Those Furious Flames – Oniricon (2014)

Per chi ha fretta:
Tra i tanti revival di generi del passato, quello ad aver dato i suoi migliori frutti è quello dell’hard rock classico: lo dimostra per esempio Oniricon (2014), secondo album degli svizzeri Those Furious Flames. Il genere suonato dal gruppo è un è un hard rock settantiano che pesca da alcune tra le migliori band del genere – anche troppo, forse, visto che il gruppo tende a rimanere in canoni ben delineati senza osare uscirne. Questo, insieme a un suono un po’ grezzo, è il difetto dell’album, ma gli svizzeri compensano bene con una gran passione e una scaletta di alto livello: lo dimostrano picchi come Astronomical, The Reason Why e The Cosmic Secret. E così Oniricon alla fine si rivela un album ottimo e genuino: forse non cambierà la storia dell’hard rock classico, ma saprà fare la felicità dei suoi fan.

La recensione completa:
Tra tutti i revival moderni di generi che avevano raggiunto il successo decenni fa, quello che a mio avviso ha più senso è quello hard rock anni settanta: se infatti generi come l’heavy o il thrash metal sono ben delimitati nei propri confini, con le sue influenze dal raggio molto più ampio il vecchio rock duro può essere ancora interpretato senza risultare troppo derivativo, con gruppi molto originali e altri che seppur non lo sono riescono comunque a convincere di più rispetto agli omologhi delle nuove ondate dei suddetti generi. Esempio di quest’ultima categoria sono i Those Furious Flames: nati nel Canton Ticino in Svizzera nel 2003, dopo l’esordio Trip to Deafness (2010) recentemente hanno tagliato il traguardo del secondo full lenght con Oniricon, uscito alla fine dello scorso anno sotto Sliptrick Records. Il genere proposto in esso è un hard rock tipicamente settantiano, che mescola l’energia degli AC/DC alle strutture complesse e al forte influsso blues di gruppi come Led Zeppelin e Deep Purple, con in più un pizzico di dark sound dei Black Sabbath e di progressivismi alla Uriah Heep. Pur con alcuni spunti di personalità, il principale difetto di questo stile è ancora una certa tendenza a rimanere nei canoni del proprio genere, il che non si traduce mai nel plagio ma fa sembrare a tratti la band ancora alla ricerca di un’individualità forte e propria; ciò condiziona l’album ma non eccessivamente, tutto sommato, anche grazie alla forte dedizione dei Those Furios Flames verso la propria musica, che come vedremo riesce a rendere l’album comunque di qualità ottima. Un’altra piccola criticità è la produzione dell’album: seppur curato da un nome d’eccezione come Ian Peres dei Wolfmother, il sound di Oniricon è molto grezzo, a volte pure troppo, anche se in fondo pure questo è veniale, visto che non affossa il lavoro e possiede il giusto appeal vintage per supportare bene lo stile del gruppo.

L’attacco con Too Late è piuttosto intenso, il riffage portante è infatti roccioso e duro, seppur senza cattiveria heavy metal, ma anzi con tutti quegli influssi blues e funk che hanno fatto la grandezza dell’hard rock settantiano. Questo tipo di ritmiche fa il suo corso per gran parte della canzone, ad eccezione delle strofe, più contenute ma animate dalla batteria vorticosa di Big Boss, che nella struttura lineare si alternano con brevi bridge obliqui e ritornelli anche più energici del resto, i quali sanno coinvolgere tutto sommato bene. Ottimo anche il breve assolo centrale di Yann Nick, molto purpleiano come anche il sottofondo di organo, che rendono questa opener se non eccezionale, comunque più che adatta a svolgere il suo compito. Giunge quindi Futureman, traccia di poco più cadenzata e tranquilla della precedenza, anche se in realtà si rivela pure più graffiante: merito non solo delle ritmiche di chitarra e di basso, melodiche ed evocanti una tranquillità solare che arricchisce l’intera song, ma anche della voce calda di Yari Copt, dalle tonalità davvero “old school”, e soprattutto del songwriting, che rende ottimo ogni passaggio. Da citare in tal senso è il cuore del brano, che alterna placide strofe espanse e quasi psichedeliche a ritornelli più animati, dai lievi cori e che risultano molto catchy, di sicuro la parte che spicca di più nella composizione. Ottime anche le poche variazioni presenti, tra i quali è degno di nota soprattutto il semplice ma buon solo di Yann Nick, ciliegina sulla torta di un episodio molto trascinante e valido. In contrapposizione alla frenesia delle precedenti, con Astronomical giunge un pezzo più lento e riflessivo, fatto visibile già dal lieve intro con la sola chitarra pulita di Yann Nick sotto alla voce di Yari Copt, che la fa sembrare una ballad; la canzone poi si anima maggiormente, pur rimanendo comunque su un tempo medio basso su cui si adagia un riffage lieve e sognante, che sprizza fascino settantiano da tutti i pori. Il brano vive quindi tutta di momenti più potenti (considerabili i ritornelli) e tratti più contenuti, in cui si mettono in mostra i giri di basso di G.B., in evidenza anche nella prima parte della sezione solistica, dominata quindi dalla solita chitarra e dal suono di un pianoforte. Degna di menzione anche l’ultima frazione, che riprende proprio dalla parte degli assoli e si presenta anche più intensa del resto, giusto sigillo di uno degli episodi migliori del disco. Le armoniche a bocca, che dominano la successiva Jane sin dall’inizio, sono un ottimo indicatore della sua essenza estremamente blues rock-oriented con una forte inclinazione hard. Abbiamo infatti un pezzo scandito dal ritmo ossessivo di Big Boss su cui si posano i giri molto bluesy della chitarra di Yann Nick; ciò vale sia per i soffici ritornelli che per i chorus, leggermente più sostenuti, pur rimanendo ben presente il fortissimo mood rilassato che avviluppa tutta la canzone. L’unica eccezione a tale placida norma è la sezione posta a tre quarti, più rapida e hard-oriented, seppur non si spezzi il mood del brano, che forse pecca un po’ di semplicità ma comunque diverte al punto giusto. L’energia che aveva dominato l’inizio di Oniricon torna a farla da padrona con The Reason Why, episodio che dopo un breve intro deflagra, non troppo veloce ma ugualmente travolgente, grazie a un riffage semplice ma d’impatto estremo e ad una struttura che va con urgenza al punto, alternando strofe veloci e d’impatto assoluto e ritornelli meno rapidi, in cui dominano le melodie zeppeliniane di Yann Nick, ma che lungi dal sembrare statiche danno il giusto respiro  al tutto. Di qualità molto elevata è inoltre la parte centrale, che perde totalmente la carica per farsi eterea e psichedelica, grazie al cantato ossessivo di Yari Copt e agli effetti che vi appaiono, una divagazione semplice ma che fa respirare molto bene il tutto, prima della ripresa; godibile anche la lunga coda finale di un minuto, un brevissimo sfogo di quelli che di solito si fanno dal vivo, a porre il sigillo su uno dei brani migliori del lotto. Chemistry è poi un’altra song che comincia più soffice: inizialmente è infatti solo il basso di G.B. ad accompagnare Yari Copt, mentre batteria e chitarra non si presentano che per brevi incursioni; la traccia però presto si anima, preludio all’esplosione elettrica del primo ritornello. I chorus, vero punto di forza dell’episodio, sono esattamente divisi a metà: la prima frazione, heavy e molto movimentata, confluisce quindi nella seconda, che è invece tutta dedicata all’armonia. L’alternanza tra essi e le strofe, anch’esse molto melodiche, è discreta e incide a tratti molto bene, pur brillando meno che in passato; nonostante ciò, e grazie anche ad una buona sezione strumentale, abbiamo comunque una canzone godibile, certo non da buttare via.

The Lost Wonder è una composizione anche più lenta della precedente ma può contare su un riffage granitico, colmo di groove e dai vaghi sentori sabbathiani, che sembra debba procedere costante e lenta per tutta la sua durata, puntando sulla pesantezza più che sull’energia; i Those Furious Flames ci stupiscono però presto con un’imperiosa accelerazione, che ci porta a una parte vorticosissima, in cui si alternano momenti anche più Black Sabbath-oriented che in passato e deflagrazioni di energia vagamente a là AC/DC, un breve momento di frenesia che però lascia spazio a un nuovo cambiamento. E’ il momento quindi di una breve sezione doom-rock, lenta e dal riffage cupo e strisciante, che però grazie alla calma della sezione ritmica e alla voce semplice di Yari Copt non evoca sensazione oscure ma anzi è pervasa di psichedelia: è in questo spazio che trova posto anche il breve assolo di Yann Nick, prima che una coda dal retrogusto blues e dominata ancora dalla sezione ritmica chiuda infine questo episodio, uno dei più particolari di Oniricon ma che incide lo stesso splendidamente. Sin dal preludio quasi caotico, con Volcano ci ritroviamo di fronte a un pezzo maschio e puramente hard rock, che ha il suo punto di forza nelle onnipresente ritmiche di chitarra, dai rimandi ancora una volta prepotentemente seventies. Esse arricchiscono sia le strofe, in cui sono più nascoste ma comunque contribuiscono alla resa generale, sia nei bridge, più energici e tempestosi, sia nei semplici chorus, circolari e che nonostante la semplicità estrema riescono a svolgere al meglio il proprio dovere. Anche la struttura è elementare, la classica forma-canzone, con l’unica variazione nella particolare sezione centrale, che alterna tonalità piuttosto variopinte, passando da momenti più densi e potenti ad altri di soli lead sulle trame del basso di G.B.; il tutto è un ottimo diversivo insieme al distortissimo interludio che ha luogo verso tre quarti, per rendere quest’episodio divertente, seppur appaia un po’ telefonato. In Break Me Down, che segue, si mette in mostra sin dall’inizio il riffage di Yann Nick, molto rockeggiante e che riesce a far scuotere, il quale dominerà poi tutto il pezzo, seppur con diverse variazioni: la traccia infatti attraversa momenti più esuberanti e potenti e altri ritmicamente più controllati, in cui si tira il fiato e a tratti viene fuori anche qualche influsso sabbathiano. Ci sono solo due momenti in cui questa falsariga viene meno: il primo sono i ritornelli, che stranamente rallentano ancora e sono meno frenetici, presentando invece elementi che evocano una certa calma, come per esempio la placida voce di Yari Copt; pur sembrando poco dinamici, mostrano comunque buone melodie e riescono a svolgere il proprio compito in maniera più che discreta. L’altro momento senza il riff portante è quello solistico centrale, come sempre elementare ma di buona fattura; il risultato complessivo di tutto ciò è una canzone che non sarà al livello delle migliori del disco, ma che di nuovo riesce a intrattenere bene. Per concludere al meglio l’album, gli svizzeri piazzano in fondo The Cosmic Secret, traccia che accantona i toni disimpegnati e divertenti che hanno dominato gran parte dell’album per un’atmosfera intimista e profonda, che si sviluppa sin dalle prime note dell’intro acustico, per poi esplodere con ancor maggior intensità quando la musica imbocca un crescendo che la porta a divenire man mano più densa e potente, fino a giungere all’esplosione dei ritornelli. Questi ultimi si rivelano davvero colmi di un pathos fortissimo, da brividi, evocati in buona parte dalla prestazione sentita e fantastica di Yari Copt al microfono, nonché dai lead di Yann Nick che lo seguono, per un effetto struggente e avvolgente al massimo. Anche il resto del pezzo non è però da meno: con i suoi toni delicati e struggenti, pur essendo soffici le strofe riescono comunque a incidere molto bene dal punto di vista del mood; da citare sono anche i momenti più pesanti e rapidi che costellano la canzone di tanto in tanto, che non spezzano il feeling generale ma le danno giusto un po’ di tensione emotiva in più. Vincente si rivela anche la scelta di cambiare ritmo piuttosto spesso: ciò aiuta la composizione a risultare sempre interessante e mai noiosa, nonostante alterni quasi sempre gli stessi temi, lungo i suoi oltre nove minuti di durata. Completa il quadro l’ennesima parte solistica di alta caratura, e abbiamo facilmente il miglior brano del disco, a pari merito con Astronomical e The Reason Why, e forse anche meglio: finale col botto, insomma!

Oniricon non cambierà la storia, questo è poco ma sicuro, visto che come detto non possiede un’originalità così spiccata: a parte questo, però, siamo in presenza di un album di ottimo valore, suonato col cuore e genuino, che sa bene quali tasti andare a toccare per divertire. Se perciò provate la nostalgia di una scena irripetibile come quella del rock duro della prima metà degli anni settanta, quel che dovete fare è dare una possibilità ai Those Furious Flames: garantito, non vi deluderanno!

Voto: 86/100

Mattia

Tracklist:

  1. Too Late – 04:05
  2. Futureman – 04:52
  3. Astronomical – 04:52
  4. Jane – 04:02
  5. The Reason Why – 06:05
  6. Chemistry – 04:04
  7. The Lost Wonder – 04:16
  8. Volcano – 05:12
  9. Break Me Down – 04:53
  10. The Cosmic Secret – 09:08
Durata totale: 51:30
Lineup:
  • Yari Copt – voce
  • Yann Nick – chitarra
  • G.B. – basso
  • Big Boss – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: hard rock classico
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Those Furious Flames

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