Embersland – Dark Ages (2015)

Tra tutti i gruppi che mi hanno contattato negli ultimi anni, uno tra quelli verso cui nutro più affetto sono gli spagnoli Embersland: non solo sono stati il primo gruppo straniero a sottopormi una richiesta di recensione per Heavy Metal Heaven, e non solo  il disco in questione, il loro esordio Sunrise (2013), era un gioiello splendente, tra i migliori dischi power sentiti negli ultimi tempi, ma anche il gruppo in sé si è sempre comportato verso di me con lealtà e gratitudine (di sicuro ben più di molti gruppi italiani). E’ stato perciò con gioia che ho accettato di recensire il loro nuovo lavoro Dark Ages, uscito nel febbraio di quest’anno, un album che però – lo devo dire, visto che nelle mie recensioni più di tutto cerco l’onestà e l’imparzialità – mi ha lasciato un tantino con l’amaro in bocca. Rispetto al predecessore, che constava di un mix di power e gothic in salsa darkeggiante e con pochi cliché, il nuovo album si presenta difatti meno originale: l’abbandono di certi lati più oscuri del sound, ma soprattutto l’aggiunta in formazione della pur brava May come cantante femminile e il forte incremento delle influenze sinfoniche del gruppo, hanno avvicinato di molto la proposta del gruppo a quella dei primi Epica e Nightwish, rendendola perciò molto più aderente agli stereotipi del genere delle suddette band, nonché meno caratteristico. Dall’altra parte però molti degli spunti di personalità del predecessore sono rimasti, come l’accoppiata di voci di Will e Xavi o le chitarre dal tono ribassato che danno alla band un quid in più in potenza; anche il talento di scrittura del gruppo non è decaduto, il che è anche il motivo per cui, nonostante la perdita di originalità e anche qualche melodia che tende a ripetersi, Dark Ages riesce comunque a essere convincente e di buon fattura, come vedremo tra poco.

Dopo un brevissimo attacco soffice, Sunrise (Part II) si avvia con energia, presentando un riffage potente e quasi allegro, puramente power, un attacco esuberante che poi però lascia quasi subito spazio a sonorità più gothic-oriented: brevi tratti caratterizzati dal cantato “Beauty and The Beast” ci conducono a momenti in cui tutti e tre i vocalist sono in scena, riempiendo molto la musica del gruppo. La progressione di questa lunga traccia ci porta inoltre attraverso diversi passaggi, tra cui i più ragguardevoli sono i ritornelli, quasi sottotono ma che comunque si stampano lo stesso in mente, grazie a una melodia di base ripresa direttamente da quella Sunrise (part I) già ammirata sull’esordio. Si segnalano anche i momenti in cui la potenza metallica lascia spazio ad una base delicata e molto tranquilla, su cui May e Will duettano con voce quasi sussurrata, frazioni che aiutano a dare un tocco di colore in più alla canzone. Più in generale, molto buona è in questo frangente la scrittura, che incastra tutte le sue parti con abilità e intreccia i vari fraseggi, a volte ripetuti ma con verve diversa, in maniera sempre ottima, passando senza forzature da parti più sinfoniche e lente ad altri più cariche e d’impatto: ne consegue una suite lunga oltre nove minuti che però non annoia nemmeno per un attimo e si pone sin da subito come uno dei brani più validi del lavoro, risultando peraltro migliore della prima parte della suite (che era in fondo l’episodio “minore” di Sunrise). Dominata inizialmente da giri malinconici della chitarra di Jimmy, la successiva Closer si evolve quindi in un senso più strano e particolare, con un riffage dissonante e bizzarro a reggere i duetti tra i cantanti che costituiscono le strofe e i bridge, leggermente più dritti e “normali”. La parte più incisiva della song è però quella dei refrain corali, che riescono a coinvolgere a meraviglia per potenza e melodie catturanti. Ottima anche la parte centrale, originale e che invece di assoli ci propone una teoria di ritmiche ben incastrate tra loro, ottima quadratura di un altro pezzo che sa assolutamente il fatto suo. E’ quindi il turno di Hope, traccia che sin dal principio presenta un vago appeal progressive, il quale poi si sviluppa anche nelle strofe, lente e dal riffage spezzettato e potente, che con la voce soave di May forma un piacevole contrasto, seppur sembrino anche leggermente prive di mordente. Si cambia decisamente registro con l’accoppiata bridge/chorus: i primi infatti accelerano e con le loro armonizzazioni riescono a creare un’aspettativa che poi si conferma nei secondi, ancora caratterizzati dal coro e dalle armonie zuccherose che però esplodono e sanno catturare abbastanza bene. A parte quest’alternanza c’è poco altro nella canzone, l’unica variazione importante è la classica sezione centrale con momenti in cui si mettono in mostra avvicendandosi  la tastiera di Xavi con passaggi orchestrali potenti e Jimmy con semplici lead; nel complesso, abbiamo un episodio di qualità non eccezionale ma tutto sommato godibile. Giunge ora WTF… Fuck Off!, che nonostante il titolo “arrabbiato” si presenta sin da subito come una composizione molto melodica: il riff iniziale si intreccia molto con le malinconiche orchestrazioni di Xavi, e anche le strofe, seppur con ritmiche basse e piuttosto pesanti, non evocano comunque aggressività ma un feeling lontano e indefinito, quasi etereo, grazie anche ai soliti validi intrecci vocali. La parte più catchy sono però i ritornelli, dall’appeal quasi pop metal  e che riescono a stamparsi quasi subito nella mente dell’ascoltatore. Ancora una volta, la forma canzone è quasi rispettata, se si eccettua la parte centrale, che di nuovo non presenta assoli ma un rallentamento retto da placide chitarre e orchestrazioni; dopodiché, un breve interludio del basso di Victor ci riporta alla norma principale, che giunge a concludere un pezzo ancora molto incisivo.

Dopo qualche istante con la sola chitarra acustica in scena, Where Are You si avvia con pesantezza estrema, il rifferama veramente potente sovrasta anche le lievi orchestrazioni di Xavi. E’ questa però una falsa partenza, perché il brano prende rapidamente la via della semi-ballad: la sei corde pulita si ripresenta sotto a una strofa soffice in cui domina la bella voce di May. Le ritmiche presanti si ripresentano per i bridge, ma mitigate grazie anche agli intrecci dei cantanti, un attimo prima che la traccia torni a rallentare per i ritornelli, che sono elettrici ma distesissimi, con un pathos calmo e melodie catturanti. In seguito la song aumenta in potenza, senza tuttavia intaccare la propria delicatezza e la propria quantità di armonia, che si mantiene inalterata per tutta la sua durata, permanendo anche nella coda finale, ritmicamente più animata grazie soprattutto al drummer Roger, ma che compensa in senso armonico con potenti orchestrazioni, le quali contribuiscono alla buona riuscita di una ballata canonica ma molto piacevole. Nella seguente The Mirror of Your Soul, dopo un preludio vorticoso e dal sapore neoclassico la musica si calma spostandosi verso il power melodico, almeno per quanto riguarda il riffage diretto e semplice, seppur la musica sia punteggiata da momenti più aggressivi in cui spunta anche il growl. La struttura è inoltre ancora una volta molto tradizionale e va subito al punto: presto spuntano chorus anche più classicamente power che in passato, con melodie serene e quasi disimpegnate, nonostante un velo di malinconia. Essi si alternano varie volte alle strofe e ai ritorni del riff iniziale; l’unica variazione è la canonica sezione solistica, che dopo un momento lento e soft si presenta veloce e possente. Nel complesso, il pezzo in questione è catturante e potrebbe essere visto come l’ideale singolo di Dark Ages, anche se qualche passaggio a vuoto e una vaga sensazione di già sentito ne abbassino il valore. E’ la volta poi di Deadweight, altra ballata che stavolta si avvia in maniera lieve e melodica, con tastiere sinfoniche dal sapore prog rock che fanno il paio con un arpeggio rarefatto sotto alla voce bassa di Will e a quella dolce di May; la canzone sale quindi d’intensità, prima lentamente, poi invece in maniera esplosiva quando arrivano i chorus, caratterizzati da un bel duetto tra i due singer e che evocano anche un buon pathos. La parte migliore del brano a mio avviso è però quella dissonante posta al centro, che perde tutta la docilità passata per farsi oscuro e labirintico, un breve stacco che però stranamente non stona col resto, ma anzi la aiuta a non essere la solita ballad: il tentativo è insomma molto ben riuscito, più del precedente! Introdotta dal basso di Victor, Be There For Me esplode quindi con orchestrazioni che arricchiscono l’incisivo riff principale. Il tutto si evolve poi con urgenza, presentando strofe rocciose e preoccupate, caratterizzate dalla voce intensa di May, che lasciano spazio a brevi bridge d’attesa; giungono quindi refrain di nuovo corali ma che stavolta presentano melodie vincenti e ultra-catchy. Degno di nota anche lo stacco centrale, caratterizzato da vocalizzi femminili lontani e da sinfonismi su una base per nulla movimentata, creando un’ottima atmosfera prima che giunga la parte degli assoli, breve ma incisiva, giusto coronamento di un altro bel pezzo. La conclusiva When I Die è un altro brano dall’incedere movimentato e quasi ansioso, che si presenta pieno di melodie sin dall’inizio, con strofe scarne che ricordano molto quelle del metal melodico, sia per vaga nostalgia che per armonie, che per il cantato intenso dell’ospite Carlos Torregrossa (anche produttore dell’album). La traccia viene poi condotta verso bridge più cadenzati e sinfonici, preludio alla deflagrazione assoluta dei ritornelli, che tra potenti cori e melodie estremamente azzeccate riescono davvero a coinvolgere a meraviglia. Buono anche l’ormai solito stacco centrale, qui particolarmente etereo e d’atmosfera, in cui le acque si calmano ma dove permane sempre quell’atmosfera particolare, a metà tra pathos, solarità e anche una certa evocatività, che rappresenta il punto di forza assoluto della song e contribuisce a renderla la migliore del platter che chiude insieme alla opener e a Closer.

“Peggiore” non sempre vuol dire “pessimo”: seppur infatti Dark Ages sia inferiore di qualche gradino rispetto a Sunrise, abbiamo comunque un album di buon livello, sicuramente molto al di sopra della media attuale del power/gothic metal. Se siete fan di questo genere e vi capita l’occasione, perciò, fate vostro questo lavoro (o scaricatelo – la band lo offre gratis attraverso il suo profilo Facebook): vedrete che gli Embersland sapranno comunque offrirvi del pane per i vostri denti!

Voto: 82/100

Mattia

Tracklist:

  1. Sunrise (Part II) – 09:17
  2. Closer – 04:26
  3. Hope – 05:10
  4. WTF… Fuck Off! – 04:04
  5. Where Are You – 04:50
  6. The Mirror of Your Soul – 05:00
  7. Deadweight – 05:23
  8. Be Therre for Me – 05:00
  9. When I Die – 05:11
Durata totale: 48:21
Lineup:
  • May – voce
  • Will – voce
  • Xavi – voce e tastiere
  • Jimmy – chitarre
  • Victor – basso
  • Roger – batteria
Genere: symphonic power/gothic metal

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