Schysma – Idiosyncrasy (2014)

Per chi ha fretta:
Già sentiti nell’eccellente EP Imperfect Dichotomy (2012), i milanesi Schysma arrivano al full lenght nel 2014 con Idiosincrasy. Il loro stile si conferma un progressive metal dalle influenze elettroniche, ma il songwriting è più ondivago rispetto all’EP: è ottimo nelle canzoni riprese da lì, ma alcune di quelle nuove si rivelano meno belle. Contribuisce a questo effetto anche una produzione un po’ fredda: così, nonostante pezzi ottimi come i vecchi come Sinners e Supreme Solution, oppure nuovi come Invictus of Time Man, abbiamo un album con qualche riempitivo di troppo. Consigliato agli amanti del prog, anche se la sensazione è che potesse essere molto meglio, visto il talento del gruppo.

La recensione completa:
Più o meno un mese fa, nella recensione del grandioso Ferocior ad Rebellandum dei Korrigans, mi vantavo di come la mia previsione di un futuro glorioso per la band, fatto ai tempi del demo, fosse divenuta realtà. In effetti è sempre bello formulare un’ipotesi che poi viene confermata: non avendo io poteri magici, però, è ovviamente possibile anche che i miei auspici non si avverino, o lo facciano solo in parte. E’ purtroppo questo il caso dei progster milanesi Schysma, altra vecchia conoscenza per chi segue Heavy Metal Heaven dall’inizio: il loro EP Imperfect Dichotomy del 2012 era stato recensito molto positivamente su queste pagine, avevo trovato la band qualitativamente eccellente e con una personalità forte, per cui è stato ovvio prevedere un futuro roseo; purtroppo, Idiosyncrasy, il primo full lenght del gruppo uscito alla fine dello scorso anno, in parte delude queste aspettative. Desiderosi di proseguire sul percorso anche tematico già tracciato con l’EP, con questo esordio i lombardi ci ripropongono tutte le canzoni in esso già presenti, seppur in una versione remixata e con qualche variazione che però non ne pregiudicano la natura né la validità; il problema è invece con alcuni dei pezzi nuovi, che non riescono a incidere bene come i vecchi, abbassando la media del lavoro. In particolare, il loro difetto è di apparire non solo più aderenti ai dettami del progressive metal, quindi meno originali, ma anche meno accurati e focalizzati, come se fossero stati composti dall’ensemble in maniera frettolosa. Colpa degli stessi Schysma, delle pressioni dell’etichetta Revalve Records o di che altro? Poco importa, del resto: siamo in presenza di un album oscillante, con parecchi alti ma anche qualche basso, che per quanto  sia complessivamente di buona qualità, mi fa però pensare alla classica occasione persa. Prima di cominciare la disamina, qualche parola per il suono generale dell’album: più freddo che in passato e un po’ troppo bombastico per i miei gusti, anch’esso può essere vista come un difetto di Idiosyncrasy, anche se in fondo è veniale e non influisce troppo sul risultato finale.

Dopo lo stesso breve intro parlato presente in Imperfect Dichotomy, anche Lost in the Maze si presenta come nell’EP, seppur con qualche lieve modifica a cui però non si fa caso, se non si presta troppa attenzione. E’ questa una traccia che sia avvia quindi col suo riff cupo e serioso, presentando il dualismo tra ritmiche di chitarra basse e cavernose, piuttosto nascoste, di Vladimiro Sala, e i giri elettronici di Martina Bellini (uno degli spunti di personalità più evidenti dell’intero album), che le danno un tocco di melodia in più. Questa norma lascia quindi spazio al centro della canzone, che segue una progressione piuttosto lineare tra strofe molto soffuse e piene di pathos che crescono verso bridge più movimentati e rumorosi per poi giungere a refrain anche più placidi che in precedenza e obliqui, ma che riescono comunque a stamparsi facilmente in testa. Ottimi anche tutti i fraseggi musicali che circondano questa norma (tra cui si evidenzia l’arzigogolato assolo centrale di Sala), per un episodio che nonostante le differenze rispetto all’altra versione riesce a emozionare nel medesimo modo. The Noise of Silence, che segue, è un brano più melodico, che dopo un breve sfogo ci mostra la sua impostazione ritmica principale, quella con i lead molto armoniosi e delicati di Sala sopra alle ritmiche del solo basso di Giorgio di Paola, vedendo a tratti anche qualche incursione della tastiera semi- sinfonica della Bellini. A questo punto, il brano comincia a incolonnare strofe più contenute e strane dove il pallino ce l’hanno ancora la sezione ritmica e dei bizzarri effetti sintetici sotto alla bella voce calda di Riccardo Minicucci, mentre la chitarra è di nuovo più dimessa e contribuisce soltanto all’atmosfera, e chorus che invece risultano più potenti e movimentati, seppur il loro feeling sia ancora piuttosto alienato e intimista. Ciò è del resto prerogativa di tutto il pezzo, seppur con le diverse sfumature emotive verso cui le varie parti lo conducono, che sono tra l’altro il suo vero e proprio punto di forza; indicativo di ciò è il bellissimo assolo centrale di Sala, momento in assoluto migliore di un altro dei pezzi da novanta di Idiosyncrasy. E’ adesso il turno di Heremetic: la prima delle canzoni “inedite” si presenta inizialmente anche più melodica e contenuta della precedente, potendo apparire quasi come una ballata, seppur poi deflagri con ritmiche di chitarra di elevata potenza. Dopo un tratto più placido per quanto riguarda il ritmo, le strofe accelerano su un tempo medio, divenendo molto ritmate e potendo contare anche sulla presenza delle vorticose tastiere sci-fi della Bellini e dalle sventagliate cadenzate della cassa di Lucas Solina. Al contrario, i refrain sono più placidi e mettono in evidenza il botta e risposta tra Minicucci e i cori; nel complesso sono piacevoli, anche se forse peccano di eccessiva staticità. Riuscita a metà è anche la frazione centrale, che presenta qualche svolazzo di troppo per i miei gusti anche se a tratti è pregevole, per esempio nell’assolo di Sala nella seconda metà, che ci conduce a un notevole momento corale, prima che un nuovo ritornello torni per chiudere la composizione. Nel complesso siamo alla presenza di un episodio piacevole ma lievemente moscio, che risulta piuttosto inferiore al livello dell’accoppiata che l’ha preceduta.

Un’altra introduzione molto spezzettata e prog-oriented, poi Pendulum si avvia piuttosto rapida, trainata dalla prestazione variopinta di Di Paola e di Solina che contrastano con le lievi melodie di chitarra e tastiera in sottofondo, autrici di un lavoro oscuro ma importante. Questo tipo di falsariga presenta ogni tanto l’incursione di momenti più potenti e modernisti, con ritmiche pesanti e vagamente metalcore oppure Minicucci che dalla sua voce pulita passa a un cantato urlato e graffiante, il quale però a tratti stona col resto della musica. Vanno invece ancora in senso melodico i chorus, molto distesi e rilassati come spesso in passato, seppur stavolta non incidano molto. Buona anche se arzigogolata è invece la sezione centrale, che passa da tratti potenti e in cui si mette in evidenza la tastiera della Bellini, passando per momenti chiaramente ispirati ai Dream Theater, fino a giungere al solito assolo di qualità; purtroppo lo stesso non si può dire però di altri passaggi, che soffrono di un eccessiva spigolosità a discapito dell’armonia, principale difetto di un episodio decente ma nulla più. Con Migdal torniamo a Imperfect Dichotomy e si sente: abbiamo infatti un pezzo meno complesso e più lineare, il che è anche la sua forza. Dopo l’intro d’effetti, in cui fa bella mostra il suono di un sitar (che tra l’altro tornerà anche nel finale), il brano si avvia ancora una volta disteso e melodico, con un’alternanza tra momenti senza distorsione e lunghi tratti più potenti ma che non accelerano mai troppo, pur avendo a tratti discreta potenza, che cresce sempre più fino ad arrivare ai deflagranti ritornelli. Questi ultimi invece si presentano più heavy e con velocità media più alta, il che però paradossalmente li rende più catchy e intensi: è infatti il pathos, grazie a un Minicucci estremamente espressivo, a dominarli e a renderli il momento migliore della canzone. Degno di nota anche il momento centrale, in cui assoluti padroni sono i fraseggi elettronici e al limite con la techno music della Bellini, unico momento radicalmente differente di un brano che per il resto è breve e lineare (almeno relativamente al progressive), ma riesce comunque a incidere splendidamente. L’ennesimo intro placido e delicato, arricchito però sin da subito dalla tensione emotiva data dalle tastiere, dà inizio a Supreme Solution, canzone che sembra crescere pian piano, ma senza mai andare oltre la power ballad. Dopo un minuto e mezzo, la tensione viene però d’improvviso rilasciata in maniera deflagrante: la musica si fa di colpo rapida e molto pesante, cominciando una fuga spedita e con il riffage di Sala che seppur abbia poco di estremo riesce a graffiare parecchio. Il gruppo non carica però sempre a testa bassa: questa falsariga è infatti interrotta da momenti anche più vorticosi, che poi fungono da bridge all’arrivo dei ritornelli corali; essi si mostrano melodici e da urlo per impatto sia musicale (tutte le soluzioni sono piuttosto potenti) che, soprattutto, emotivo, con un’intensità sentimentale davvero da urlo. Ottima anche la lunga parte conclusiva , che oltre all’ennesimo assolo di caratura elevata presenta anche un momento intimista in cui Minicucci dimostra tutto il suo talento vocale, prima che la traccia torni a chiudersi con un arpeggio lieve; è questo un altro dei punti di forza dell’episodio in assoluto migliore del disco. E’ di nuovo il turno a questo punto ai pezzi nuovi: introdotta da un giro di chitarra iniziale dal vago flavour power metal, seguito da un altro momento più progressive oriented, Need a Chance si avvia poi con strofe rapide, movimentate e quasi dal retrogusto funky, in cui le chitarre sono solo un vago sottofondo per un effetto aperto e tranquillo anche grazie ai giri delle quattro corde di Di Paola, veloci ma calmi. Esse si evolvono poi in bridge che ne ricalcano la struttura con più potenza (appare a tratti anche qualche growl) e più frenesia da parte della batteria di Solina e quindi in chorus più rallentati e che vorrebbero essere il momento d’esplosione della canzone. Purtroppo, proprio questi ultimi presentano melodie vocali strane, che non risulta catchy e non riesce a incidere, nonostante uno sfondo di discreta potenza, facendoli sapere troppo di incompiuto; non aiuta a tal proposito un songwriting altalenante, che avvicenda momenti che sanno incidere discretamente ad altri pure troppo fini a sé stessi, con la loro alta caratura tecnica: il risultato finale è il brano in assoluto peggiore dell’album, un passo falso non atroce ma neanche molto piacevole.

Invictus è la quarta traccia non presente nell’EP, ma in essa gli Schysma riescono finalmente a colpire nel segno: siamo in presenza di una semi-ballata che comincia con un arpeggio lento e malinconico, il quale si fa da parte con l’ingresso del cuore del pezzo. I livelli di melodia sono ancora molto alti, però: la chitarra pulita di Sala è in primo piano nelle strofe con la sua sofficità che conferisce loro una serena tranquillità. I refrain, barocchi e pieni di cori, sono al contrario più lenti, ma retti da ritmiche distorte e potenti: importantissimo per la loro riuscita è pure il lavoro nascosto della Bellini, che li rende maestosi ed efficacissimi, sicuramente il momento che si stampa meglio in testa del pezzo. La metà migliore di quest’ultimo è però la seconda, strana e complessa ma molto avvolgente: si comincia con un passaggio crepuscolare e alienante, con l’elettronica della Bellini a dominare e gli echi della voce di Minicucci che la punteggiano, un tratto dal vaghissimo appeal addirittura industrial. Quindi, dopo un bel solo tempestoso dall’appeal elettronico, la song si tranquillizza, riprendendo i temi del preludio e sviluppandoli in maniera più elettrica, con un crescendo di potenza e di emozioni in cui ancora Minicucci emoziona con una prestazione lancinante e splendida, seguita da una coda sinfonica che infine pone il sigillo su un episodio di ottima fattura, non al livello dei migliori di Idiosyncrasy ma comunque giusto un gradino sotto. Torniamo per l’ultima volta dalle parti di Imperfect Dichotomy con la canzone che lo concludeva, Sinners, la quale dopo un intro dalle sonorità bizzarre si avvia con un tempo medio dal riffage pesantissimo, che ingloba diverse sfumature (heavy, industrial e addirittura, da lontano, un po’ di black) in un mix eccezionale. Il resto del pezzo non è però da meno: dopo un breve interludio tecnico, la musica entra nel vivo con lo scambio tra momenti oscuri e che riprendono l’inizio, strofe solenni e dalle melodie ancora una volta espressive e stellari, e lunghi ritornelli che partono sottotraccia ma in cui presto si rivela tutto il pathos e la forza malinconica che contengono, risultando la coronazione perfetta del brano. Come da norma prog la composizione tende poi a mutare, anche se la struttura è qui molto più scarna che in passato e ripresenta sempre gli stessi temi; ciò però non la rende ripetitiva, anzi i suoi oltre sei minuti passano in un attimo, un altro segno che siamo in presenza dell’episodio più valido del platter insieme a Supreme Solution. La fine dei giochi è ormai vicina: dopo un breve interludio che riprende il parlato dell’intro e che ha il titolo semplice di Outro, quasi come una falsa conclusione, giunge la vera closer-track, Time Man. E’ questo un brano in cui il mood è piuttosto strano e particolare, malinconico ma anche sereno in qualche modo, ben presente in ogni passaggio di una song che sin da subito si presenta estremamente vorticosa e mutevole, progressive “hardcore” in quasi ogni frangente. Nonostante questo dispiego estremo di tecnica, il tutto è comunque molto ben scritto e incastrato, e stavolta non sembra mai impostato in maniera fine a se stessa, essendo invece sempre al servizio del lato musicale della canzone: apice di questa tendenza è l’accoppiata bridge/ritornelli, coi primi ancor piuttosto intricati e colmi di tensione emotiva che si scioglie poi nei secondi, ossessivi e in cui la Bellini e Sala svariano alla perfezione sotto il cantato di Minicucci, per un effetto però grandioso. Ottimi tutti i passaggi strumentali che punteggiano la traccia, come il bell’assolo di Sala o la prestazione di Solina, ulteriore quid dell’ottima conclusione di questi oltre cinquanta minuti.

Siamo insomma in presenza di un buon lavoro, con alcuni picchi di eccellenza (non solo i pezzi dell’EP ma anche un paio di nuovi), ma anche con qualche riempitivo di troppo. In ogni caso, se siete amanti del progressive metal, Idiosyncrasy vi è consigliato, essendo al di sopra della media attuale del genere: da par mio però, il mio augurio è che gli Schysma possano sfruttare in futuro molto meglio il grande talento che possiedono. Dopotutto, un gioiellino lo hanno già inciso in passato: speriamo quindi che con le prossime mosse discografiche tornino a ripetersi su quei livelli, dimostrando di nuovo al meglio ciò che possono fare!

Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:

  1. Intro- Lost in the Maze – 05:27
  2. The Noise of Silence – 06:14
  3. Heremetic – 04:54
  4. Pendulum – 04:55
  5. Migdal – 04:25
  6. Supreme Solution – 05:14
  7. Need a Chance – 04:50
  8. Invictus – 05:36
  9. Sinners – 06:14
  10. Outro – Time Man – 05:09
Durata totale: 52:58
Lineup:
  • Riccardo Minicucci – voce
  • Vladimiro Sala – chitarra
  • Martina Bellini – tastiera e programming
  • Giorgio Di Paola – basso
  • Lucas Solina – batteria
Genere: progressive metal
Sottogenere: electronic progressive metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Schysma

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