Erase – Erase (2014)

Il revival dell’heavy metal classico anni ottanta è ormai un fenomeno che si esteso a macchia d’olio ovunque, arrivando a toccare anche paesi che trent’anni fa non avevano un gran fermento in tal senso. Prendiamo per esempio la Grecia: seppur con alcune eccellenze metal (come per esempio i Rotting Christ, i SepticFlesh, i Firewind, ma anche l’ampia scena epic che si è creata nelle ultime due decadi), nel decennio d’oro dell’heavy classico il paese non si segnalò mai a livello internazionale, anche soltanto con qualche nome (cosa che riuscì persino a qualche band italica). Eppure, al giorno d’oggi in Grecia vi è una scena heavy piccola ma vitale, di cui fanno parte anche i musicisti di questa recensione, gli Erase: nata nel 2009 ad Atene, la band ha esordito due anni più tardi con il demo Heavy Metal Maniacs; è invece di pochi mesi fa il loro primo omonimo EP ufficiale. Lo stile espresso in esso è un heavy metal dal piglio classico, con uno sguardo che spazia dall’epic metal alla NWOBHM, dallo speed a vaghe reminescenze anche punk e progressive, spaziando tra gli Iron Maiden, i Virgin Steele, il Dio solista, i Saxon e i primi Fates Warning. E’ proprio questa, tuttavia, l’origine del difetto principale di questo stile: seppur l’ampio raggio di influenze sia in sé lodevole e aiuti a non fossilizzarsi, il gruppo tenta di strafare e non riesce ancora ad amalgamarle bene in un qualcosa di unitario. Il risultato è che le canzoni sembrano quasi di gruppi diversi, il che fa sembrare Erase mancante di una direzione e con poco focus, oltre che ancora immaturo. Questo è un vero peccato: come vedremo tra pochissimo nella disamina, gli ateniesi appaiono infatti in grado di maneggiare i cliché, peraltro mai nascosti, per creare qualcosa di personale, come gli sprazzi di luce nell’EP dimostrano.

Dopo un brevissimo intro “elettrico”, la opener T.V. Nation parte subito con un riffage efficace di puro heavy classico, a metà tra l’incarnazione tradizionale americana e suggestioni NWOBHM, che accompagna la prima metà di canzone sia nelle strofe, dirette e incalzanti, sia in quei brevi stacchi più aperti e lenti che si aprono di tanto in tanto, sia sotto i vari assoli che il duo d’asce Nektarios Markantonis/Lefteris Kontos ci propone a più riprese, canonici ma di buonissima fattura. Dopo due minuti e mezzo, la musica si spegne: abbiamo quindi un interludio più soffice caratterizzato dal parlato del versatile cantante George “Inner Voice” Stavropoulos e da lievi chitarre che riprendono il fraseggio precedente in maniera più soffice. Questo passaggio ci conduce alla seconda metà della traccia, che d’improvviso vira prepotentemente su una norma più veloce e ritmata, la quale dopo un breve sfogo del basso “harrisiano” di Panagiotis “Savage” Zouvelos consta di un riff duro e cavalcante su cui appaiono ogni tanto anche delle tastiere, oltre ai soliti lead; il tutto cresce inoltre in intensità fino all’ossessivo finale, che va a concludere un pezzo dalla struttura ben poco “classica” ma che comunque incide a meraviglia, ponendosi da subito come il miglior episodio dell’EP. La seguente Beautiful Streets ha un preludio stavolta più espanso e dominato dalle melodie intrecciate di chitarre pulite e distorte, prima che il tutto entri nel vivo proseguendo sulla stessa falsariga. Nonostante riff ancora molto heavy oriented, la traccia è infatti più distesa e melodica delle altre, con fraseggi al limite del power che però contribuiscono all’atmosfera evocativa che l’intero brano comunica. Di fatto, siamo qui a un passo dall’epic metal: le strofe in particolare sono molto battagliere, col loro ritmo cavalcante e molto coinvolgente, mentre un effetto minore lo fanno i refrain, più tranquilli e meno epici, pur guadagnando in pathos che in parte sopperisce alla loro mancanza di dinamicità. Buono anche il momento centrale solistico, dagli echi maideniani e anche più power-oriented del resto della traccia, aiutando quest’ultima a non risultare noiosa nei suoi sette minuti di durata: missione compiuta, abbiamo infatti un pezzo non eccezionale ma molto divertente e valido. Se fin’ora l’album è stato di buona fattura, da qui in poi la qualità scende; il segnale di questa “decadenza” è Damnation Alley, cover degli statunitensi Bitch che la band reinterpreta in maniera fedele all’originale, forse troppo. Personalmente, trovo infatti insensata la scelta di reclutare la cantante Alice Kostopoulou per reinterpretare la parte di Betsy Bitch, invece di far cantare Stavropoulos, che avrebbe dato un tocco di personalità al tutto: in questo modo infatti il risultato non è che una riproposizione con giusto un sound più moderno e aggiornato dell’originale, godibile ma in fondo assolutamente prescindibile. Voltata pagina, abbiamo ancora una puntata nell’epic con The End of the Time, che ricalca più o meno la formula tradizionale della “ballata epica” sdoganata dai Manowar: abbiamo infatti un avvio piuttosto intimista e sottotono, dominato solo da delicati e oscuri arpeggi di chitarra acustica sotto alla voce dolce di Stavropoulos, prima che il brano esploda e si faccia d’improvviso intensamente evocativo, a livelli mai toccati prima, almeno per quanto riguarda le strofe. I refrain sono invece più lenti e recuperano l’armonia dell’inizio della canzone, con anche l’inserimento di suoni di pianoforte che danno loro un tocco di pathos in più. Se entrambe le parti non sono male, la loro unione appare però forzata, quasi fossero prese da due brani diversi: è anche per questo che, nonostante buoni passaggi e anche una parte solistica di qualità, il risultato finale è un pezzo discreto, ma nulla più. Siamo già in dirittura d’arrivo: la conclusiva We Are the Winners è una song che perde del tutto l’appeal battagliero sentito in precedenza per un feeling rockeggiante e disimpegnato, che si manifesta soprattutto in un riffage movimentato ma comunque molto disteso, rilassato; su tutto ciò si pone anche il cantato di Stavropoulos che però stona parecchio, coi suoi toni graffianti da thrash metal e che cercano di essere aggressivi, anche se l’effetto è solo bizzarro e fastidioso, specie sui ritornelli, che sono più placidi del resto, seppur presentino un riffage di discreta energia. La parte migliore della traccia a mio avviso è quella centrale, dal vaghissimo sentore punk (il che giustifica forse il tipo di cantato, anche se paradossalmente è tutto strumentale) ma dominato soprattutto da melodie ancora una volta Maiden-oriented, e che con la sua varietà riesce a trasmettere un buon caleidoscopio di emozioni, nonostante la sua canonicità spinta. Forse il suo unico difetto è però l’eccessiva prolissità, problema del resto della canzone in generale, visti i quasi sette minuti di durata complessivi: ne consegue che abbiamo facilmente l’episodio peggiore dell’EP che chiude, un finale assolutamente indegno per un lavoro che si era tutto sommato aperto bene.

“Il Sole è più brillante per chi crede”: questo è il motto degli Erase, ma penso che essi debbano credere ancor di più nella loro musica e di conseguenza lavorare per renderla più focalizzato e per sviluppare appieno i buoni spunti ascoltabili nella prima metà di questo EP omonimo. Di fatto, non sarà facile per gli Erase riuscire a emergere in una scena così grande e omogenea come quella dell’heavy revival degli ultimi anni: qualche speranza però è presente, e dal canto mio almeno un po’ di curiosità per come il gruppo riuscirà a maturare ce l’ho.

Voto: 66/100 (voto massimo per gli EP: 80)


Mattia
Tracklist:

  1. T.V. Nation – 04:25
  2. Beautiful Streets – 06:57
  3. Damnation Alley – 04:22
  4. The End of the Time – 05:03
  5. We Are the Winners – 06:58
Durata totale: 27:45

Lineup:

  • George “Inner Voice” Stavropoulos – voce
  • Nektarios Markantonis – chitarra
  • Lefteris Kontos – chitarra
  • Panagiotis “Savage” Zouvelos – basso
  • Kostas Christodoulou – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: heavy metal classico

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